sabato 30 marzo 2024

Il sabato santo del tempo che viviamo

Sergio Di Benedetto
Il sabato santo del tempo che viviamo

Un prolungato silenzio di Dio è esperienza di tutti, ma sembra anche la nota dominante di questo scorcio di storia


C’è un silenzio di Dio con cui ognuno, prima o poi, deve fare i conti. È un silenzio che nasce da un’assenza, da un’avventura conclusa, da una speranza caduta. È il silenzio in cui Dio non appare più, non si fa sentire. Il Dio nascosto si è reso ancora più nascosto: non solo manca la sua voce, ma anche quel soffio leggero di vento che eravamo soliti percepire pare ormai scomparso.
Chi, onestamente, può dire di non avere mai sperimentato il silenzio di Dio? Forse, se abbiamo il coraggio di entrare nella nostra fatica, nelle nostre ombre, dobbiamo riconoscere che la vita è spesso un lungo sabato santo, quando viene meno un Dio a cui avevamo cucito addosso qualche immagine, a cui avevamo attribuito qualche volontà e qualche azione, e un altro Dio ancora non appare all’orizzonte. C’è sempre, nell’esistenza del cristiano, il momento in cui Dio non si rivela come pensavamo e, alla caduta di una narrazione, di una costruzione, di un mito — leale, giusto, non per forza sbagliato – segue il silenzio. Anche se avevamo dato fiducia, avevamo confidato, avevamo affidato.
C’è il tempo del silenzio di Dio, in ogni biografia.

E, forse, questo scorcio di storia che attraversiamo è ugualmente un tempo di silenzio di Dio. Tra malvagità diffuse e violenze, tra morti e disorientamenti globali, tra paure e sconfitte, dove è la voce di Dio? Se facciamo scorrere il calendario degli ultimi anni, ricordiamo e vediamo pandemie e guerre, terrorismo e speculazioni, barbarie di gesti e parole, scandali e tensioni; la speranza, la carità, la fede sembrano affondate nell’indifferenza, nel consumismo, nella superficialità. Chi ancora ha il coraggio di osare parole come ‘bontà’, ‘misericordia’, ‘pace’, ‘giustizia’? Se ci guardiamo attorno con franchezza, oltre le emotività e i devozionalismi consolanti, oltre le apparenze e le ipocrisie dei ruoli, come negare spazio al dubbio? Come non ammettere che il Dio in cui avevamo fede sembra che non solo si sia addormentato sulla barca, ma che davvero sia sepolto in una tomba? Una tomba di molte nostre idee su Dio e sull’uomo.

È il sabato santo il giorno che tratteggia il nostro momento attuale: non è ancora tempo di luce. È tempo di silenzio di Dio, in una società che annaspa sommersa dalla parola vuota, dal pettegolezzo, dalla calunnia, dalla falsità, dal mercimonio delle verità, dalle comunicazioni false, dalle idolatrie più varie.
È il tempo del silenzio in una società che non riesce più a dare valore al silenzio.

Forse la fede comincia quando cessa la voce di Dio e si aprono le ampiezze del silenzio, perché lì, senza rete, dobbiamo concedere qualcosa di noi stessi a chi non avvertiamo più. È qui, forse, il mistero del sabato santo? È qui la misura quotidiana e ripetuta della nostra fede, tra il già del Dio morto e il non ancora del Dio risorto? Abitiamo un lungo sabato santo che domanda speranza, che genera fede? È questa la preghiera più vera, quella che nasce dal silenzio nostro di fronte al silenzio di Dio?

«Rabbi Moshe Löb diceva: Cerchi il fuoco? Lo troverai nella cenere» (Martin Buber).
Che ciascuno possa sperimentare la cenere senza perdere la speranza di trovare il fuoco.
(fonte: Vino Nuovo 30/03/2024)