mercoledì 23 novembre 2022

FARI DI PACE, INTANTO LA PACE - Don Mimmo Battaglia

FARI DI PACE, 
INTANTO LA PACE
Don Mimmo Battaglia,
arcivescovo di Napoli


Intervento alla manifestazione "Fari di pace"
 organizzata con Pax Christi
Napoli - 19 novembre 2022 


"Il credente sa che la pace è il suo Vangelo, dove orientare il proprio sguardo e testimoniare che solo l’amore può trasformare la terra. ... Sapere che la pace è figlia della giustizia e che per la giustizia si può costruire un mondo diverso è decisivo per l’annuncio. Non chiudere gli occhi di fronte al sopruso dei prepotenti e schierarsi al fianco degli umiliati per camminare con loro sognando una comune pace è scelta obbligata."

Intervento integrale:
“Intanto la pace: irrompe nel silenzio delle parole vuote la parola rivoluzionaria. Ogni uomo di buona volontà sa di dover lottare per la realizzazione della pace. La pace riguarda gli uomini nella loro diversità e chiama tutti a un impegno coraggioso in sua difesa, perché venga promossa in ogni luogo abitato dalla vicenda umana, e ancor più interpella tutti quando essa è seriamente a rischio. Alla fine della II guerra mondiale, il mondo, ancora attonito per le troppe atrocità vissute, si unì in un’unica speranza: “Mai più guerra!” Una speranza, allora come oggi, purtroppo tradita dall’egoismo e dagli interessi di chi non ha scrupoli, da chi offende impunemente la dignità degli ultimi per i propri guadagni, da chi non comprende che con la guerra tutto è perduto. Mai avremmo immaginato, dopo più di settant’anni dall’ultimo conflitto, di dover assistere a nuovi massacri per guerre ingiuste. Mentre si continua a discutere sulle ragioni di un intervento in Ucraina, ultimo tra tanti che, più degli altri, rischia di aprire scenari di guerra globale, mentre ci si interroga su se è giusto o meno rispondere con le armi alle atrocità perpetrate dal governo sovietico e mostrare le foto delle vittime, dei bambini feriti dal volto sgomento, terrorizzato, mentre alla televisione scorrono veloci le immagini delle rovine del Donbas, quasi si dimentica che in quegli stessi istanti la gente muore, come muore il mondo intero ogni volta che la pace viene oscurata dalla violenza, ogni volta che aldilà della presunta giustizia l’unica cosa evidente è il dolore. Pace è parola che si coniuga con giustizia. Sarebbe dei verbi essere coniugati ma se le parole servono a dichiarare concetti allora la pace sta per pacificare, rendere alla lotta la quiete. Chi di noi non sogna un tempo di pace, chi non vorrebbe per sé e per i propri cari finalmente pacificata la storia e resa felice la propria esistenza?

La scelta di non armarsi non è, come qualcuno ancora si ostina a dire, una rinuncia o addirittura un atto di viltà, perché il buon senso, la storia, l’attualità dimostrano – come del resto ribadiva il caro don Tonino Bello – che bisogna non solo «sostituire la guerra», ma creare una cultura alternativa a quella che risponda in maniera seria ed efficace a questo bisogno del nostro tempo: costruire la cultura della pace, edificare con la gentilezza e la mitezza una società in cui il più grande non schiaccia il più piccolo, non è in competizione e in concorrenza con altri, ma è un mondo in cui il più grande è colui che serve e l’altro è sempre un fratello o una sorella da amare.

La parola più alta della propria esperienza credente è aspirare alla pace, parola uguale per chi la fede non la possiede. Eppure mai parola è stata più tradita, mai più di essa compromessa dalla ricerca del solo spazio personale di soddisfazione. Chi cerca la pace la costruisce e la rende masticabile come pane condiviso. È impossibile viverla senza spartirla, è proprio scandaloso desiderala per se e per i propri senza offrirla, senza farla spaziare intorno con il coraggioso grido che la pace è carezza universale, sentiero di appartenenza all’umano, desiderio universale di amicizia.

