martedì 15 novembre 2022

L'orrore nelle parole

L'orrore nelle parole


Può un alto profilo istituzionale incappare in espressioni infelici? No, non può. Ma “espressioni infelici” è un eufemismo. Lo sappiamo. Conosciamo tutti, perché ha fatto il giro di giornali, radio e talk show, il modo con cui il Ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (foto) ha chiamato i migranti a cui non veniva consentito lo sbarco; qui sollevando moti di indignazione, là provocando alzatine di spalle e sorrisi di scherno. Consentitemi un giudizio radicale: l’espressione “carico residuale” è orrore puro.

Il fatto che ora la questione sia risolta – nell’unico modo in cui poteva risolversi, ovvero con lo sbarco di tutti – non depone molto a favore di una condotta più idiota che strumentale, perché anche dal punto di vista del ritorno in termini propagandistici l’operazione si è rivelata un completo fallimento. Come sempre in Italia, chi è al potere, che sia di sinistra o di destra fa poca differenza, pensa che la maggioranza del paese sia composta da pecoroni incapaci di intendere e di volere, pronti a prendere per buona ogni cosa. Ma non sfuggirà nemmeno ai sostenitori più accaniti di Fratelli d’Italia e Lega che “sbarchi selettivi” e “carico residuale” sono solo bandierine propagandistiche (piantate nella carne di qualche centinaio di disgraziati) per rassicurare gli elettori già sconcertati dalla continuità pressoché assoluta, su gran parte dei dossier rimasti aperti, del governo Meloni con il governo Draghi.

Senza entrare troppo nel merito strategico/politico, raccogliamo l’incredibile sequenza di decisioni ottuse e infelicità linguistiche a cui siamo stati esposti in questi giorni per una riflessione, ancora una volta, sulle parole.

Che non si tratti di una questione formale, del tipo “il” o “la” presidente, credo non vada messo in discussione. Qui siamo su un altro piano. Parliamo di esseri umani, non di articoli determinativi. Tant’è che Alessandro Banfi, giornalista di orientamento moderato che scrive anche su Vita, ha commentato in un modo tutt’altro che moderato: «Ci voleva un burocrate diventato ministro, come il prefetto Matteo Piantedosi, ad usare l’espressione chiave di queste ore per dire che sulle navi delle Ong bloccate nel porto di Catania, è rimasto un “carico residuale”. I migranti non sono persone, sono residui cosificati. Sono la “schiuma della terra”, come scriveva Hanna Arendt a proposito dei profughi ebrei della Seconda Guerra mondiale. Non so quale legge, trattato, governo possa ritenere giustificabile il “carico residuale”. L’Europa del dopo nazi-fascismo non dovrebbe permettere ad alcun Paese membro questa disumanità. E personalmente trovo orribilmente fuori luogo la strumentalizzazione dei giornali della destra, quando parlano di “circo dei migranti” e “ricatto”. Non hanno neanche, è il caso di dirlo, un residuo di coscienza» (su La versione di Banfi).

Qui c’è un punto dolente. Penso che da “carico residuale” a “residuo di coscienza” il passo sia, ahinoi, tutt’altro che breve. Anche perché un certo modo di intendere l’umanità – l’umanità non conforme a criteri di discendenza dal sacro suolo patrio – viene da lontano, e ha attecchito sempre più in profondità negli anni, come una gramigna del pensiero che, alimentata da un battage propagandistico martellante, ora è difficile levarsi di dosso. Ricordate cosa disse la leghista Irene Pivetti a proposito degli albanesi che arrivavano sulle coste pugliesi? Era il 27 marzo del 1997. Disse: ributtateli in mare.

Intervistato qualche giorno dopo da Gian Antonio Stella per il Corriere della Sera, «l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, reagì con sgomenta incredulità: “In mare... Così ha detto?”, poi il silenzio» (qui). Chi fosse interessato agli ultimi sviluppi biografici della nostra eroina, salutata ai tempi come una novella Giovanna d’Arco che avrebbe riportato in alto i valori della fede e riaffermato la superiorità naturale dell’uomo occidentale, può leggere qui di qualche guaio giudiziario, e ammirarla qui nei panni di Catwoman.

