venerdì 17 dicembre 2021

A 25 anni dalla morte di don Giuseppe Dossetti - don Matteo Zuppi, Cardinale

A 25 anni dalla morte di don Giuseppe Dossetti
don Matteo Zuppi, Cardinale
Omelia del 12.12.2021
Cattedrale di Bologna

Foto di repertorio

“Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino”. Tutta la nostra vita può rallegrarsi. È un invito che può sembrare irrispettoso di tanto facile vittimismo, visto che siamo davanti a qualche difficoltà. Possiamo rallegrarci o essere sempre lieti quando ci dobbiamo confrontare con la sofferenza di persone care o con situazioni dolorose che arrivano a nascondere il valore stesso della vita? La Parola del Signore non garantisce invulnerabilità, anzi Gesù stesso diventa scandalosamente fragile, oggetto di scherno, umiliato, senza più volto di uomo, Lui che ci fa trovare l’umanità ed è il Figlio dell’Uomo.

Come essere lieti quando le ragioni per essere tristi (e quindi fragili) e disillusi sono forti confrontate con l’irrazionalità che condiziona la volontà di tanti e sciupa opportunità decisive? Come rallegrarci quando l’uomo finisce schiavo della sua stessa forza, ostaggio della violenza che si impadronisce delle relazioni e le condiziona, quando ci si abitua allo scandalo della sofferenza del prossimo e l’indifferenza cancella i sentimenti più umani di pietà e di compassione e i diritti elementari decisivi per tutti? Possiamo essere lieti quando l’arroganza del furbo schiaccia l’intelligenza del sapiente, lo stolto irride il giusto e fa apparire inutile lo sforzo di seguire il Signore e i suoi comandamenti? 
Sì, possiamo rallegrarci, e farlo ci rende forti, più resistenti al male.

La gioia è la promessa dell’avvento, che ci sveglia dal sonno delle abitudini, aiuta a prepararci alla letizia e a farlo sempre, anche quando sembra impossibile cambiare qualcosa. Nicodemo cerca Gesù con raffinata intelligenza, onesto conoscitore di se stesso e dei suoi limiti, inquieto cercatore di speranza, consapevole di sé ma ignorante dell’amore vero, ben più grande di lui e l’unico che trasforma la vita e che rende piena la sua intelligenza proprio perché non lo possiede e non lo conosce, il vento dell’amore di Dio, Spirito di vita che non sa da dove viene e dove va, eppure a cui affidarsi perché rigenera quello che è vecchio. Solo abbandonandosi all’amore l’intelligenza trova la sua pienezza. Ci rallegriamo come bambini che non hanno trovato tutte le risposte, ma hanno incontrato l’amore di cui avevano bisogno, si affidano al Verbo che continua a chiamare con la passione e l’illusione dell’inizio e dona un amore che si realizza proprio nella nostra vulnerabilità e povertà.

La gioia è sempre un abbandono di sé, faticoso per chi confida nella sua forza e perfezione, perché l’amore è gratuito, senza merito, perfezione di un abbraccio inatteso e di sola misericordia, solo per grazia, offerto da un Dio che vuole che la sua gioia sia in noi e che la nostra gioia sia piena. Spesso siamo resi deboli dalla complessità delle situazioni e le affrontiamo senza gioia e quindi più fragili, perché è vero che la gioia del Signore è la nostra forza.

“Quando un discorso che si pretenda cristiano non contenga abbastanza facilmente evidenziato, abbastanza chiaramente in rilievo, l’elemento della gioia, dal punto di vista cristiano è un discorso che si squalifica perché non è evangelo” e perché “per raggiungere la gioia bisogna fare una scelta”, perché “la gioia è garantita dall’obbedienza a Dio, irrevocabile, definitiva”, affermava don Giuseppe. Ecco, don Giuseppe, con chiarezza lucida e penetrante e con tutta la sua vita, ci aiuta a trovare la gioia e ce la ricorda in questa domenica a 25 anni dalla sua morte. Il ricordo è una presenza che si trasforma come l’amore: non si perde, e come il seme non smette di dare frutti. Possiamo comprendere con forse maggiore lucidità e larghezza la sua testimonianza, ricordo che ci aiuta a trovare le risposte necessarie oggi. I doni continuano se li facciamo fruttare, perché il carisma è dono per donare, seme che don Giuseppe non ha avuto paura di fare cadere in terra per dare frutto.