Guardarsi intorno è la prima condizione per sapere di quale pace si tratti, di quella che fa rima con requie, preambolo della morte o di quella che sprigiona l’indignazione per la sua assenza e il suo tradimento. L’annuncio cristiano è chiaro: bisogna costruire la pace. Tuttavia benché la parola è chiara e comprensibile non è facile renderla vera nella nostra realtà quotidiana. Troppo spesso anche nelle nostre comunità si avverte un’indifferenza al valore della giustizia, si pensa che ottenuta la propria soddisfazione il resto è carta da gettare.

Guardarsi intorno e chiedersi dove indirizzare la lotta per la pace è del laico, ma il credente sa che la pace è il suo Vangelo, dove orientare il proprio sguardo e testimoniare che solo l’amore può trasformare la terra. D’altronde non si spiegherebbero scelte politiche, sociali, economiche che spesso consentono la pace per alcuni contro altri senza chiamare in causa la nostra predicazione debole, a volte complice perché incapace di sgridare il prepotente. Sapere che la pace è figlia della giustizia e che per la giustizia si può costruire un mondo diverso è decisivo per l’annuncio. Non chiudere gli occhi di fronte al sopruso dei prepotenti e schierarsi al fianco degli umiliati per camminare con loro sognando una comune pace è scelta obbligata.

La lacerante condizione di un mondo che ancora vive la tragedia della guerra e, il rischio che si possa estendere su larga scala, non può che vedere uniti gli uomini giusti che, diversamente orientati ma unitamente protesi verso il bene, sentono il bisogno di denunciare quanto siano ancora aperte e sanguinanti le piaghe della violenza delle armi, fonte di sofferenze e di povertà, di mancanza di lavoro e di dignità e di minacciosi conflitti sempre in agguato. Per questo Papa Francesco invita alla preghiera, per questo una marcia come pellegrinaggio di senso, protesta contro tutto ciò che divide gli uomini, contro un mondo che, mentre globalizza i mercati, marca le distanze tra culture, religioni e popoli; proposta di pace che nasce dal cuore di tutti gli uomini di buona volontà perché solo la pace, come l’arcobaleno, potrà dipingere con colori nuovi la storia dell’umanità. In questi giorni, in diverse piazze italiane, si sta alzando forte un grido di pace. Oggi, la nostra piccola voce si aggiunge a quella di tanti affinché non si abbassi l’attenzione ma si dia più forza a questa istanza portando il contributo delle tante associazioni che sono qui radunate, in modo particolare Pax Christi che ha promosso questa iniziativa. Solo una piccola voce che non supera il volume del fragore delle armi che in questi istanti deflagrano impetuosamente nelle guerre che sono nel mondo, nella martoriata Ucraina, ma che vuole riempire i silenzi che, tra una deflagrazione e l’altra, si innescano nella conta inesorabile e innumerevole dei morti. 
Una marcia, un grido di uomini e donne che sfilano alla ricerca di una nuova speranza: “Mai più guerra!”.

In questi giorni stiamo assistendo anche alla guerra della spartizione dei profughi, degli immigrati. Si parla di ingressi selettivi, perché nessuno li vuole; diventano merce di scambio, perché considerati scarti umani o anche carico residuale da smaltire a ogni costo. Gli Stati europei non si impegnano per gli immigrati, ma litigano, perché non vogliono il peso degli immigrati. 
Il non avere occhi nuovi! Questo è il problema. È più facile risolvere la questione rimandandoli a casa loro, perché l’ospitalità risulta più faticosa, più dispendiosa in termini economici e sociali. Ma l’ospitalità apre le porte alla pace, alla concordia, alla venuta degli Angeli, come alle querce di Mamre. Gli Angeli prospettarono un futuro di discendenza ad Abramo e Sara. Chi porta la pace, dà vita alla prosperità e rinnova le forze dell’uomo e della donna. Invece non si vuole incrociare i loro occhi, perché la nostra preoccupazione è solo per la nostra sussistenza. Non vogliamo vedere i loro occhi che chiedono solo una vita sicura e felice per il loro futuro. Don Lorenzo Milani dicava: “Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.” Non sono ladri di posti di lavoro, ma sono uomini e donne che vogliono continuare a sognare, vogliono vedere il cielo aperto per i loro figli. Uomini e donne alla deriva: volti, storie, paure, nomi, occhi, cuori, carne, ossa, anime. Sono dolore e speranza. L’oltraggio di un passato incapace di garantire un futuro. La speranza disperata di un presente che possa restituire il futuro rubato.

