lunedì 17 gennaio 2022

17 Gennaio Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei - Messaggio della CEI - Il dialogo giusto tra ebrei e cristiani di Enzo Bianchi


Il Messaggio per la Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei


Pubblichiamo il Messaggio per la 33ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (17 gennaio 2022), dal titolo: “Realizzerò la mia buona promessa” (Ger 29, 10).

La Giornata del 17 gennaio per i cristiani è un’importante occasione per curare il rispetto, il dialogo e la conoscenza della tradizione ebraica. Purtroppo in questo tempo assistiamo a deprecabili manifestazioni di cancellazione della memoria e di odio contro gli ebrei. La Giornata è una significativa opportunità per sottolineare il vincolo particolare che lega Chiesa e Israele (NA 4) e per guardare alle comunità ebraiche attuali con la certezza che «Dio continua ad operare nel popolo dell’Antica Alleanza e fa nascere tesori di saggezza che scaturiscono dal suo incontro con la Parola divina» (EG 249).

Negli ultimi anni i temi del dialogo sono stati dedicati alle Dieci parole e alle Meghilloth; ora, alla luce della pandemia e delle sue conseguenze, desideriamo intraprendere un cammino sulla Profezia. Proponiamo la lettura di un passo del profeta Geremia che ci pare particolarmente in sintonia con il tempo complesso che stiamo attraversando. Si tratta de “La lettera agli esiliati” (Ger 29,1-23).

In questa lettera Geremia reinterpreta l’esilio vissuto dal popolo quasi si trattasse di un «nuovo esodo»: Israele si trova in mezzo ai pagani, ben distante dalla «terra della promessa», senza il tempio, eppure proprio in quella situazione drammatica ritrova il senso autentico della propria vocazione. Moltiplicarsi in quella terra, «mettere radici», favorire la pace e la prosperità di tutti, ripartire dalle cose fondamentali e semplici della vita (lavoro, relazioni, casa, famiglia…): ecco la chiamata che Dio affida ai suoi. Alle indicazioni su come vivere il tempo dell’esilio è legata una promessa per il futuro: chi sceglie di conservare tutto e resta attaccato a un passato glorioso, rischia di perdere anche se stesso, mentre chi è disponibile ad abbandonare ogni falsa sicurezza riavrà i suoi giorni. A nulla serve l’illusione di poter riprendere in fretta le consuetudini amate, di fare in modo che tutto “sia come prima”.

La comunità in esilio aveva una duplice tentazione: perdere ogni speranza e costruire una comunità chiusa, distaccata e ripiegata su se stessa. Nella pandemia, come credenti, abbiamo avuto le stesse tentazioni: perdere la speranza e chiuderci in comunità sempre più autoreferenziali. Le stesse tentazioni le proviamo di fronte alla situazione di esculturazione del fenomeno religioso (o, per lo meno, del cristianesimo): rischiamo di perdere la speranza e di creare comunità sempre più chiuse in se stesse. Geremia ci invita a “stare positivamente dentro la realtà”, a mettere radici e a starci in modo “generativo”. Ecco la sfida per le religioni: uscire dal rischio della “depressione” e dell’autoreferenzialità difensiva per essere generative, capaci di lavorare per la costruzione della società e generare speranza. Come cristiani e come ebrei possiamo aiutarci ad affrontare tale sfida, perché la Promessa resta costante nella storia. Il Signore lavora per “rigenerare”, per “far ricominciare”. Egli è fedele e non abbandona il suo popolo. Ogni crisi è una buona occasione, un tempo favorevole da “non sprecare”: essere seminatori di speranza. Gli esiliati si danno da fare per il paese, lavorano, investono energie per la terra, persino pregano il Signore per il benessere di quel paese. Questo ci ricorda che “colui che viene da fuori”, l’ospite e lo straniero, è una risorsa per il paese; che lo straniero è una benedizione e che l’ospitalità, così centrale nelle tradizioni ebraica e cristiana, può essere lo “stile” con cui oggi i credenti stanno nella storia e animano la società.

