sabato 30 maggio 2020

Perché preghiamo durante una pandemia globale di Blase J. Cupich e Nathanael Symeonides

Perché preghiamo 
durante una pandemia globale
di Blase J. Cupich e Nathanael Symeonides



In tempi di grande incertezza, inevitabilmente affiorano brevi momenti significativi che ci invitano a vedere la situazione presente in modo diverso.

Uno di questi momenti è stato catturato in una foto recente di due uomini in preghiera. Guardando più da vicino si nota che uno dei due è ebreo e l’altro musulmano, entrambi paramedici in Israele. È difficile discernere l’insostenibile pressione e l’insopportabile tristezza che i due operatori probabilmente hanno vissuto. Ma sono lì insieme, uniti in una missione comune e al centro di un luogo di pace prima di riprendere volontariamente un’altra straziante giornata di lavoro.

Non è insolito che le persone ricorrano alla preghiera in tempi difficili. Di recente un economista dell’università di Copenaghen ha rilevato che è aumentato il numero di persone che si rivolgono alla religione per affrontare la situazione, mentre le ricerche di preghiere via internet lo scorso mese hanno raggiunto quella che è la cifra record degli ultimi cinque anni. Certamente i tempi difficili non sono campo esclusivo della preghiera. Molti pregano con gratitudine per l’abbondanza nella loro vita, ad esempio un buon lavoro, un fisico sano, uno stretto gruppo di amici.

Mentre incoraggiamo la pratica quotidiana della preghiera a Dio, apprezziamo anche il rinascere della preghiera, seppur motivato dai tempi difficili. Spesso è nelle avversità che l’orazione diventa più preziosa per chi la pratica. Quando i muri sembrano schiacciarci, costringendoci a fare i conti con la nostra mortalità, la preghiera può liberarci creando uno spazio che ci consente di trovare la serenità sul modo in cui dovremmo vivere il tempo che ci è concesso su questa terra. Anche se la frase “Non stare lì così, fai qualcosa!” è giusta, riteniamo che sia giusto anche il contrario: “Non fare semplicemente qualcosa, resta lì in preghiera!”.

Pratica antichissima, la preghiera è largamente riconosciuta e al tempo stesso profondamente fraintesa. Alcuni hanno usato la preghiera come mezzo, cercando solo un’apparenza esteriore di pietà, altri l’hanno usata come bastone per mettere in dubbio la pietà di quelli che non hanno mai incontrato. Di fatto, se la preghiera viene ridotta a un mero intrattenimento, non si conosceranno mai il suo significato e il suo fine, né si comprenderanno i suoi benefici.

Un buon modo per capire la preghiera è vederla come un prisma dove si scopre qualcosa di veramente unico a seconda di come lo si osserva. La preghiera ci aiuta a conoscere meglio noi stessi e a lavorare sulle nostre numerose mancanze. Ma la preghiera ci aiuta anche ad allontanarci da noi stessi e a concentrarci sui bisogni altrui. Aiuta a renderci umili attraverso l’accettazione del dato di fatto che abbiamo molto meno controllo sugli eventi della vita di quanto riteniamo. Ci ricorda anche che, mentre siamo individui che pensano e agiscono liberamente, le nostre scelte possono incidere — e lo fanno — su la comunità più ampia della quale facciamo parte. Fondamentalmente la preghiera ci aiuta ad agire e a diventare le persone che siamo chiamate a essere. Come disse una volta Madre Teresa: «La preghiera che passa all’azione diventa amore, e l’amore che si trasforma in azione diventa servizio».

Come guide religiose di fedi diverse, la preghiera ci aiuta a rivelare le risposte alle domande che gravano su di noi. Certo, a volte le risposte che cerchiamo non sono subito chiare. Quando ciò accade, continuiamo a pregare. E attraverso le nostre preghiere comprendiamo che raramente esiste una linea retta tra le questioni con cui ci confrontiamo e le risposte che desideriamo. A diventare importante è essere lì, in preghiera.

Mentre in tutto il Paese la gente scorre gli elenchi in internet per mantenersi occupata nel confinamento, è nostro profondo desiderio che la preghiera aiuti a mostrare alle persone come vivere il tempo sulla terra, una parte del quale consiste nell’agire in solidarietà per dare aiuto e consolazione a quanti soffrono.

Il paramedico musulmano e quello ebreo che si vedono pregare nella foto non avrebbero mai immaginato di svolgere il loro servizio durante una pandemia globale. E tuttavia trovano il coraggio di alzarsi ogni mattina e di continuare a servire chi ha bisogno. Corrono il rischio di ammalarsi e perfino di morire. Ma trovano la grazia di pregare e la forza per svolgere il loro lavoro. Sanno che le persone dipendono da loro.

Per questi due paramedici e per tutti i soccorritori, per gli operatori sanitari e i funzionari eletti, per i malati e le loro famiglie, per coloro che sono morti noi continuiamo a pregare. 

di Blase J. Cupich*
e Nathanael Symeonides**
*Cardinale, Arcivescovo di Chicago
**Metropolita greco-ortodosso Primate della Metropolia di Chicago

(Pubblicato su L'Osservatore Romano del 29.05.2020)