Sogno una città in cui chi ci arriva provenendo dalle violenze dei propri Paesi di origine possa trovare un porto franco, in cui poter avere la certezza dello sbarco perché porto sicuro, porto di pace! Vorrei che, oltre alle parole, sappiamo essere capaci di silenzio, per ascoltare realmente il silenzio dell’altro, il battito del cuore dell’altro e in quel silenzio, in quel battito, specchiarci, per dare all’altro la stessa dignità, lo stesso valore che diamo a noi stessi, e solo allora ritrovare il senso alle nostre parole. Perché le parole assumono un significato totalmente diverso se pronunciate in luoghi e contesti differenti: diritti, legalità, giustizia, sicurezza, clandestinità… significano cose diverse se pronunciate nelle nostre aule istituzionali, nei nostri salotti, nei microfoni delle sale convegni o piuttosto nel silenzio, nel buio e nel gelo di una notte in alto mare, se pronunciati da sazi o con lo stomaco vuoto, da liberi o da perseguitati. Perché le parole diventano l’arma di difesa di una democrazia in panne, diventano arma per tenere fuori le difficoltà e le differenze, diventano mura e “palle di cannone” per affondare i gommoni! Le parole pronunciate da chi è sazio, da chi, forte della propria sazietà e opulenza siede sui troni del potere, perdono la loro dignità per divenire offese. Le stesse parole a cui oggi vorremmo dare un senso diverso, più profondo, più reale. Più umano. 
L’umanità ha bisogno di Umanità.

Coraggio, allora, profeti della pace. Diciamo che ogni guerra è iniqua. Promuoviamo una cultura di pace che attraversi tutta la nostra città, tutte quante le vie del mondo. Denunciamo a chiare lettere l’ingiustizia della corsa alle armi, insorgiamo quando vengono violati i più elementari diritti umani in ogni angolo del mondo. Aiutiamo la gente distratta a rendersi conto che la fuga di milioni di persone dalle guerre e dalla fame pesa sulla coscienza di tutti. Smilitarizziamo il linguaggio. Ma non rimaniamo zitti davanti a decreti disumani. Restiamo umani. C’è una guerra che si combatte in Ucraina, una guerra ingiusta che vede un aggressore e un aggredito, dove le responsabilità sono chiare, ma c’è una guerra senza armi, che è sempre guerra: lì dove i diritti vengono calpestati, schiacciati, negati. La guerra è sempre sconfitta di ogni diritto. Non è pensabile che dalla guerra si generi un giusto diritto: avremo solo il diritto del più forte. E nulla è più pericoloso che confondere il diritto con la forza e con la popolarità.

Nella Costituzione italiana, scritta con la sofferenza di chi ancora aveva negli occhi il sangue dei tanti morti che il secondo conflitto mondiale aveva provocato, è stato introdotto il ripudio della guerra affinché non ci si pieghi più a logiche militari che istigano ad alzare la mano contro un altro uomo. Come sarebbe bello se da questa piazza si elevasse il grido al mondo intero che dalle armi non si genera vita ma morte, che dalle armi non si genera pace ma violenza, che dalle armi non si genera nulla di buono per l’uomo, per l’intero creato. Come sarebbe bello, profetico se la nostra città di Napoli fosse detta città di pace. Una città che rifiuta la guerra e i suoi strumenti diabolici, navi a propulsione nucleare o con armi atomiche a bordo, affinché mai ci sia pericolo per i milioni di abitanti che vivono in questa striscia di terra tra il mare e il vulcano; una città che promuova politiche nazionali di mediazione nei conflitti internazionali e che riduca le spese militari a vantaggio della spesa sociale; una città in cui chi arriva dalle violenze dei propri Paesi di origine possa trovare un porto franco, in cui poter avere la certezza dello sbarco perché porto sicuro, porto di pace.

