martedì 14 novembre 2023

L’arcivescovo Tasca: “Così la Chiesa si rinnova. La pace? Non dobbiamo mai smettere di cercarla”

L’arcivescovo Tasca: “Così la Chiesa si rinnova.
La pace? Non dobbiamo mai smettere di cercarla”


Chi avrebbe potuto immaginare, fino a ieri, un Papa che apre al battesimo ai trans? Il vento del cambiamento soffia sulla Chiesa del Sinodo e a Genova la rivoluzione ha il volto di un arcivescovo col saio, padre Marco Tasca. L’uomo che, nel giro di tre anni, ha già lasciato segni profondi. In una lunga intervista accetta di parlare a tutto campo del mondo cattolico.

Di fronte alla crisi delle vocazioni di una Chiesa che sembra in difficoltà, lei ha spinto per un maggior coinvolgimento dei laici ma ha anche chiesto ai suoi sacerdoti di non correre da una chiesa all’altra: meglio meno Messe, ma più sentite. Cosa accade?

«Appena arrivato a Genova mi sono accorto, visitando i sacerdoti delle varie zone, che era presente una vivace e attenta sensibilità all’annuncio del Vangelo che chiedeva di essere non solo appoggiata ma anche stimolata. Mi sono consultato e, insieme al consiglio episcopale e ai collaboratori, ho voluto far crescere la corresponsabilità nelle comunità parrocchiali. Ho anche chiesto ai presbiteri uno spirito missionario e evangelizzatore, una spiritualità radicata sull’ascolto della Parola e sulla celebrazione dell’Eucarestia. Mi sono accorto, infatti, che il correre e il voler rispondere immediatamente alle esigenze pratiche non sempre fa bene agli stessi presbiteri e ad ogni persona».

Nella sua Genova ha avviato anche sperimentazioni. Come quella della Prima Comunione e della Cresima in un’unica cerimonia per i ragazzi in alcune parrocchie-pilota. Perché?

«Cerchiamo di seguire le indicazioni della Conferenza episcopale italiana che indica le linee del rinnovamento della catechesi. Oggi vediamo sempre di più un abbandono del percorso catechistico dei ragazzi dopo la Prima Comunione e certamente una diminuzione anche dopo la Cresima. Per questo si è cercato di fare in modo che la catechesi abbia un’attenzione verso gli adulti e le famiglie, una preparazione legata alla vita più che al solo ricevere i sacramenti. Questo cambiamento di mentalità non è facile da concretizzare ma ho incoraggiato l’ufficio catechesi ad avviare, in alcune comunità parrocchiali, sperimentazioni che saranno poi verificate e condivise».

Lei è arrivato annunciando che la gestione della Curia sarebbe stata più collegiale.

«La mia esperienza precedente alla nomina episcopale mi ha aiutato e mi aiuta nel modo di vivere il mio servizio alla Chiesa di Genova: da questa ho imparato che la collegialità, la condivisione, il lavoro insieme è un grande dono. Per me lavorare insieme con il consiglio episcopale, anche lungamente, è un momento importante per conoscere la realtà, valutarla per giungere a scelte che non sono slegate dall’ascolto. Questo lavoro condiviso responsabilizza. E anche papa Francesco fin dall’inizio, ha voluto, con il consiglio dei cardinali comunemente chiamato” C9” e con la valorizzazione della collegialità tra gli organi di Curia grazie all’ultima riforma, sottolineare l’importanza della collaborazione. Un pensiero che mi è caro è che, prima della decisione ultima, ci sono tante altre forme di ascolto precedenti che possono portare alla decisione finale. In questo credo molto, perché è il modo che il Signore desidera oggi nel cammino per il bene della Chiesa. Ritengo che l’individualismo sia una delle malattie peggiori della nostra società contemporanea occidentale».

Parliamo dei sacerdoti e dei parroci: lei, nella quasi totalità, li ha trasferiti dalle vecchie sedi, qual è il motivo? Sono state scelte concordate con ciascuno?

«Ogni spostamento è sempre frutto di riflessione, di modifica, di condivisione e tante volte si è pensato di cambiare le decisioni prese per venire incontro a esigenze reali. I numerosi cambiamenti sono dovuti a una progettazione a lungo termine. perché ritengo che è bene che un presbitero a servizio di una comunità non diventi lui il centro della comunità, e al tempo stesso deve avere il tempo per poter servire al meglio e conoscere la realtà alla quale è chiamato a essere presenza pastorale».

Uno dei temi ricorrenti è quello del celibato dei preti: a Genova il cappellano degli ucraini è cattolico e, in quanto appartenente al rito orientale, legittimamente sposato. La questione è aperta?