La lettera di Geremia è dunque un testo che, letto a due voci in questa giornata, può aiutarci a collocare la nostra esperienza di fede nell’odierna stagione di “cambiamento d’epoca”. I temi della “ricostruzione”, della speranza, del dialogo con le realtà che ci circondano, il confronto con l’altro (anche con lo “straniero”), possono fornire spunti importanti rispetto al modo di abitare la terra. Un’ottima occasione di confronto e di dialogo. A noi cristiani cattolici possono insegnare un vero stile sinodale.

Ci rivolgiamo infine a voi, comunità ebraiche italiane, ringraziandovi per quanto rappresentate per noi, e chiedendovi di sentirvi partecipi di questo itinerario, nel quale – come ha affermato Papa Francesco – possiamo «aiutarci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola, come pure condividere molte convinzioni etiche e la comune preoccupazione per la giustizia e lo sviluppo dei popoli» (EG 249).

Roma, 24 novembre 2021
LA COMMISSIONE EPISCOPALE
PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO
01 Dicembre 2021


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Il dialogo giusto tra ebrei e cristiani
di Enzo Bianchi

(ansa)
Oggi la trentesima giornata per la conoscenza reciproca
17 GENNAIO 2022


Oggi è la giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei, istituita più di trent’anni fa, come occasione di dialogo tra queste due espressioni di fede, e di discernimento dell’antigiudaismo ancora presente nelle comunità cristiane e nella società.

Nonostante le chiese – e innanzitutto tra loro la chiesa cattolica – abbiano elaborato importanti testi dottrinali sull’identità del popolo di Israele quale popolo di Dio, e nonostante le ripetute condanne dell’antigiudaismo teologico di cui si sono nutriti per secoli i cristiani, resta ancora oggi una forma di “antigiudaismo” che talvolta emerge nella predicazione ecclesiastica. L’occasione viene quasi sempre offerta dalla lettura dei testi del Nuovo Testamento, dove sono testimoniate polemiche tra Gesù e appartenenti a movimenti e gruppi religiosi diversi.

Da sempre c’è stata la consapevolezza di una differenza tra cristiani ed ebrei, sebbene entrambi figli gemelli dell’ebraismo plurale e complesso del tempo dell’intertestamento: i movimenti spirituali dei farisei, dei sadducei, degli esseni, dei qumraniti, e altri, vivevano un grande fermento pur avendo tutti la Torah e le sante Scritture, come ispiranti la loro fede. E mentre i discepoli di Gesù mettevano al centro della loro fede proprio Gesù, confessandolo come Messia promesso dai profeti e Signore, la corrente dei farisei poneva al centro la Torah. Due vie diverse avevano imboccato questi due gemelli (non fratelli maggiori e fratelli minori, come si è giunti a dire, dimenticando forse che nella Bibbia il figlio minore scalza il maggiore!), due testimonianze in concorrenza. Il cristianesimo si è trovato da subito in opposizione all’altra espressione maggioritaria, quella dei farisei, che si è imposta, soprattutto dopo la caduta di Gerusalemme nel 70 d. C. Per giustificare la propria divisione dall’ebraismo, consumatasi con l’apertura ai goijm, alle genti, e l’abrogazione di alcune clausole della Torah, i cristiani fecero ricorso all’apologetica, fino al disprezzo, impadronendosi degli attributi dati da Dio a Israele. Videro nella distruzione di Gerusalemme e del tempio e nella diaspora degli ebrei un castigo di Dio, si sentirono il verus Israel, il popolo di Dio che ha sostituito Israele, e incolparono indistintamente i giudei dell’uccisione di Gesù. E da allora padri della chiesa, papi e concili produssero antigiudaismo teologico che si espresse anche in leggi e persecuzioni, fino a ispirare le radici dell’antisemitismo che realizzerà la Shoah.

Di questa storia papa Giovanni Paolo II ha chiesto perdono in diverse occasioni, e nella chiesa la svolta c’è stata. Purtroppo però è ancora facile nella predicazione, a partire proprio dalla lettera dei Vangeli e di Paolo, approdare a espressioni che offendono gli ebrei, espressioni che mostrano ignoranza delle Scritture e incapacità di leggerle.
Nello stesso modo, senza misconoscere che tra ebraismo e cristianesimo sono avvenute “rotture” sulla comprensione della legge, del tempo, della terra, della famiglia, si abbia cura di affermare le differenze senza comparativi e senza disprezzo per l’altra posizione.