A Tel Aviv, nel giorno in cui fu ucciso in un raduno pacifista il premier israeliano Yitshak Rabin, fu ritrovato tra le sue mani, un biglietto pronto per essere letto nel discorso che non ebbe termine: “Che il sole sorga, che il mattino splenda. Le preghiere più pure non ci riporteranno indietro. Nessuno ci riporterà indietro dal profondo pozzo dell’oscurità. Non la gioia della vittoria, né i canti di gloria. Così, cantate una canzone di pace. Non sussurrate una preghiera. Meglio cantare una canzone di pace. Con un grande urlo!”. Parole che oggi sembrano così lontane, offese dalla cruda realtà di guerre sempre più devastanti. Urlare la pace scriveva Rabin, uguale linguaggio usato da Papa Francesco: “In tante parti del mondo, – scrive Francesco, – sembra non conoscere sosta la grave lesione dei diritti umani fondamentali, soprattutto del diritto alla vita e di quello alla libertà di religione. Alle guerre fatte di scontri armati si aggiungono guerre meno visibili, ma non meno crudeli, che si combattono in campo economico e finanziario con mezzi altrettanto distruttivi di vite, di famiglie, di imprese”.

Urlare la pace perché possa trionfare la bellezza, dice il Papa, perché possa rinascere una speranza che dia nuova forma alla convivenza tra razze, culture, religioni, uomini e donne di questo pianeta, che finalmente sia possibile il rispetto vicendevole fondato e radicato nel cuore di ciascuno. Pace gridata dai giusti perché si possa rompere il silenzio assordante della giustizia mancata dai governi delle nazioni dominanti, perché possa irrompere, come parola rivoluzionaria, nel silenzio assordante delle parole vuote, nel tempo di quelle bugiarde fabbricate dalla politica dei corrotti. 
Il Papa ha posto la pace al centro del suo ministero apostolico, la riconciliazione tra i popoli come primario annuncio di Vangelo, invitando a casa sua, in Vaticano, governi in guerra, riaffermando con forza che la pace è possibile solo riponendo in gioco l’attitudine al confronto, un dialogo che sappia individuare le cause dell’odio che portano alla divisione. Solo il dialogo può permettere all’uomo e al mondo la suprema sicurezza. In passato le cancellerie si servivano di un ministro della guerra. Il tempo lo ha trasformato in ministero per la difesa facendo emergere nella diplomazia mondiale il convincimento che non si sarebbero mai usate armi se non quando una nazione fosse stata aggredita. Forse è il tempo di un nuovo e rivoluzionario disegno: un ministero per la pace che sappia riproporre nella laicità dello stato, la sacralità insostituibile della concordia tra gli uomini che, anche nell’avverse e contrarie opinioni, sappiano confrontarsi e arricchirsi della diversità. Ministri della pace che finalmente discutano in sede internazionale non di occupare i posti più redditizi del pianeta ma di garantire a tutti gli abitanti di questa nostra meravigliosa casa, madre terra, un luogo sicuro dove vivere. Urlare la pace per dichiarare finalmente finito il tempo in cui l’uomo, lupo per l’altro uomo, scopra la suprema bellezza della fratellanza unica via per salvare il mondo.

Il cambiamento nasce dal basso ma nasce prima ancora “da dentro”, dai cuori e dalle coscienze. Primo, le cose cambiano se le cambiamo insieme. 
Secondo, dobbiamo camminare non solo un giorno all’anno ma ogni giorno e ogni ora della nostra vita. Terzo, la pace presuppone la giustizia ma la giustizia oggi deve essere anche giustizia ambientale.
Il sogno della pace cammina con le gambe di chi la costruisce giorno per giorno nell’accoglienza, nel dare voce a tutti i calpestati della storia, nella denuncia degli interessi economici che asserviscono gli Stati e le istituzioni pubbliche a vantaggio di pochi.

Napoli oggi accende un faro di pace. Che questa luce illumini le coscienze di quanti sono offuscati dalla coltre tenebrosa della violenza e dell’odio. Che questo faro illumini i percorsi di incontro di quanti vagano nel buio della contrapposizione armata. Che questa pace si innalzi fino al cielo e ricopra la faccia della terra!”


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Servizio TGR RAI

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Al porto di Napoli la manifestazione "Fari di pace" promossa da Pax Christi e da un vasto cartello di associazioni cattoliche e laiche. Tra le richieste quella di “non autorizzare l’accesso in rada alle navi a propulsione nucleare o con armi atomiche” e che l'amministrazione cittadina aderisca, con apposita delibera, all’appello perché l'Italia sottoscriva il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, promuovendo a livello nazionale una progressiva riduzione della spesa militare a vantaggio della spesa sociale

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