Ma proviamo ad andare oltre. Cerchiamo di capire di più. Penso che di fronte ad atti e parole di propaganda, di qualsiasi tipo, dovremmo sempre sforzarci di operare una distinzione tra “parole manipolatrici” e “parole rivelatrici”. Non sono affatto la stessa cosa e un po’ di discernimento, intorno a esse, potrebbe tornare utile. Le parole manipolatrici sono quelle che introducono una visione parziale del mondo dietro l’apparenza dell’oggettività. È un gioco facile, a cui si prestano molto volentieri le penne al soldo di quella parte politica che ne garantisce l’alto tenore di vita (a destra come a sinistra). La tecnica più semplice è quella dell’associazione arbitraria di concetti: mettiamo vicino alla parola “migranti” – sempre e inevitabilmente – la parola “invasione”. Facciamolo per quelle migliaia che arrivano dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente. Quello di milioni di ucraini in seguito alla guerra, invece, chiamiamolo “esodo”. Visto? Parlo sempre di gente che si sposta da un paese all’altro, ma oriento a mio piacimento la valutazione del fenomeno. Quando il mio omonimo (non parente) Stefano Zurlo scrive su il Giornale che il Papa è in sintonia con Meloni perché sull’aereo di ritorno dal Bahrein ha detto che «l’Italia non deve essere lasciata sola ad affrontare l’emergenza migranti» fa un’operazione di questo genere. Forse involontaria, certo sottile, sicuramente significativa. Il Papa ha pronunciato una frase sulla quale è d’accordo chiunque. Sul fatto che l’Italia non debba essere lasciata sola chi avrebbe mai qualcosa da obiettare? Attribuire a questo una specie di placet vaticano per il governo appare quantomeno eccessivo. Ma soprattutto è doveroso notare che il Papa, in questa occasione, non ha mai pronunciato la parola “emergenza”. Gliel’ha messa in bocca il giornalista, e questo è scorretto. Il Papa ha parlato di sfida, non di emergenza: «È una sfida, è una sfida. I migranti vanno accolti, accompagnati, promossi e integrati, se non si possono fare questi quattro passi, il lavoro con i migranti non riesce ad essere buono». Ha letto bene il Papa Stefano Zurlo? Casomai, l’intervista completa la trova qui.

L’associazione arbitraria di concetti si risolve in una specie di “attribuzione manipolativa”. Attribuisco a un nome un altro nome o un aggettivo che gli facciano compagnia. Creo un sintagma (cioè un gruppo di parole che viaggia sempre insieme) il quale orienta la lettura del termine neutro in modo inequivocabile. C’è più violenza che creatività in questo modo di far “parlare” le parole, ma le gradazioni possono essere molto differenti. Vale a dire: si può insinuare sottilmente e si può dire in modo smaccato. Sempre su il Giornale dell’8 novembre, quando ancora i migranti non erano sbarcati tutti, Fausto Biloslavo introduce una espressione che mi ero perso: “talebani dell’accoglienza”. Geniale. Perché non “nazisti della bontà”, o “satanisti del salvataggio”? Sarebbe stato ancora più efficace. Più avanti nell’articolo, il nostro si lascia andare a un commento che lascia senza fiato, non saprei dire se per il livello di intelligenza sotto la media o se per la pura cattiveria espressa: «I migranti rimasti a bordo delle quattro navi sono ancora 572. Molti sono passati per i gironi danteschi dei centri di detenzione libici oppure nei lager dei trafficanti, ma adesso, ormeggiati a Catania, sostengono di patire le pene dell’inferno» (qui). Insomma, non solo non ci ringraziano perché non li torturiamo, si lamentano pure perché non li lasciamo scendere dalle navi... che ingrati!

