venerdì 24 novembre 2023

Giulia e Filippo: per favore allarghiamo lo sguardo!

Giulia e Filippo:
per favore allarghiamo lo sguardo!

Le reazioni di questi giorni non mi sembrano la risposta sufficiente di chi vuole davvero far sì che “non accada più”


Giulia è morta, uccisa da Filippo, suo ex fidanzato. Un esito quasi annunciato fin dai primi momenti di questa vicenda. La polizia ha raccolto già qualche dato di realtà: la ferocia e la premeditazione di Filippo sembrano sicuri. L’opinione pubblica ha già messo in atto la reazione sociale: sconcerto e orrore per i più distanti, rabbia e dolore per chi rivive esperienze personali, incomprensibilità generalizzata, seguita da fiaccolate, minuti di silenzio, laurea ad honorem. La politica ha già mostrato quale sarà la linea di intervento: utilizzo ideologico dell’evento unito a repressione con aumento delle pene e una materia in più da insegnare a scuola. Tutto, purtroppo, già visto e previsto.

Non riesco a togliermi dalla testa che queste reazioni non sono la risposta sufficiente di chi vuole davvero far sì che “non accada più”, come il padre di Giulia dichiara, ma siano segno della necessità di allargare lo sguardo. Abbiamo immediatamente categorizzato questa morte come “violenza di genere”. E tutte le reazioni sembrano concentrarsi sul complemento di specificazione, quel “di genere”, piuttosto che sul sostantivo “violenza”. Una per tutte, quella della sorella di Giulia: “Filippo non è un mostro, ma è figlio del patriarcato”. Ma ho l’impressione che fino a che confiniamo questa vicenda dentro a questa categoria ci sfugga parecchio delle dinamiche personali, relazionali e sociali che consentono questo evento.

Una regola ormai chiara, che la psicologia ci segnala, è che quando una reazione ad un evento è emotivamente e di fatto sproporzionata rispetto al contenuto del dato, siamo in presenza di motivazioni che affondano le radici ben al di là dell’evento stesso. Tradotto, uccidere Giulia in quel modo è ampiamente sproporzionato rispetto alla motivazione: essere stato lasciato. Perciò in Filippo si sono mosse altre dinamiche, non connesse direttamente con l’essere stato rifiutato da Giulia.

Cosa ha prodotto queste dinamiche dentro Filippo? Siamo davvero sicuri che tutte siano ascrivibili alla differenza di genere? Non lo sapremo mai con certezza, ma personalmente ho una ipotesi. Filippo e Giulia non sono vissuti su Marte, tutto ciò che hanno “respirato” in termini di relazioni, costruzione della propria identità, ricerca di un senso alla loro vita è fortemente connesso con il nostro modo attuale di stare al mondo. Sono figli di questo mondo, di questa cultura e di questa società. Fino a che tentiamo di incasellare prontamente, di proteggerci duramente e di usare strategicamente questi eventi, per evitare di farci un esame di coscienza collettivo, continueremo ad essere in parte responsabili. La lente di ingrandimento della differenza di genere è un pezzo di verità, che però non ci mobilità davvero rispetto alla violenza di fondo che questa nostra vita oggi mostra in mille modi diversi, e che è già divenuta ordinario cibo e possibilità reale per i nostri figli.

Per poter pianificare un gesto come quello di Filippo, bisogna aver ammesso dentro di sé che se la propria volontà viene frustrata, l’io stesso della persona è frantumato; bisogna avere incamerato l’idea che le pulsioni non si possono gestire e che farlo impedisce l’espandersi della propria identità; bisogna avere ammesso a se stessi che la propria vita vale solo per la qualità, la varietà e l’intensità delle emozioni che ci permette di vivere; bisogna credere che il tempo vale solo per il presente e che il futuro non si può progettare e perciò preoccuparsene non ha senso; bisogna immaginare che la dimensione sociale, con le sue istituzioni (famiglia, scuola, stato ecc…), è solo un accessorio alla vita dell’individuo e che quando non ne avvertiamo più l’affidabilità, dobbiamo arrangiarci da soli.

Ai miei occhi è difficile non vedere come queste ammissioni e acquisizioni sono la piattaforma di base su cui moltissimo del mercato e della cultura attuale si strutturano, sono i dogmi indiscutibili in cui la maggioranza di noi vive, chi più chi meno. La frammentazione programmatica tra mente cuore e corpo di ciascuno di noi fa il gioco del mercato che, sollecitando le nostre emozioni e i nostri istinti lasciati a sé, ci spinge a comprare e vendere tutto ciò che vuole. L’investimento del senso della nostra vita solo sull’attimo presente fa il gioco di chi prende il potere, che in questo modo giustifica l’impossibilità di scelte di lungo respiro, e dietro la necessità di occuparsi dell’emergenza coltiva i propri interessi di parte. L’impossibilità di fidarci delle istituzioni produce un isolamento dei singoli che spinge inevitabilmente a trovare improbabili soluzioni individuali a problemi comuni.

E tutti questi indicatori generano una violenza strutturale inaudita, in cui ogni essere umano fatica a vedere il proprio valore di persona. Ma proprio questi sono i paletti che delimitano quasi sempre l’orizzonte antropologico con cui diamo senso alle nostre vite di oggi. Sarebbe anche troppo semplice e scontato trovarne i riferimenti concreti e puntuali nelle comunicazioni di massa in cui siamo immersi, perciò li risparmio. Trovo, piuttosto, con grande fatica esempi in cui si mostra una possibilità diversa da questi, che sono di fatto diventati i valori che viviamo e in cui i nostri figli galleggiano da mattina a sera.

Per favore, allarghiamo lo sguardo! Non uccidiamo Giulia e Filippo di nuovo. Questa vicenda parla di noi, proviamo ad avere il coraggio di fare autocritica e rimandare un po’ le nostre reazioni impulsive stando davanti al vuoto e al silenzio che resta, per provare ad ascoltarci dentro e tra di noi un po’ più a fondo.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Gilberto Borghi 22/11/2023)