martedì 19 marzo 2024

Andrea Monda: Giuseppe la paternità come avventura

Per la solennità del 19 marzo

Andrea Monda
Giuseppe
la paternità come avventura


La figura di san Giuseppe ricorda innanzitutto che la paternità è un’avventura. Qualcosa che coglie sempre di sorpresa. Anche oggi, in questo momento storico dell’Occidente in cui tutto è programmato e “sotto controllo”, vale sempre l’intuizione racchiuso nel verso della poetessa, premio Nobel, Wislawa Szymborska per cui «Alla nascita di un bambino il mondo non è mai pronto». L’episodio che vede Giuseppe protagonista è quanto mai emblematico in questo senso: trovarsi a essere padre, non “biologico”, e assumersi con le sue scelte tutto il peso della responsabilità. Ci viene in soccorso un altro Nobel per la letteratura, il portoghese Josè Saramago: «Essere madre o padre è il più grande atto di coraggio che si possa fare, perché significa esporsi ad un altro tipo di dolore, il dolore dell’incertezza di stare agendo correttamente e della paura di perdere qualcuno tanto amato. Perdere? Come? Non è nostro. È stato solo un prestito. Il più grande e meraviglioso prestito, siccome i figli sono nostri solamente quando non possono prendersi cura di se stessi. Dopo appartengono alla vita, al destino e alle loro proprie famiglie. Dio benedica sempre i nostri figli, perché a noi ci ha benedetto già con loro».

Un’avventura quindi la paternità, che si colora ben presto di dramma. Nell'intervista rilasciata a «L’Osservatore Romano» il 13 gennaio 2022 Papa Francesco ha evidenziato che «gli eventi che hanno visto la nascita di Gesù sono stati eventi difficili, pieni di ostacoli, di problemi, di persecuzioni, di buio (...) in lui (Giuseppe) potremmo dire c’è l’uomo dei tempi difficili, l’uomo concreto, l’uomo che sa prendersi la responsabilità» e che «davanti alle difficoltà e agli ostacoli, egli non assume mai la posizione del vittimismo. Si mette invece sempre nella prospettiva di reagire, di corrispondere, di fidarsi di Dio e di trovare una soluzione in maniera creativa».

Colpisce che questa “via creativa” Giuseppe riesce a trovarla e a incarnarla attraverso due atteggiamenti, due comportamenti concreti: il silenzio e il sogno. Giuseppe tace, Giuseppe sogna. Queste azioni, insieme alla preghiera, che il Papa correttamente aggiunge, convergono verso il medesimo esito: creare spazio a Dio. Il peso della paternità è insostenibile per l’uomo lasciato da solo. Ma neanche entrambi i genitori, da soli, possono farcela. Ogni genitore avrà spesso pensato e detto che il “mestiere” del genitore è impossibile. Perché è così, e solo l’affidarsi a un Padre più grande può rendere il giogo più leggero.

Questo discorso in teoria stride con la mentalità contemporanea che fa sentire gli uomini e le donne praticamente “onnipotenti”, però appare confermato dal dato concreto dell’inverno demografico che sta investendo il Vecchio Continente sempre più “continente vecchio”. La paternità fa paura. Qualcosa si è spezzato nella cinghia di trasmissione, nella “staffetta” tra le generazioni e il “testimone” è caduto di mano. È la parola giusta: testimone. Non si è padri, madri, da soli, ma accompagnati innanzitutto da chi ci ha preceduto, sostenuti dal loro esempio. Possiamo essere padri, oggi, perché siamo stati, e lo siamo per sempre, figli. Lo ha ripetuto con forza il Papa in quell’intervista del 2022: «Non si nasce padri ma certamente tutti nasciamo figli. Questa è la prima cosa che dobbiamo considerare, cioè ciascuno di noi al di là di quello che la vita gli ha riservato è innanzitutto un figlio, è stato affidato a qualcuno, proviene da una relazione importante che lo ha fatto crescere e che lo ha condizionato nel bene o nel male. Avere questa relazione, e riconoscerne la sua importanza nella propria vita, significa comprendere che un giorno, quando avremo la responsabilità della vita di qualcuno, cioè quando dovremo esercitare una paternità, porteremo con noi innanzitutto l’esperienza che abbiamo fatto personalmente. (...) Sono convinto che il rapporto di paternità che Giuseppe aveva con Gesù ha talmente tanto influenzato la sua vita fino al punto che la futura predicazione di Gesù è piena di immagini e riferimenti prese proprio dall’immaginario paterno. Gesù ad esempio dice che Dio è Padre, e non può lasciarci indifferenti questa affermazione specie pensando a quella che è stata la sua personale esperienza umana di paternità. Ciò sta a significare che Giuseppe ha fatto talmente tanto bene il padre fino al punto che Gesù trova nell'amore e nella paternità di quest’uomo il riferimento più bello da dare a Dio».

Nel Vangelo di Giovanni vediamo Gesù dire che «il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa». Lo scrittore inglese C.S. Lewis commenta così questo versetto: «In questo passo (Giovanni 5,19) ci viene detto che il Figlio fa solo quello che vede fare dal Padre. Egli guarda ciò che fa il Padre e lo imita (omoios poiei) o lo copia. Il Padre, legato dall’amore verso il Figlio, gli illustra tutto ciò che fa. Ho già spiegato che non sono un teologo. Quale sia l’aspetto della realtà trinitaria che Nostro Signore, come Dio, ha voluto illustrare mentre diceva queste parole, non oso scoprirlo; ma penso che abbiamo il diritto, se non il dovere, di evidenziare con molta attenzione le immagini terrene con cui Egli l’ha descritto, di vedere chiaramente l’immagine che ci ha fornito. È l’immagine di un ragazzo che apprende le cose della vita, osservando un uomo al lavoro. Penso che possiamo persino indovinare quale ricordo, dal punto di vista umano, fosse presente in quel momento. Sarebbe difficile non immaginare che ricordava la Sua infanzia, che ritornava col pensiero a quei giorni nella bottega del carpentiere, quando da ragazzo apprendeva il mestiere osservando san Giuseppe al lavoro. Preso così, questo passaggio non mi sembra in contrasto con ciò che ho appreso dal Credo, ma al contrario, arricchisce la mia concezione della filiazione divina».

Nel finale drammatico della sua esistenza terrena, Gesù si trova inchiodato al legno della croce. Per sua fortuna questa scena è stata evitata a Giuseppe, ma in qualche modo lui era presente lì sul Golgota. Nel chiudere una delle sue più belle poesie, intitolata Giovanni 1,14, Borges, mette queste parole sulla bocca di Gesù: «Ricordo a volte, e ho nostalgia, / l’odore di quella bottega di falegname».
(fonte: L'Osservatore Romano 18 marzo 2024)