Un altro modo della parola manipolativa è la genericità. Spara nel mucchio, chi potrà mai contestarti se ti mantieni su un livello astratto e generalissimo? Ancora sullo stesso quotidiano trovo un articolo del direttore Augusto Minzolini che fa sorridere: «Sono in ballo una questione di principio e l’esigenza di mandare un segnale sia all’Africa sia a Bruxelles che qualcosa è cambiato, che l’Italia non vuole continuare nella politica dello struzzo sull’immigrazione» (qui). Un segnale. All’Africa. Addirittura. Nientedimeno. Uhm, no. La strada delle trattative con tutta l’Africa sembra difficoltosa. E con la sola Libia? Che ne dite? Perché Minzolini scrive “un segnale all’Africa” e non “un segnale alla Libia”? Non sarà perché, mentre il governo lucra consensi attuando politiche sadiche e illegali sulla pelle dei salvati, «negli stessi giorni, senza clamore, ma con effetti pratici ancora più perniciosi, (il governo) ha rinnovato il memorandum con la Libia, nonostante le denunce sempre più numerose, documentate e autorevoli di abusi e maltrattamenti, fino alle torture e alle uccisioni, a danno di migranti e profughi detenuti e, se in fuga, intercettati e rimandati nei centri di detenzione gestiti sia dal governo, sia da milizie locali»? (Maurizio Ambrosini su Avvenire, qui).

Altro modo: la rivelazione. Invece di stare ai fatti nudi e semplici, offri qualcosa che si nasconde, offri una costruzione più complessa che faccia sentire chi legge più sagace e, soprattutto, indipendente dai poteri oscuri che ci circondano. Daniele Capezzone, su La Verità, giornale ossimoro che pubblica storie di fantasia, ci spiega che: «La trappola è pronta e si chiama tavolo unico negoziale. L’Ue vuole spossare, con una trattativa infinita, il governo Meloni e costringerlo a scendere a compromessi sui migranti barattando concessioni su patto di stabilità, ambiente, economia ed energia. Un accerchiamento che indebolirebbe l’esecutivo esponendolo ai ricatti dell’Ue». Per Capezzone, in pratica, migranti, Ong e Ue sarebbero in combutta per intralciare le “magnifiche sorti e progressive” del Governo Meloni. Giudicate voi.

Ma le parole che manipolano, pur non innocue, sono facilmente smascherabili. Bastano un po’ di buon senso, un po’ di sensibilità umana, e una piccola calcolatrice. Dei migranti che entrano in Italia le Ong ne raccolgono appena l’11,5%. La maggior parte sbarcano in modo autonomo, a bordo di piccole imbarcazioni, o provengono via terra da altre strade, altri confini, altre disperazioni.

Le parole manipolatrici fanno parte del gioco. Chi più, chi meno, le usiamo un po’ tutti, sempre allo scopo di persuadere l’interlocutore della nostra opinione. Ma si possono smontare facilmente, come si smonta facilmente una lingua artificiale o una serie TV piena di buchi di sceneggiatura e luoghi comuni. Non è qui che attecchisce la lingua dell’orrore. È altrove. È nelle “parole rivelatrici”.

Le “parole rivelatrici” sono quelle che emergono nella comunicazione non sorvegliata. Vuoi per stanchezza, vuoi per disattenzione, vuoi per limiti espressivi radicati, è quando siamo meno lucidi che riveliamo qualcosa in più di noi stessi e di ciò che in quel momento ci sostiene. “Carico residuale”, evidentemente, non è un sintagma studiato a tavolino. Cosa rivela? Prima che una disumanità profonda, un immenso grigiore burocratico. Una storia di scartoffie da compilare e di ordini da eseguire. Una concezione della vita come fosse un magazzino da organizzare e rendere efficiente. Un senso dell’ordine non come bellezza ma come imperturbabilità, raggiunta laddove la procedura burocratica fila liscia come l’olio e ogni casella sta ben ferma al suo posto senza disturbare. “Carico residuale” rivela anche una mancanza di relazione con la parola e con il linguaggio, che sono ridotti alle loro funzioni servili; la parola è puro utensile per trasferire informazioni, così come la barretta dell’astronauta è puro utensile per trasferire nutrimento: senza storia, senza anima, senza gusto. Mi sembra di vedere il funzionario Piantedosi, ligio al dovere, che ce la mette tutta per eseguire gli ordini di Salvini e Crosetto. Uno che parla così, esegue. È il bambolotto sulle ginocchia del ventriloquo. Di suo non ci mette niente.
(fonte: Vita, articolo di Doriano Zurlo 09/11/2022)