giovedì 7 maggio 2020

Il cardinale Montenegro: “L’emergenza migranti cresce di nuovo, l’Europa non ci aiuta”


Il cardinale Montenegro: 
“L’emergenza migranti cresce di nuovo, l’Europa non ci aiuta”

Intervista con l’Arcivescovo di Agrigento, che comprende Lampedusa: «All’Ue non interessa risolvere la questione immigrazione. Ha messo al centro il denaro, non l’uomo»



«Gli auguro di scoprire un territorio che è ricco di problemi, ma anche di beni, una terra difficile ma anche da amare. Una terra che, purtroppo, è alla fine dell'Europa ma che potrebbe essere sempre una terra di novità se ci fosse l'impegno di tutti per diventare forza». È con queste parole che il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, ha presentato, seppur virtualmente, la sua terra al nominato vescovo coadiutore monsignor Alessandro Damiano. «Sono stato io a parlare con il Papa», ha rivelato il porporato che il 22 maggio compirà 74 anni: dunque mancano poco più di 365 giorni alle dimissioni che ogni vescovo presenta al Papa al compimento del 75° anno. «Riducendosi la mia presenza ad Agrigento, per evitare che si creino dei mesi di vuoto perché il vescovo dovrà andar via e ne dovrà arrivare un altro e quindi la vita pastorale ne risentirà, ho chiesto di poter avere un coadiutore per poter vivere insieme questi mesi. Alla mia scadenza io andrò via e lui continuerà». Montenegro avrà «la gioia di condividere l'ultimo pezzettino del cammino insieme a lui». Questo è don Franco, come gli piace essere chiamato.

Essere Arcivescovo di Agrigento, che comprende Lampedusa, significa convivere ogni giorno con l’emergenza immigrazione. Nella quale l’Europa «ci sta lasciando soli», denuncia senza mezzi termini Montenegro. «All’Unione europea non interessa risolvere la questione. Ha messo al centro il denaro, non l’uomo».

Eminenza, com’è la situazione degli sbarchi, dei soccorsi e dell’accoglienza?

«Sull’argomento migranti non è che si sia trovata la soluzione. La provvisorietà che c’era prima continua a essere tale. Un po’ l’inverno ci ha sempre aiutati perché col freddo diminuiscono gli arrivi dei disperati del mare, ma ora che torna la bella stagione i numeri crescono di nuovo. È sempre così. Per esempio a Lampedusa negli ultimi giorni ne sono arrivati circa 130».

Come sono stati sistemati?

«Sistemati è una parola ottimista. La prima notte hanno dormito al porto, all’addiaccio, all’aperto. Poi abbiamo messo a disposizione un locale della parrocchia, e la stessa cosa ha fatto la prefettura, per cui in qualche modo la gente è stata riparata. Ma l’organizzazione è sempre precaria se non assente».

E l’Europa?

«Fa finta che non ci sia il problema. D’altronde, perché dovrebbe porselo se tanto lo può evitare? L’Ue non ha messo al centro l’uomo, ma il denaro. È impostata male, e se dovesse continuare su questa linea, segnata dall’assenza di solidarietà, si sfascerà». 

Che cosa Le fa più male?

«Al prossimo naufragio ci saranno le stesse reazioni indignate di circostanza, e poi nel giro di 24 si tradurranno in indifferenza. Vedere morire gli uomini solo perché vogliono vivere, venire a morire sulle nostre sponde: se siamo persone civili, se siamo cristiani, dovrebbe esserci solo tristezza che porta a reazioni pratiche per evitare davvero queste tragedie e aiutare veramente chi è nel bisogno drammatico. Servono scelte concrete diverse».

La politica quale ruolo deve avere in queste scelte diverse?

«Deve essere più determinata e determinante, perché sono i governanti che fanno le leggi, sono loro che davanti ai problemi della società civile devono essere allertati e capaci di provvedere. Il mondo è gravemente squilibrato, perché ci sono tanti uomini più deboli e più fragili: la politica non può accettare questo. Ma l’impressione è che non voglia affrontare questo tema. È troppo scomodo e poco redditizio in termini di consenso. È perdente. Eppure, il fenomeno immigrazione è decisivo. È la chiave di lettura per la nuova società».

Il Pontefice teme quel «prima noi» che evoca dittature del secolo scorso: continua a incidere questo messaggio?

«Sì, vuole dividere la società in due». 

In che senso?

«Il mondo prima lo abbiamo globalizzato, lottando perché diventasse villaggio globale, ora lo stiamo dividendo, in noi e negli altri. Il comportamento che stiamo avendo con donne e uomini che arrivano dall’altro continente alimenta la divisione tra ricchi e poveri. Se vogliamo costruire un futuro diverso per i nostri ragazzi non possiamo continuare ad alzare muri».

Però come si coniuga l’apertura con sicurezza e prudenza?

«Sicurezza non può essere il titolo del piano da studiare e svolgere. Accoglienza, deve essere la parola chiave. La sicurezza deve essere parte della convivenza civile a prescindere, non diminuisce con l’arrivo dei migranti. In Sicilia c’è la mafia, altro che i migranti. Gli amministratori che sanno guardare avanti, pensando al bene comune, devono governare in modo che ogni cittadino possa vivere in tranquillità, italiano o straniero che sia». 

I cristiani stanno facendo la loro parte?

«Moltissimi sì. Ma troppi sono stati coinvolti nel sentimento di chiusura nei confronti del diverso. Stanno lasciando prevalere la paura, spesso strumentalizzata, alimentata artificiosamente ed enfatizzata da certa parte politica. Noi cristiani dobbiamo ricordare sempre che il nostro riferimento è il Vangelo. Scegliere la via dell’individualismo e dell’egoismo vuol dire strappare alcune pagine del Vangelo. E scollare Gesù dalla nostra vita. Non possiamo prendere solo il Gesù che ci conforta. Gesù ci guida nell’intero percorso della nostra esistenza, apre la strada su cui incontriamo ogni giorno il prossimo nel dolore e nell’angoscia, gente che ci chiede aiuto direttamente o indirettamente. Alla fine della nostra vita troveremo alle porte del Paradiso queste persone sofferenti, che ci diranno “entra” o “resta fuori”».

(fonte: La Stampa, articolo di Domenico Agasso jr 05/05/2020)