sabato 19 novembre 2022

Enzo Bianchi La promessa della vita eterna

Enzo Bianchi
La promessa della vita eterna


La Repubblica - 14 Novembre 2022

Nei giorni scorsi Antonio Polito, giornalista che dice di se stesso di non avere la fede, partecipando ai funerali del diciottenne Francesco Valdisseri, con stupore ha ascoltato nella predica l’annuncio della resurrezione dai morti di Gesù, e quindi anche del giovane morto. Egli dice di aver sentito la forza del messaggio cristiano quasi sempre dimenticato, omesso, e coperto da parole consolatorie di buon senso, e si domanda perché la chiesa non riesce più ad annunciare e fare ciò che invece riusciva a piccole comunità di discepoli di Gesù in una marea pagana.

In verità la risposta è semplice: perché la chiesa è impegnata da secoli soprattutto a consolidarsi come istituzione e a sopravvivere tra le potenze di questo mondo. Per parlare in modo autorevole della resurrezione, della vita eterna, occorrerebbe invece dare in ogni discorso o attività un’attenzione, un primato, una centralità a Gesù Cristo il Signore. Ma se non si è capaci di operare nell’istituzione una conversione del genere allora inevitabilmente questo significa relegare il cristianesimo tra le religioni, una religione come tante altre.

Soprattutto in un periodo come quello attuale in cui la chiesa è devastata da scandali di ogni tipo, essa è costantemente portata a porre l’attenzione su se stessa perseguendo la postura trionfale di chi vuole contare, avere peso in questo mondo. Attualmente la chiesa non riesce a sostenere quella verità che è solo nuda e appesa a una croce. È vero che oggi in alcune terre è perseguitata, in altre marginalizzata, ma di questo non ha motivo di lamentarsi perché negli ultimi secoli ha ricercato come se fosse un suo diritto il riconoscimento e una posizione di privilegio a scapito degli altri.

Non so fino a che punto i cattolici si rendano conto che comunque da decenni hanno rivolto la loro attenzione soprattutto alla chiesa. Molto, se non tutto, è ordinato attorno alla chiesa, soggetto e oggetto di ogni attenzione, premura e sollecitudine. La domanda che Paolo VI ha posto durante l’ultimo Concilio: “Chiesa, cosa dici di te stessa?” non sembra aver ricevuto risposte non dico esaustive ma neanche affidabili, risposte che permettano di leggere la chiesa sulla falsariga del Vangelo. La chiesa e le sue strutture, la chiesa e i suoi ministri, la chiesa e la sua missione… sempre la chiesa e solo la chiesa in modo ossessivo è posta al centro di ogni discorso ecclesiale. Anche oggi, quando la chiesa si mostra poenitens, in penitenza, sprovvista di gloria e di plauso mondano, addirittura umiliata, significativamente i cristiani non si sentono solidali con i peccatori e non osano distogliere lo sguardo narcisistico da se stessi per dirigerlo verso il loro Signore.

Quest’ora di umiliazione – e anche di ingiustizia patita, che vede l’emerito Papa Benedetto trascinato in processo e tanti altri trattati come veri e propri capri espiatori – porterà a intravvedere un cammino di cambiamento per la chiesa, una chiesa che vuole rifarsi il maquillage per risplendere nel mondo? Saprà ricordarle le parole essenziali dell’annuncio della fede cristiana non affogate dalla religione? La spingerà a non sentirsi Regno di Dio, ma ad annunciare il Regno che viene? La chiesa saprà annunciare con speranza che c’è una promessa di resurrezione, di vita eterna?

Perché il cristianesimo senza la speranza nella resurrezione è miserrima religione!
(fonte: blog dell'autore)