mercoledì 23 dicembre 2020

"NATALE, VECCHIE IPOCRISIE E NUOVE SFIDE" di Luigi Alici

"NATALE, 
VECCHIE IPOCRISIE 
E NUOVE SFIDE" 
di Luigi Alici



In una società complessa la semplicità evangelica è una merce rara, e proprio perciò particolarmente preziosa. In questi giorni la migliore stampa cattolica ce lo conferma: le varie rubriche di lettere al direttore sono uno specchio onesto e fedele della distanza fra una religiosità visceralmente abbarbicata alle proprie abitudini e una fede che non rinuncia a fare sintesi fra l'altezza inarrivabile della Parola e la fragilità divisa della vita. 
Due "cavalli di battaglia" dei cristiani che si sentono "traditi" dalla Chiesa sono quest'anno soprattutto la messa di mezzanotte e la preghiera del Padre nostro. Si leggono parole che feriscono: le "gerarchie ecclesiastiche" avrebbero "venduto" al potere politico la celebrazione di mezzanotte, rinunciando a una tutela gelosa e intransigente del sacro, e si divertirebbero, "senza sentire nessuno", a disorientare i buoni e bravi fedeli, addomesticando il Padre nostro, fino a tradirlo clamorosamente. 
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Queste due preoccupazioni assomigliano molto - a parti rovesciate - alle reazioni del mondo pagano dopo il sacco di Roma del 410, che Agostino stigmatizzò duramente nel De civitate Dei: Roma era caduta in disgrazia per aver voltato le spalle alle proprie tradizioni religiose, arrendendosi al nuovo che stava avanzando (in quel caso il cristianesimo).

C'è da riflettere sui paradossi di una religione senza fede, che ripropone le medesime obiezioni di stampo etnico proprie di mondi religiosi ormai morti e sepolti; nello specifico, sognando l'autoritarismo e invocando strumentalmente una "consultazione democratica" solo quando il papa non ci piace. Molte di queste lettere fanno cadere letteralmente le braccia: le stesse persone che si preoccupano della nascita di Gesù bambino a mezzanotte magari non hanno battuto ciglio per la rinuncia nello scorso aprile - forse per la prima volta in forma così generalizzata - alle celebrazioni del triduo pasquale, senza avere la più pallida idea della sua centralità teologica ed ecclesiale. Si potrebbe anche aggiungere, per il Padre nostro, che il nuovo messale si limita a recepire l'ultima traduzione della Bibbia che risale al 2008 (!). Ma da quanto tempo queste persone non prendono in mano la Scrittura?
Nello stesso tempo, sulla medesina stampa non mancano interessanti rubriche che segnalano, in epoca di distanziamento, la ricerca coraggiosa di nuove strade nella celebrazione, nell'annuncio e nella catechesi, così come nella testimonianza della carità, manifestando l'inventività, l'impegno, la forza della sperimentazione in comunità che non si lasciano paralizzare dalla paura.
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Quando la barca è sballottata nel mare in tempesta, c'è chi perde la fiducia e comincia a protestare, diventando sempre meno collaborativo, fino a remare contro; c'è invece chi accetta di mettersi in gioco e riesce a trovare dentro di sé motivazioni profonde ed energie insperate, che ispirano fiducia e collaborazione.

In tempo di pandemia, il Natale, da sempre vissuto come la festa degli incontri, dei doni e della rinascita, radicalizza questa sfida, tende a estremizzare le posizioni, mescolando atteggiamenti di forte responsabilità e solidarietà con forme di attaccamento quasi maniacale a usanze ormai consacrate. Da un lato, per il bene di tutti si è disposti a sacrifici eroici, dall'altro anche il cenone può diventare un dogma di fede proprio come la messa di mezzanotte.
Siamo immersi nella complessità: non possiamo introdurre semplificazioni manichee tra buoni e cattivi, e nemmeno però aumentare la confusione equiparando atteggiamenti tanto diversi. In un mare in tempesta affogano tutti allo stesso modo: sia quanti si irrigidiscono, inseguendo schemi ideologici e semplificati, e combattendo nemici immaginari che impedirebbero il ritorno a una rassicurante nicchia tribale (che forse non è mai esistita); sia, al contrario, quanti minimizzano, tuffandosi allegramente in mezzo ai marosi con l'illusione disastrosa di divertirsi a ondeggiare a vita dentro un fortunale.
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La semplicità è un'altra cosa: non ha nulla a che fare né con le semplificazioni viscerali né con il nichilismo gaio del "va tutto bene". L'evento dell'incarnazione, di cui il Natale rappresenta il primo passo decisivo, ne è la testimonianza più alta. 
Semplicità, semplicità assoluta e proprio per questo scandalosa, insopportabile. 
Gratuità infinita, a ogni costo, sconveniente fino al sacrificio totale. 
Il Natale come evento di grazia allo stato puro è uno scandalo nel senso evangelico del termine, direbbe Kierkegaard: una pietra d'inciampo per la nostra poca fede, che provoca un bisogno disperato di nascondere, mascherare, insabbiare lo scandalo dietro una valanga di paraventi sgargianti e pacchiani. Addobbi kitsch, luci frenetiche come le nostre nevrosi e picchi di colesterolo non sono altro che tentativi patetici di allestire per Natale un presepe folcloristico e indolore, in cui c'è di tutto ma manca Lui: il Bambino che incarna l'inaudito. 
Chi non andrebbe incontro a uno zio miliardario che ti porta in anticipo l'eredità? Chi volterebbe le spalle a un luminare della medicina capace di ridarti la salute gravemente compromessa? Eppure, Lui, che "per tutta la vita non ha fatto altro che discendere (Ch. de Foucauld), viene a portarti a casa, gratis, nientedimeno che la salvezza e tu non hai voglia di proporgli nemmeno un sottoscala!? 
Intendiamoci, nella terra di mezzo in cui abitiamo, il puro e l’impuro sono spesso mescolati: il senso della festa e lo scambio dei doni per un verso ci avvicinano al Natale, ma per altro verso sono sporcati da retropensieri di convenienza che ce ne allontanano (“Per loro spendiamo un po’ di più, ci hanno fatto sempre regali così costosi…").

Ecco la nostra strategia perdente: complicarsi la vita per oscurare la semplicità, e poi magari lamentarsi di una società troppo complessa.

Abbiamo molta strada da percorrere. 
Ha scritto Thomas Fuller: “Tutto è difficile prima di essere semplice”.

(Fonte: blog)