martedì 21 dicembre 2021

Un bimbo solo sul barcone. Che sapore ha la storia accaduta in questi giorni sulle nostre coste? - Adesso almeno un nome ce l’ha “Aiutateci a trovare i genitori”

Un bimbo solo sul barcone


Che sapore ha la storia accaduta in questi giorni sulle nostre coste? Prima riassumiamola, poi avvertiamone il sapore o i sapori, nelle nostre gole.

È successo che, nel tentativo di identificare i membri di un gruppo di profughi approdati sulle nostre coste, gli operatori dello Stato italiano abbiano scoperto un bambino – ritenuto di un anno di vita o forse qualcosa meno – che viaggiava da ‘solo’. Nel linguaggio della burocrazia è un “minore non accompagnato”. Molto minore. Come ha potuto giungere all’imbarco? Impossibile, a quell’età! Figuriamoci sui moli libici e di notte!

Molti dei racconti tra i profughi che stavano con lui sul barcone, dicono che i genitori, impossibilitati dagli agenti libici a salire a bordo, hanno compiuto lo sforzo estremo: mettere in salvo il bimbo lasciandolo solo sul barcone, prima di arrendersi. La ricostruzione non è univoca, ma grosso modo si tratta di questo.

Si può immaginare un’azione furtiva di chi non ha potuto pagare gli uomini della tratta. Oppure di un gesto di speranza contro ogni speranza, quello di mettere in salvo affidando un bimbo neonato ad una imbarcazione votata al naufragio, tra gente sconosciuta: il gesto di chi ama un figlio tanto da non trattenerlo per sé in un inferno peggiore della morte; il gesto estremo che sfida la morte per un’ultima possibilità di vivere da esseri umani.

Il figlio consegnato

Ora possiamo occuparci del sapore dell’accaduto. Il primo che assale il palato prima del pensiero, è ‘biblico’. Ricordiamo tutti il racconto di Mosè salvato dalle acque del Nilo nel tempo della schiavitù del popolo ebraico. Quando faraone ordina di uccidere i bambini, Mosè viene messo nella cesta di vimini e lasciato galleggiare alla deriva sul grande fiume. La figlia di faraone lo raccoglie e lo accoglie come un figlio. Quale il sapore nella gola della madre che lo ha affidato?

Può seguire un altro sapore, di gusto evangelico. Ricordiamo Erode che cerca tutti i bambini maschi per ucciderli, Giuseppe e Maria che fuggono portando il piccolo Gesù, avvolto e nascosto. Presto riascolteremo il racconto di questo salvataggio e di questa salvezza. Quale il sapore nella gola di Maria e Giuseppe mentre fuggono?

Quindi, quale è il sapore nelle nostre gole nel conoscere questa storia del tutto contemporanea e del tutto ‘vera’?

Nella mia gola è ben presente anche un altro sapore, destato dalla figura di Enea, fuggito da Troia in fiamme, mentre porta sulle spalle il vecchio padre, Anchise e il figlio Ascanio. Da quella fuga sarebbe venuto il futuro: il racconto vuole che sia stata fondata una nuova città, una nuova civiltà.

La storia – dal gusto amaro – dell’oggi, a mio avviso, contiene chiaramente il segno del possibile naufragio o fallimento della nostra civiltà, quello stesso a cui sono stati esposti, per amore del futuro dell’umanità, Enea, Mosè e ovviamente Gesù. Oppure il segno della salvezza.

Il figlio salvato

Dobbiamo interrogarci ora a fondo sul salvataggio di questo ignoto bambino! Chi lo ha salvato? Le nostre autorità? Chi ha salvato chi? Altri bimbi ‘affidati’ potrebbero essere nel frattempo morti in naufragi rimasti senza nomi e identità, senza tentativi di soccorso, lasciati annaspare nel Grande Mare.