«La scelta del celibato è una scelta legata alla storia della Chiesa e non strettamente legata all’ordinazione, a tal punto che abbiamo altre tradizioni, anche nel mondo cattolico, diverse. Vorrei fare mia anche la risposta che il Papa ha dato sull’argomento affermando che si tratta di una disciplina e come tale può essere oggetto di approfondimento e studio, nonostante abbia anche aggiunto che non sarà lui a compiere questa modifica. Questo tema è stato affrontato anche nell’assemblea sinodale appena conclusa dove si è chiesto di approfondire la questione, ma non ritengo sia il punto più importante per la nuova evangelizzazione del mondo contemporaneo. Anche perché, in altri Paesi dove sono presenti tradizioni cristiane che non prevedono il celibato, la crisi vocazionale e la sollecitazione all’evangelizzazione non è cambiata».

Il ruolo delle suore e delle monache può sembrare di secondo piano nella Chiesa. È davvero impossibile immaginare nel futuro il sacerdozio femminile?

«Il ruolo della donna nella chiesa è una questione non soltanto aperta, ma che oggi lo stesso Santo Padre ha voluto sollecitare. Credo stia andando sempre più, con progressione, verso una maggiore valorizzazione. Ovviamente, prima che un fatto di ruoli, credo sia una questione di identità battesimale: non si tratta di una lotta per il potere ma di una valorizzazione della natura della vocazione filiale di tutti».

Un tema delicato è la gestione dei beni ecclesiastici. Alcuni sono della Curia e altri di congregazioni religiose. Lei ha affidato mandato pieno a un suo vicario in questo settore, affidandogli il doppio ruolo di economo e responsabile della carità: sta cambiando qualcosa?

«L’onestà nella gestione dei beni ecclesiastici è un tema molto importante perché è il modo in cui si vive la carità oggi. Non è possibile predicare la salvezza delle persone se non si rispetta la loro dignità umana e cristiana e se si usa in modo disonesto il denaro. Mi ha sempre colpito come papa Francesco abbia condannato gestioni clientelari che, invece di essere a servizio dei poveri, finiscono per servire l’auto-mantenimento di strutture e burocrazie che non mettono a servizio ciò che deve essere dato secondo le intenzioni dei donatori. Seguendo questo esempio mi sembra importante, anche se non sempre facile, cercare di mettere chiarezza in tutto quello che riguarda la gestione economica di beni che per quello che riguarda la curia dipendono dal vescovo e, per quello che riguarda gli ordini e le congregazioni, dipendono dai loro superiori. In questo campo la professionalità e la competenza credo vadano al di là dell’appartenenza religiosa e, a volte, è necessario non fermarsi all’appartenenza religiosa ma avere maggiore attenzione alla competenza».

Il Sinodo proseguirà nel 2024, esistono anche movimenti critici verso papa Francesco, così come prima altri erano stati critici verso papa Benedetto. Fino a dove può arrivare la libertà di critica di chi si sente cattolico, di fronte a un pontefice? E fino a dove si possono spingere i cambiamenti e dove è necessaria la continuità?

«Ho subito abbracciato con entusiasmo, convinzione e obbedienza al Papa, il cammino sinodale sia della Chiesa universale che di quella Italiana: anche con l’aiuto di molti laici e di un’equipe diocesana veramente attenta, la nostra diocesi sta tentando di porsi su quella strada. Non ho timore delle critiche se non sono distruttive ma costruttive, se sono fatte per la comunione e non per la divisione. Possono aiutare ad allargare lo sguardo e sollecitare il discernimento. Ciò che io temo è avere posizioni ideologiche e voler cercare di condizionare l’opinione pubblica al fine di ottenere vittorie o maggioranze che a volte mi chiedo se sono legate alla comprensione della volontà del Signore per la Chiesa di oggi o, invece, nascono come reazione a forme di rivalsa che non aiutano la Chiesa a crescere per l’evangelizzazione».

La Chiesa sta cambiando?

«La Chiesa si ritrova costantemente in relazione con un mondo che cambia e quindi spesso ci si aspetta che anch’essa debba correre dietro alla società e alla sua velocità. Ma non è questo il cambiamento che ci indica papa Francesco e che prima di lui ha mostrato il Concilio Vaticano II».

Prima l’Ucraina, ora la guerra in Medio Oriente. Oggi credenti di diverse religioni e laici si uniscono chiedendo la pace.

«Credo sia fondamentale per la nostra società non dimenticare mai che non c’è mai stato un momento di vera pace dalla fine della seconda guerra mondiale. La pace più che un fatto materiale è qualcosa che nasce interiormente: certamente dobbiamo pregare per la pace nei luoghi di guerra, ma prima di tutto vorrei che imparassimo a vivere in pace nella nostra quotidianità. Invece, vedo aumentare sempre di più i conflitti all’interno delle famiglie ma anche tra i partiti politici. E tutto questo non aiuta il dialogo e la collaborazione».
(fonte: Secolo XIX, articolo di Bruno Viani 11/11/2023)