Nell’avvento incontriamo Giovanni Battista, uomo esigente perché pieno di passione (altrimenti anche noi vedremmo nel deserto solo una canna sbattuta dal vento o, come quei ragazzi descritti da Gesù sempre scontenti, uno che non mangia e non beve), che abita il deserto non per scappare dal mondo, ma per cambiarlo, per combattere il male che rende la vita priva di vita, per prepararvi l’incontro con il Signore, quel Gesù che aspettava e che indicò presente nel mondo. Non c’è Natale, non inizia vita nuova, senza il rigore di Giovanni Battista che prepara quello che ancora non c’è, che non scappa dal mondo ma entra nei luoghi più duri delle sue contraddizioni per trasformarlo, per renderlo un giardino. L’avvento significa, però, anche che non c’è rigore e severità che non termini nella gioia del cielo e della terra, degli umili come dei sapienti, che rende tutti piccoli come Betlemme.

Don Giuseppe è stato un Giovanni Battista che ha indicato a tantissimi, sempre con umanità, con rigore appassionato, senza compromessi, Colui che doveva venire, l’atteso, il solo che compie le promesse e libera dalle illusioni, l’amore che permette di spezzare le catene delle idolatrie e di essere liberi dai padroni di questo mondo, persone, ideologie, dipendenze, pervasivo pensiero comune. 
“Mi gira molto per la testa il pensiero che forse noi stessi non siamo ancora abbastanza convinti della libertà che ci è donata in Cristo. Non ne siamo abbastanza convinti e quindi ci lasciamo schiavizzare da tante cose, troppe; di fronte alle quali non sappiamo reagire e ci diamo per sconfitti, come se non avessimo le forze per resistere, mentre ne abbiamo tantissime che ci sono elargite dal Signore. Per potere amare veramente – amare Dio con tutto il cuore – bisogna essere liberi della libertà con cui Dio ci ha liberato e vantarcene, ma non in modo umano. Liberi, dunque, con umiltà, con delicatezza, con rispetto verso l’altro”, affermava don Giuseppe. È stata una libertà conquistata a caro prezzo da Gesù e difesa a caro prezzo da chi lo segue, perché la libertà lo richiede. Il centro di tutto e di tutti è sempre Lui, orientamento che permette di vivere assieme coscienza e ricerca, obbedienza e libertà, fedeltà e rinnovamento.

Dossetti è stato proprio l’uomo dell’avvento, forte del già, ma anche pieno di speranza per il non ancora che sta venendo, inquieto come chi non può e non vuole accontentarsi di misure modeste, rispettoso ma senza compromessi mediocri, esigente come un amore assoluto può essere, attento e premuroso come un padre sensibile e tenerissimo. È stato uomo dell’avvento come la sentinella che sa che c’è la luce e nella notte l’aspetta e la indica nel profondo del buio, che non si addormenta cullato dalle tenebre, perché nel cuore la porta con sé e non accetta le tenebre. Come Giovanni Battista nel deserto del mondo ha vissuto attento a cercare i segni dei tempi per orientarsi, sapendo che sarà trasformato in giardino, lavorando sempre e ovunque perché avvenga, scendendo nelle pieghe della storia perché in queste si riveli la presenza della sapienza di Dio, per incontrarlo nei poveri suoi fratelli più piccoli, per capire i segni che compiono l’avvento. E anche lui, come Giovanni Battista, ha speranza che tutto e tutti possano cambiare, anche i soldati, i pubblicani, che nessuno è estraneo se apre il suo cuore senza aggiustamenti, furbizie, opacità, semplicemente facendosi attraversare da Lui. E proprio per questo libero, senza riserve e ipocrisie così frequenti nel mondo e nel nostro mondo. Il suo senso ecclesiale senza cedevolezze, al quale nessuno poteva rimproverare certo qualche compromesso, affatto rinunciatario della propria coscienza, era più obbediente di tanti ipocriti che riducevano l’obbedienza ad opportunismo e che poi in realtà facevano come volevano o trovavano la strada per imporre surrettiziamente la propria volontà con abilità umane che non hanno niente di spirituale.

