martedì 29 novembre 2022

«DIO È AL NOSTRO SERVIZIO». LA LEZIONE DI FRANCESCO - di Matteo Zuppi

«DIO È AL NOSTRO SERVIZIO».
LA LEZIONE DI FRANCESCO
di Matteo Zuppi

Parte della prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi,
arcivescovo di Bologna e presidente della Cei,
al nuovo libro di papa Francesco:
“Ti racconto il Vangelo –
 Domenica dopo domenica, riflessioni su Matteo”
(Libreria Editrice Vaticana)



Dio è il Dio del servizio. Francesco lo dice con parole profonde: «Dio ci ha salvato servendoci. In genere pensiamo di essere noi a servire Dio. No, è lui che ci ha serviti gratuitamente, perché ci ha amati per primo. È difficile amare senza essere amati. Ed è ancora più difficile servire se non ci lasciamo servire da Dio».

Roberto Benigni, nel suo film La vita è bella, fa dire queste parole all’anziano zio che spiega al giovane cameriere la dignità del servire sul modello di Dio: «Tu stai servendo, ma non sei un servitore. Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore. Dio serve gli uomini ma non è servo degli uomini». Proprio così. Dio ci serve e ci salva. Con gratuità, senza rinfacciarci i nostri peccati, i nostri sbagli, le nostre lontananze: «Dio ci ha salvato, ci salva gratis. Non ci fa pagare – annota Francesco –. Si tratta di un principio che Dio ha usato con noi e che noi dobbiamo usare con gli altri».

Ed è proprio qui che Francesco apre un orizzonte che vale per tutti, anche per i non credenti. Perché la vocazione cristiana ha un valore universale, coinvolge tutto. Ecco la Famiglia di Dio, coloro che ascoltano e mettono in pratica il Vangelo; ecco perché la casa comune può esserlo per davvero, anche oltre l’appartenenza riconosciuta. Il Vangelo parlerà dei giusti che saranno benedetti e anche di altri che pensavano di esserlo per appartenenza, e che resteranno fuori dall’amore di Dio. Il Vangelo ha una forza che raggiunge ogni persona, genera fraternità e libera dalla prigione dell’egoismo. Questa forza diventa accoglienza, sensibilità, gratuità, legami di amore che uniscono persone altrimenti lontane, spesso anche nemiche tra loro.

In maniera netta Francesco ci spiega qual è il modus operandi del cristiano: «La logica di Dio è la logica di farsi carico dell’altro. La logica di non lavarsene le mani, la logica di non guardare da un’altra parte. Il «che si arrangino» non entra nel vocabolario cristiano». Non è un caso che Francesco sia andato a pregare sulla tomba di don Lorenzo Milani, il prete che aveva fatto del “I care” (il “mi interessa”, “mi sta a cuore”) il proprio motto, suo e dei ragazzi che a Barbiana hanno ricevuto un’educazione umana, sociale e cristiana all’altezza della sfida dei tempi.

Certo. Non dobbiamo nascondercelo. E Francesco non lo fa. Una vita impegnata nel farsi carico dell’altro e dei suoi problemi incrocia necessariamente la croce. Come potrebbe essere diverso? «Non c’è vero amore senza croce, cioè senza prezzo da pagare di persona. E lo dicono tante mamme, tanti papà che si sacrificano tanto per i figli e sopportano dei veri sacrifici, delle croci, perché amano». Che bello questo riconoscimento della vita di tanti genitori, «santi della porta accanto», che abitano i nostri quartieri e i nostri paesi, e che portano avanti la trasmissione di una generazione anche quando tutto sembra voler andare in direzione contraria!

La croce non è un incidente nel percorso cristiano, bensì la controprova che stiamo seguendo veramente le tracce di Gesù. Pierre Claverie, un vescovo francese ucciso, da martire, in Algeria negli anni Novanta, lo aveva scritto con parole bellissime: «Non c’è vita senza spogliamento, poiché non c’è vita senza amore né amore senza abbandono di ogni possesso, senza gratuità assoluta, dono di sé nella fiducia più disarmata. Amare non è forse preferire l’altro alla propria vita? Senza la morte non ci sarebbe nulla da preferire a noi stessi. Essere pronti a dare la vita per qualcuno è davvero la prova decisiva del nostro amore. Al di qua di questo dono, non abbiamo ancora amato. O, più semplicemente, non abbiamo amato che noi stessi».

Ecco. Dobbiamo aprire gli occhi e scoprire le tante persone che non amano solo se stesse bensì hanno aperto il proprio cuore, nel quotidiano, al dolore e alle gioie degli altri: «Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte!». Annunciare la vita in questo tempo di morte. I cristiani hanno questo dovere: sconfiggere il male e la morte perché hanno ricevuto una vita, la vita eterna, che si dispiega nella generosità del tempo e nella solidarietà che non tradisce. Penso ai tanti gesti di gratuità che durante la pandemia hanno costellato la nostra Italia; penso alla grande e diffusa solidarietà che si è manifestata verso gli ucraini profughi di una guerra assurda e fratricida; penso ai tanti volontari che non lasciano soli anziani, senza tetto, carcerati, persone disabili, e si fanno prossimi in una vicinanza che commuove e rinfranca.

Apriamo il cuore alla forza disarmata della Parola di Dio. Lasciamoci interrogare dalla semplicità evangelica con cui Francesco scuote un vangelo ridotto a rassicurante benessere o a mediocre e consolatoria benedizione del nostro individualismo. Lasciamoci ferire dall’amore tenero e forte di Cristo. Leggiamo e rileggiamo questi commenti di papa Francesco, perché la convinzione e la passione con cui il nostro Papa ci aiuta a vivere l’Evangelii gaudium diventi cammino e vita quotidiana.

(Fonte:  “La Stampa” del 27 novembre 2022)