Questo bambino non ha un nome, non lo conosciamo. Probabilmente non sa ancora parlare, data l’età. Alcuni racconti giornalistici sulla sua storia – non molti per la verità – ci sono stati, ma più o meno del tenore: “povero piccolo… da solo ha attraversato il Grande Mare!”. D’accordo. Ma perché non parlare dei suoi genitori? Sapevano degli enormi pericoli del viaggio. Sapevano di averlo messo, con molte probabilità, sull’orlo dell’abisso della morte.

Ma sapevano anche cosa sarebbe stata la sua vita se non lo avessero fatto, almeno provato. Riusciamo a immaginare? Sentiamo il sapore? L’hanno affidato a persone sconosciute che certamente avrebbero fatto il possibile per portarlo aldilà del mare. L’hanno affidato ad una ‘bontà’ umana. Per loro – genitori – aldilà del mare c’era poi e c’è ancora – qui – la vita, qualcosa o qualcuno in cui riporre una speranza: una buona civiltà, una buona umanità. Hanno avuto ‘ragione’? Il loro bambino è arrivato sano e salvo. Qui può crescere, può vivere. Dobbiamo essere all’altezza della speranza che questi genitori hanno riposto in noi e nella nostra civiltà! Lo saremo?

C’è un altro messaggio di ‘salvezza’ che quel bimbo ci ha portato. Sappiamo – se vogliamo sapere – da dove è arrivato e a cosa è sfuggito. Possiamo ancora ignorare e tollerare di stare in un mondo in cui – dalle porte di ‘casa nostra’ – i genitori che sperano contro ogni speranza caricano i propri neonati sui barconi perché abbiano ancora una possibilità di vita?

Il bimbo e il faraone

Ora avverto un sapore in me prevalente, reso più dolce dal mio desiderio: quello di nuova Eneide e di un nuovo annuncio del bambino Gesù, insieme. Se faraone e Erode interpretano il paradigma infallibile di interpretazione della realtà che ci circonda – pensiamo a quel che accade sulla rotta balcanica, in Bosnia, tra Bielorussia e Polonia, nelle periferie siriane, nell’irachena Mosul, dalla Libia al Libano – il bambino rappresenta la venuta inattesa che nuovamente sollecita la costruzione di un’Europa che non si chiude su se stessa, bensì si apre e accoglie, ‘salva’, così salvandosi; un’Europa che si salva solo se salva le vite dei bambini e solo se salva la vita umana.

È ciò che ha detto pochi giorni prima di questa incredibile vicenda, papa Francesco, a Lesbo. Mi pare purtroppo che pochi lo abbiano ben ascoltato e ben capito. Neppure sotto Natale. Eppure continuo a desiderare.
(Fonte: SettimanaNews, articolo di Riccardo Cristiano 20/12/2021)

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Amad, il bambino di un anno arrivato da solo sul barcone.
“Aiutateci a trovare i genitori”

Separato dalla mamma alla partenza dalla Libia e approdato a Lampedusa, grazie ai compagni di traversata si sa il suo nome. Ma non dove sia la sua famiglia


Adesso almeno un nome ce l’ha, anche se per proteggerlo si è deciso al momento di non rivelarlo. Gli investigatori della squadra mobile di Agrigento lo hanno scoperto interrogando i settanta uomini che con lui sono arrivati venerdì scorso sull’isola dei Conigli a Lampedusa. Ma per conoscere la storia del “figlio del mare”, il bimbo di meno di un anno che ha viaggiato tutto solo su un barchino partito dalla Libia, bisognerà attendere che le indagini facciano il loro corso, che alle parole dei suoi compagni di viaggio si trovino riscontri.

Lui, che chiameremo Amad, un nome comune nella sua Costa d’Avorio, di certo non potrà fornirne. Così piccolo, a stento cammina, a stento parla. Chi lo ha visto dice che fa grandi sorrisi, anche se a volte si rabbuia e piange all’improvviso. Magari ricorda quel viaggio spaventoso, con le onde che quasi mangiavano la carretta del mare su cui ha attraversato il Mediterraneo. Magari sente la mancanza della mamma.