Il personale per don Giuseppe era sempre intimamente ecclesiale, pagato di persona. Questo ha molto da indicare oggi, in un senso ecclesiale individualizzato e spesso segnato da tanto protagonismo, con divisioni che non sono mai accettabili e con la tentazione di accettare parallelismi che svuotano la comunione. Don Giuseppe continua ad aiutarci a pregare, a conoscere la Parola di Dio e a penetrarla con l’intelligenza della storia, perché per lui la coscienza non è certo occasione di autonomia di una maturità individualista e salottiera ma sempre nella lotta appassionata e a mani nude dentro il deserto. La sua era una ricerca orientata verso l’alto e proprio per questo aperta nella storia.

Giuseppe Dossetti ha vissuto in tempi di crisi come uomo dell’attesa e delle scelte grandi, l’unico modo per affrontarli e per farne qualcosa di generativo. Ha elaborato e vissuto una particolare teologia della storia tutta centrata su una lettura continua, orante della Parola, intransigente per riconoscere i segni dei tempi, perché la Parola è centro della coscienza, della comunità, della dialettica storica. Tutte le sue discese nella storia sono state possibili solo con l’ausilio della Parola. Bibbia e giornale. Da questo possono e forse debbono essere scritti altri libri bianchi per concorrere senza paura e con sapienza alla costruzione della città degli uomini e per aiutare in questo smarrimento generale a trovare soluzioni alte, possibili, umane, capaci di rendere la città per gli uomini, la terra una casa comune abitata da Fratelli tutti per rispondere ai suoi bisogni con attenzione sociale e civile. E nel nostro cammino quanto è importante una famiglia di uomini e donne come voi in preghiera e dentro la vita, non a caso famiglia con componenti diverse, tutte importanti e legate assieme, realtà sinodali ante litteram per loro stessa natura, così inclusive dei vari carismi. Don Giuseppe ci ricorda la piena responsabilità personale, ma mai individuale, l’attenzione alla comunione ma sempre ricchezza nella diversità. Vi chiedo: siate sempre intransigenti difensori della comunione anche a costo di umiliazione, come avvenuto a volte per lui figlio di questa madre che talora l’ha trattato da maestra e poco da madre o senza tener conto le conseguenze della distanza verso di lui.

“La mia non è mai stata una ricerca privata, intesa come anelito individuale a Dio e neppure come aspirazione di un piccolo gruppo elitario più o meno separato, ma si è posta in sinu ecclesiæ con immediatezza e totalità sino ad assumere, come suo punto di partenza e come costante condizione del suo esito, il rapporto di obbedienza rigorosa a un vescovo e quindi il rapporto effettivo con l’intera sua Chiesa”. Allora, che cosa dobbiamo fare, ci verrebbe da chiedere, perché la luce del Natale illumini il buio profondo del mondo, vincendo il rischio di abituarsi alle tenebre, di non comprendere la lotta decisiva tra queste e la luce?

Don Giuseppe continua con forza e tenerezza a spingere i cristiani ad un profondo ripensamento del proprio ruolo pubblico, liberi dalla cristianità ma testimoni e seminatori del cristianesimo in un mondo che è cambiato, con un appello ad una conversione profonda, spirituale ed etica, interiore e di servizio alla persona.

“In futuro non avremo più il conforto dei piccoli nidi sociali, delle ultime nicchie che facevano un certo tepore. Di fronte alle difficoltà dovremo esclusivamente contare sulla Parola del Signore, sull’Evangelo riflettuto, meditato, assimilato. Siamo destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura e nuda”. Parola di Dio e intelligenza della storia perché avvenga come quello descritto da lui quasi alla fine dei suoi giorni: “Credo di aver raggiunto il vertice di una fraternità semplice e vera quale, forse, l’ho sognata spesse volte ma mai sentita così pienamente realizzata, sia pure senza potere viverla, senza ombre e senza diaframmi, per pura Grazia di Dio, del Cristo Crocifisso e Risorto e della Santissima Sua Mamma”. Il Signore ci benedica e tu aiutaci a cercare nel deserto del mondo il giardino della presenza di Dio.