martedì 14 luglio 2020

"Foibe, quelle mani unite che chiudono l’era delle incomprensioni" di Franco Cardini

Foibe, quelle mani unite 
che chiudono l’era delle incomprensioni

di Franco Cardini


Non è certo il caso – non lo è mai – di lasciarsi andare a commozioni deamicisiane. Con tutto ciò, e proprio perché tutto sommato le storie nordadriatiche non sono più troppo di moda fra gli italiani e i giovani in particolare non ne sanno nulla, l’evento che ha visto l’incontro fra il nostro presidente e quello sloveno è stato davvero qualcosa di molto intenso. E, diciamolo pure, di civicamente esemplare.

Ora che Italia e Slovenia possono guardarsi da alcuni anni tranquillamente negli occhi e riconoscere le affinità maturate nei secoli da una forte diversità di lingua e di costumi accompagnata però da una straordinaria vicinanza territoriale e ambientale e da una storia in parte parallela, in parte comune, siamo in grado di riconoscere anche le incomprensioni e le inimicizie passate e di giudicarle serenamente, in un quadro di sincera reciprocità. 
Qui, in questa bella cuspide adriatica dove il mare incontra la molteplicità etnica unita alla prossimità economica e territoriale, si ha modo di guardare sul serio alle prospettive di quell’unità interetnica e sovraetnica che purtroppo per intere generazioni siamo stati abituati a disconoscere a addirittura maledire nel nome di un aprioristico lealismo nei confronti di rispettive “patrie” ch’erano però – riconosciamolo – entrambe remote e ingrate, esigenti nel chiedere e avare, ingrate quando si trattava di dare. L’esperienza ancora fragile e imperfetta dell’Unione Europea, con tutti i suoi difetti, torna tuttavia a insegnarci che quel che da soli è difficile conseguire diventa a portata di mano se ci mettiamo insieme. 

Per secoli veneto-giuliani, dalmati, istriani, sloveni e croati si sono trovati insieme in uno straordinario mosaico etnolinguistico: e accanto a loro, vicini a loro, v’erano ancora ebrei, nuclei serbi, piccole comunità tzigane, gruppetti di ungheresi e di tedeschi; e ancora, un po’ più discosti – ma non troppo – serbi ortodossi. Un’insalata mista di microcomunità ch’era da capogiro. Un po’ più a sud, qualcosa del genere si verificava nei balcani: e difatti, com’è noto, macedonia è il nome di una realtà regionale-nazionale, ma anche di una miscela di differenti tabacchi e di un’insalata di frutta. Proprio così. 

Ebbene: questa miscela fatta di operai, di cantieristi, di commercianti, di artigiani, di contadini, di vignaioli, ha convissuto per circa settecento anni: dal Trecento, quando continue piccole migrazioni e mutamenti istituzionali l’hanno mischiata e lavorata quasi per caso mentre l’impero romano-germanico e il suo incredibile sistema di microlibertà e di autogoverno locali ne consentiva la convivenza serena e a tratti – corsari e incursori turchi a parte – quasi felice. Dopo la ventata napoleonica, il vecchio Sacro Romano Impero si ricostituì abbastanza facilmente, sempre sotto la dinastia asburgica – forse non particolarmente amata, sempre però stimata e rispettata per il suo “Buon Governo” – e nel nuovo contenitore dell’impero d’Austria, dal 1867 riciclato come duplice monarchia austrungarica. 

Certo, al febbre romantico-risorgimentale infiammò anche qui qualche giovane petto. I giovani friulani e giuliani, che non si sarebbero mai voluti riunire sotto il vessillo del leone di San Marco, impararono a fremere per il tricolore; e d’altra parte sloveni e croati, tiepidi con l’Austria e delusi dall’Ungheria, cominciavano a guardare al panslavismo che stava crescendo ad est e del quale la Russia si proclamava Grande Madre. Ma l’orso zarista faceva paura: da queste aprti si pensava ad altri piccoli paesi, ad altre piccole patrie, agli slovacchi che parlavano un idioma ancor più prossimo allo sloveno di quanto non fosse il croato, ai raffinati boemi che chiamavano se stessi “Czechi”, magari perfino ai lusaziani e ai galiziani ch’erano quasi polacchi… perché mai non si sarebbe potuta creare una patria slava, magari da accompagnare a quella austrotedesca e a quella ungherese in una monarchia non più bicefala bensì tricefalica? 

Il biennio 1914-1915, con la guerra austro-russa poi divenuta europea e con l’entrata in guerra dell’Italia, che corse sollecita allo “strappo” con quelli ch’erano stati fino a poco prima i “fratelli slavi”, pose fine a quelle illusioni. Ci trovammo in trincea su opposti fronti. Poi, il dopoguerra fascista fu da queste parti caratterizzato dall’invasione” d’italiani che parlavano un idioma solo teoricamente simile a quello deu friulani e dei giuliani: italiani altezzosi, prepotenti, arcigni e – a differenza dei vecchi funzionari asburgici – poco corretti, sovente anzi disonesti. La seconda guerra mondiale significò persecuzioni, ferocia delle milizia collaborazioniste e poi dei partigiani: non si può né giustificare né dimenticare la risiera di San Saba, ma neppure le foibe. Non si possono dimenticare i fascisti che collaboravano con gli ustascia croati e al “croci frecciate” ungheresi, ma nemmeno i comunisti di Tito che volevano portare nella loro patria jugoslava una fetta d’Italia che da Trieste andava a Monfalcone. 

Eppure, secoli di vita comune continuavano ad avere il loro significato. Era, se volete, un fatto di pelle e di sapori: la grappa e la slivovitza si somigliano molto più di quanto la prima non somigli al marsala e la seconda alla vodka. L’inquadramento nello stato “nazionale”, qui nella frastagliata frontiera di due stati diversi ed estranei, non funzionava. Che cosa decide chi è tuo fratello, il colore di una bandiera e le parole su una carta d’identità oppure secoli vissuti gomito a gomito pur parlando lingue diverse? 

Non sappiamo che cosa si siano detti il nostro presidente e quello sloveno. Forse hanno avuto poco tempo per prepararsi, per studiarsi. Ma in questo momento nel quale l’Unione Europea sembra stanca e crescono scetticismo e disincanto, il loro incontro e il loro sorriso ci dà speranza. Forse si può davvero riuscire a capirci e a rispettarci. La comprensione e il rispetto reciproci sono basi di partenza per molte cose. 
(fonte: Editoriale del Messaggero 14/07/2020)