I suoi compagni di viaggio, tutti uomini, raccontano che anche lei — una giovane ragazza ivoriana — era pronta ad imbarcarsi, ma su un gommone diverso. Alla partenza però ci sarebbero stati problemi, quel guscio di noce — precario, instabile — avrebbe iniziato a beccheggiare, molti sarebbero caduti in acqua. E fra quei molti c’era anche lei, che avrebbe preferito affidare il suo bimbo a chi quella traversata era pronto a farla davvero, piuttosto che farlo restare in Libia un minuto di più.

A quegli uomini, forse diventati famiglia nei mesi o anni di prigionia, ha affidato suo figlio, la sua storia, la speranza di saperlo al di là del Mediterraneo, al sicuro. O almeno, loro così dicono e tutto dovrà essere verificato con cura e attenzione.

Se ne occupa la procura per i minorenni di Palermo guidata da Claudia Caramanna, che segue personalmente il fascicolo e ha chiesto ai suoi il massimo riserbo. La priorità — è stato l’ordine — è proteggere quel bambino che ha già subito troppo. Appena arrivato, come da prassi, è stato immediatamente affidato ad un tutore scelto da uno specifico elenco di professionisti, formati per assistere minori che attraversano il Mediterraneo senza i genitori. «Anche se questa — dicono — è una situazione del tutto inedita». Tre mesi fa, da un barchino era sceso un bambino di otto anni, partito dalla Libia senza nessuno. In agosto invece, fra i minori non accompagnati sbarcati a Pozzallo, c’era un ragazzino di undici anni che ha raccontato di essere partito da solo quattro anni prima dal suo villaggio in Eritrea. «Storie a cui purtroppo rischiamo di abituarci — dicono gli operatori delle ong che lavorano a Lampedusa — ma un bambino di un anno che arriva da solo è inconcepibile».

Dall’hotspot dell’isola, dove ha passato le prime ore insieme ad un’educatrice che dal momento dello sbarco si è presa cura di lui, è stato trasferito in una struttura protetta per il periodo di quarantena obbligatoria. Con loro, c’è anche una persona che giura di essere un parente lontano, ma anche di questo per adesso non si ha alcuna certezza. È un altro aspetto su cui si dovrà fare luce, mentre si tenta di rintracciare i genitori di Amad. O meglio, si lavora per capire se siano ancora vivi, o se magari ci sia un parente che di lui possa prendersi cura. Ricerche che rischiano di essere lunghe, complesse, forse impossibili. E nel frattempo? Fino alla fine della quarantena, di certo il piccolo starà nella struttura in cui è stato trasferito. Dopo, si capirà. Per bambini più grandi le opzioni possono essere diverse, alcuni vanno in istituto, altri vengono accolti in famiglie affidatarie. Ma il “figlio del mare”, nel giro di qualche ora diventato un po’ figlio di tutti a Lampedusa, è un caso unico. Mai prima un bambino così piccolo aveva attraversato da solo il Mediterraneo.

«È raccapricciante che le persone siano obbligate a scelte di questo genere. Che uno o due genitori decidano di separarsi dal loro bambino pur di dargli la speranza di un futuro migliore lontano da quel Paese, è un enorme atto d’amore che fa comprendere che situazione aberrante ci sia in Libia e quanto sia necessario consolidare i canali umanitari» dice Chiara Cardoletti, rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino di Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati. «Adesso la priorità — sottolinea — è che si attivino tutti i canali necessari per rintracciare i genitori del bambino. Siamo certi che l’Italia farà il possibile, ma anche le organizzazioni della società civile possono dare un grande contributo attivando i propri canali. Ma soprattutto abbiamo la responsabilità di stare vicini e aiutare questo piccolino in un momento così delicato».
(fonte: Repubblica, articolo di Alessia Candido 21/12/2021)