giovedì 20 aprile 2023

Tonino Bello, vescovo laico che ha insegnato la pace alla Chiesa. Intervista a Rosa Siciliano

Tonino Bello, vescovo laico
 che ha insegnato la pace alla Chiesa.
Intervista a Rosa Siciliano


Per approfondire la figura di don Tonino Bello trent’anni dopo la sua morte, Adista ha intervistato Rosa Siciliano, che ha conosciuto don Tonino e che attualmente è direttrice editoriale di Mosaico di pace, rivista promossa da Pax Christi proprio per volontà del suo ex presidente.


Rosa, raccontaci il tuo incontro con don Tonino Bello

Ho incrociato le strade di don Tonino solo negli ultimi anni della sua vita, sui sentieri di Pax Christi e nelle vie colorate dei pacifisti. Subito dopo ho intercettato la forza dirompente e la novità della sua proposta – capace di coniugare Vangelo e attivismo, contemplazione e azione, politica e nonviolenza – nelle persone che ne hanno raccolto il testimone e che per me sono stati veri maestri di vita. Sono amici che hanno vissuto con don Tonino il suo impegno, tutt’altro che facile o irenico, per costruire la pace. Erano gli anni Novanta. Il movimento per la pace in Puglia fioriva nei territori dell’Alta Murgia, in difesa dell’ambiente minacciato dalle esercitazioni militari in una zona protetta, nelle marce per la pace e nelle delegazioni nonviolente in zone in guerra. Erano gli anni della guerra in Iraq, in cui la base di Gioia del Colle con i suoi F16 era protagonista, e della guerra in Bosnia, della marcia nonviolenta dei cinquecento 500 a Sarajevo. Ed erano anche i primi anni di vita di Mosaico di pace, creatura voluta da don Tonino come spazio plurale di informazione e di incontro tra culture e persone diverse. «Rivista di strada», così era definita nel primo editoriale del settembre 1990, «costruita sulla capacità di ascoltare i segni della realtà e i suoi testimoni, di provocare reazioni, di sollecitare progetti per fare entrare sempre più nella chiesa e nella società i fermenti del Regno».

In tempi di guerra come quelli che stiamo vivendo ora, il messaggio di pace e nonviolenza di don Tonino è ancora più attuale. In cosa consiste?

Don Tonino apriva un capitolo nuovo della e nella Chiesa, e non solo in essa. Portava la Chiesa fuori dalle sagrestie e il pacifismo dentro la Chiesa. Non è un’icona, non è un santino. La forza e l’attualità di don Tonino era ed è nella proposta di un percorso, una strada, che parte e nello stesso tempo conduce a un “sogno”, un “altro mondo possibile” avremmo detto anni dopo. La pace, di fatto sinonimo di nonviolenza, è radicale, senza se e senza ma. È feriale, fatta di protesta, di denuncia e di sogno, di azione, tiene insieme le persone e i loro volti con i diritti e l’accoglienza e passa per la politica. Ma la vera novità della profezia di don Tonino era nell’essersi posto nel solco della nonviolenza, che allora non apparteneva alla tradizione e al patrimonio dei cattolici. Era un vescovo laico, nonviolento: rigettava la violenza, condannava la guerra come di mezzo risoluzione dei conflitti, denunciava il riarmo. Provocava la politica e rilanciava una proposta che partiva dai popoli e dai poveri, veri protagonisti del cambiamento. Uno dei suoi scritti più intensi è nel diario di Sarajevo, scritto il 13 dicembre 1992, pochi mesi prima di morire: «Poi rimango solo e sento per la prima volta una grande voglia di piangere. […] Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? È possibile cambiare il mondo con il gesto semplice dei disarmati?». Come non sentire l’attualità delle sue inquietudini e dei suoi interrogativi, ma anche la potenza della sua proposta nonviolenta? Le cose cambieranno «se i poveri lo vogliono». La bellezza e la forza della disobbedienza civile nonviolenta la vediamo in Iran, ad esempio, nella forza coraggiosa delle donne che scendono in piazza e che disattendono il sistema di potere che le opprime pagandone in prima persona un prezzo alto. La vediamo in Afghanistan nei movimenti di resistenza ai talebani. Quello che i “poveri” costruiscono nel silenzio dei media ha la potenza dirompente della nonviolenza. E lo vediamo nelle azioni pazienti e solide del nostro pacifismo, connesso, certo talvolta frammentato, ma lungimirante, anch’esso tutt’altro che irenico.

Una ricerca della pace che deve passare attraverso la politica…

In don Tonino c’era la ferma convinzione che la pace passa per la politica. Giustizia-pace-salvaguardia del creato vanno a braccetto e trovano piena attuazione se la politica saprà aprire le porte. La nonviolenza, quella di don Tonino ma anche quella in crediamo noi oggi, quella che ha accompagnato i partecipanti nelle cinque carovane di “Stop the war now” in Ucraina, bussa alle porte della politica. Perché le istanze ideali di risoluzione dei conflitti senza armi né violenze, di riduzione delle spese militari, di sostenibilità ambientale passano dalle vie della politica. Perché la pace deve giungere «sino ai terminali più periferici della società». E come? Con la protesta, ci dice don Tonino, con solide “sporgenze utopiche”, con l’attenzione massima al bene comune. Suo erede? Papa Francesco con la sua meravigliosa Laudato si’.

Qual è stato l’impegno di don Tonino per il disarmo?

Il progetto di pace e nonviolenza è un tutt’uno. È uno sguardo circolare sul mondo e sulla vita, in cui fini e mezzi sono coerenti, obiettivi e strategie coesi. Tutto si tiene, se si guarda alla giustizia globale, alla restituzione dei diritti negati ai popoli ultimi della storia, alla tutela dell’ambiente. Al mare che sia «arca di pace» e non «arco di guerra», che sia incontro di popoli e non cimitero, come succede nel Mediterraneo. La pace “trinitaria”, che è al cuore della pastorale e dell’azione di don Tonino, non lascia posto alcuno alle armi, alla violenza armata, alla guerra. A tutti diciamo, scriveva, «deponete le armi, sottraetevi all’oppressione dei mercanti della guerra». E di lì, a seguire, un impegno fermo per la riconversione dell’industria bellica, per la riduzione delle spese militari passando per l’obiezione fiscale, per la pace passando per l’obiezione di coscienza e persino per la diserzione. Insomma il mondo lo vedeva da sud. Forse in questo dovremmo riprendere uno sguardo diverso anche noi, meno eurocentrico. Capaci di guardare la complessità della Storia con altri occhi e da altre prospettive.

Don Tonino pensava globalmente e agiva localmente: come?

È un invito a vivere appieno il tempo e lo spazio in cui siamo, a non perdere mai la visione globale sulle cose e sul mondo e ad aver cura, nello stesso tempo, di seminare un cambiamento possibile qui e ora, agendo nel locale, nei territori, con le persone. La sua voce rivolta allora ai giovani risuona a noi tutti e tutte: attraversare questa vita in modo audace e propositivo, con sporgenze utopiche cui attaccarsi. «Meno male – diceva – che ci sono dei pazzi da slegare, da mettere in circolazione perché vadano a parlare di grandi utopie. Quello che è pericoloso, è che le grandi utopie si raffreddino nel cuore dei giovani. Io vi voglio augurare che non abbiate a perdere la dimensione della quotidianità e del sogno».

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza
(fonte: articolo di Luca Kocci Tratto da: Adista Notizie n° 14 del 15/04/2023)

Vedi anche il post precedente (all'interno altri link):