lunedì 21 marzo 2022

Andrea Grillo: Dichiarazione di guerra: le parole ripugnanti e le cose da ripudiare

 Andrea Grillo
Dichiarazione di guerra:
le parole ripugnanti e le cose da ripudiare


Tra gli aspetti più singolari, a riguardo della guerra che da 25 giorni ci tocca nel vivo, sta una questione in apparenza solo “retorica” circa la definizione di ciò che accade: una operazione speciale militare è diversa da una guerra. E qui, ovviamente, la questione riguarderebbe semplicemente l’uso più o meno veritiero delle parole. Sarebbe solo una questione di “onestà”: chiamare le cose con il loro nome è il primo modo di rispettarle. Il problema, però, è più complesso, perché la guerra non è semplicemente una “cosa”. O, meglio, nel definire la guerra, dobbiamo tener conto che essendo una “azione umana complessa” non può essere definita senza che ci riferiamo alla funzione della parola e del pensiero. Poiché non si tratta semplicemente di trovare il terreno di confine tra definizioni (la differenza decisiva tra una sedia e uno sgabello è più complicata di quello che sembra) ma di scoprire a che cosa serve parlare quando si tratta della guerra. La tradizione classica “de bello” sa che la “dichiarazione di guerra” è l’atto che inaugura una guerra. Fa parte della “deontologia militare” di “entrare in guerra” con un atto formale, che passa attraverso una parola autorevole consegnata a colui che diventa, da quel momento, il nemico. E’ una formalità che parla di un certo modo di “far guerra”.

Un ricordo di famiglia di cui ho viva la memoria. Mia madre raccontava che quando Mussolini pronunciò il famoso discorso di entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno del 1940, “l’ora delle decisioni irrevocabili” da lì a 4 giorni, a Savona arrivarono i primi colpi di cannone della marina francese, che sparava dal mare di fronte alla città. E una palla di cannone centrò le “distillerie” che erano di fronte a casa nostra. La dichiarazione di guerra, ancora nel 1940, aveva aperto le ostilità. Ma la guerra, già allora, non è più quella classica. I primi colpi minacciavano direttamente la popolazione civile. Che infatti poi fu “sfollata” (i miei rifugiarono a Pianfei, in Piemonte).

Ci sono allora due questioni che si intrecciano: da un lato la “incontrollabilità” delle azioni quando non vengono definite. Una “operazione speciale militare” costituisce una libera iniziativa di uno Stato, che non deve rendere conto a nessuno. Una “dichiarazione di guerra” istituisce, anche a livello internazionale, una relazione tra fronti opposti, che si sottomettono, allo stesso tempo, alle regole del gioco. Una dichiarazione di guerra “riconosce il nemico”, cosa che non fa una “operazione speciale”. Questo primo punto si lega però al secondo.

La “dichiarazione di guerra” del passato istituiva un “campo di battaglia”. Ma le dichiarazioni successive alla I guerra mondiale, a causa dei cambiamenti tecnologici e alle nuove possibilità offerte dalla globalizzazione (di cui le guerre mondiali sono state effetto e causa), trasformarono la guerra in un’altra cosa. E nelle guerre che si sono svolte dopo la II guerra mondiale, i morti sono stati 25.000.000, di cui i militari sono una percentuale irrisoria. Le guerre, a partire dalla II guerra mondiale, producono la morte di milioni di civili inermi. Ed è questo il secondo aspetto che oggi deve essere accuratamente considerato. Le dichiarazioni non sono più necessarie e le guerre non sono più guerre, ma enormi massacri di inermi: dove gli “effetti collaterali” sono molto più grandi e potenti del target primario.

Nel nostro tempo vediamo dunque un duplice livello di questioni, legate tra loro a filo doppio, che in questa guerra portata dai russi in Ucraina appaiono con particolare evidenza:

a) da un lato la “dichiarazione” di guerra è divenuta superflua. La possibilità di una “dichiarazione” che ridimensioni il fenomeno e lo delimiti appare incongrua rispetto alle forme che la guerra ha assunto ormai da molti decenni. Se il “campo di battaglia” si estende all’intero pianeta, e se da ogni punto della terra posso colpire freddamente qualsiasi altro punto, la dichiarazione di guerra si identifica con il fatto brutale dell’atto aggressivo.

b) d’altro canto, la “guerra” – ossia l’oggetto della dichiarazione – è cambiata radicalmente. Il sapere tecnico ed etico che il mondo classico ci ha consegnato riguardava un’altra esperienza: un’accurata separazione del “fatto bellico” dalla “vita della città” aveva reso possibile una “etica della guerra” e così potevano parlare Agostino e S. Tommaso d’Aquino. In quel mondo era possibile dire:

“nocendi cupiditas, ulciscendi crudelitas, implacatus et implacabilis animus, feritas rebellandi, libido dominandi, et si qua sunt similia, haec sunt quae in bellis iure culpantur.” (Agostino)

L’unica etica della guerra possibile, oggi, è contenuta in due parole. Nel verbo che usa la Costituzione Italiana: ripudiare. E nell’aggettivo usato ieri da papa Francesco: ripugnante.

Ripudiare ciò che è ripugnante. Questo è l’imperativo categorico che chiede a tutti di uscire dal vortice di odio che l’atto irresponsabile della invasione ha portato alla sua forma bellica più crudele e più disumana, nella quale non si deve restare. Da essa occorre uscire, chiamando le cose con il loro nome e non stilizzando i concetti su modelli che non hanno più riscontro nella realtà. Le nostre esitazioni permettono il quotidiano massacro degli inermi.
(fonte: Come se non 21 marzo 2022)