venerdì 15 maggio 2020

DON CIOTTI: "SILVIA ROMANO È IL CAPRO ESPIATORIO DI UN PAESE MALATO"

DON CIOTTI: 
"SILVIA ROMANO È IL CAPRO 
ESPIATORIO DI UN PAESE MALATO"

14/05/2020 Per il sacerdote fondatore di Libera "gli insulti e la violenza contro questa ragazza dimostrano quanto odio ci sia in giro". Per la rinascita dell'Italia è necessario "un nuovo umanesimo". E sul ritorno della mafia commenta: "Qualcuno pensava che l'ecatombe del coronavirus avrebbe suscitato qualche scrupolo morale nei boss?"
Intervista di Francesco Anfossi 


Per don Luigi Ciotti l’amore non basta, non basta mai, ed infatti è il titolo del libro in uscita in questi giorni per l’editore Giunti, una sorta di autobiografia collettiva, fatta di incontri, esperienze, cose viste e pensate. L’occasione per riflettere su questo Paese faticosamente in uscta dal tunnel della tragedia del coronavirus, per capire se sarà un’Italia migliore o peggiore di quel che era prima del contagio.

A giudicare dagli insulti e le minacce a Silvia Romano, la ragazza rapita e rilasciata dopo un anno e mezzo, non sembra che il Paese sia cambiato molto. L'hanno linciata sui social, i giornali della destra l'hanno massacrata. C’è stato persino un deputato che l’ha definita terrorista dopo la sua dichiarata conversione all’Islam. Alla fine c'è chi le ha lanciato bottiglie di vetro alla finestra...
E’ vero. Gli insulti e le offese a Silvia dimostrano come quanto sia ancora malato il nostro Paese. Il virus, in questo caso, si chiama “capro espiatorio”. È il bisogno di costruire un nemico simbolico contro cui una comunità incattivita scarica il suo odio e la sua rabbia, e così nasconde agli altri e a se stessa le storture al proprio interno, la propria ingiustizia e la propria mancanza di umanità. Il capro espiatorio serve a dare illusoria compattezza a comunità disgregate.

Qual è la tua opinione su questa dichiarata conversione?
Silvia è una giovane donna che è andata in Kenya per lavorare in un orfanotrofio e che ha vissuto il trauma terribile di un sequestro di persona. Una comunità nazionale degna di questo nome dovrebbe darle il tempo di elaborare la sua esperienza, capire come ha influito sulla sua interiorità la terribile esperienza della prigionia. Una comunità vera sa essere empatica, mettersi nei panni degli altri, a maggior ragione se gli altri soffrono o hanno sofferto. L'empatia è il collante della civiltà. Senza empatia precipitiamo nella barbarie. Quanto alla conversione all'Islam, non tutti i musulmani sono integralisti così come non tutti i cattolici sono reazionari. La fede autentica chiama in causa la coscienza e la responsabilità. È una faticosa ricerca di verità, non un imporre certezze travestite da verità. Sono certo che Silvia arriverà col tempo a capire quanto c'è di autentico nella sua conversione e quanto di dettato dalle contingenze terribili vissute. Nel frattempo lasciamola in pace e gioiamo per il suo ritorno.


Ci saranno vecchie e nuove povertà nel Paese, come le saneremo?
Cambiando appunto paradigma, attivando processi economici che seguano la logica del diritto e non più quella del privilegio. E, certo, allevando ed educando una classe politica che si faccia portatrice di questa visione e la traduca in scelte radicali.

Come risulta dalle ultime notizie la mafia sta mettendo le mani sull’emergenza coronavirus. Che ne pensi?
È una storia purtroppo già vista. Da sempre le mafie approfittano delle crisi e, più in generale, dei vuoti di giustizia sociale. Con l’aggravante che oggi le mafie trovano in questo sistema economico un habitat più che mai favorevole ai loro affari. Fa bene allora il Procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho a lanciare l’allarme: le mafie sono in agguato o già operanti, come ci dicono le cronache. Ripeto, nulla di nuovo. O forse qualcuno pensava che l’ecatombe del coronavirus avrebbe suscitato nei boss qualche scrupolo morale?

Che differenza c'è tra questa crisi e quelle che hai attraversato tu nella tua vita?
Questa ha senz’altro un carattere più globale e onnicomprensivo. Coinvolge ogni aspetto della vita umana: sociale, relazionale, affettivo, economico, scientifico, politico, culturale. Per questo sono convinto che per superarla sia necessario un “Nuovo Umanesimo”, cioè un pensiero capace di tenere insieme tutti questi aspetti nel segno di un concetto non esclusivo e non solo materiale del “Bene”.

Quali sono state le tue impressioni, i tuoi pensieri nel veder morire tanta gente, tanti anziani?
Un dolore straziante. L’aspetto più terribile di quelle morti è stato l’isolamento per ragioni sanitarie, la solitudine dei morenti, la loro impossibilità di avere vicino gli affetti, le famiglie, gli amici. Morti private di quella dimensione dell’umano che può rendere la morte congedo e lutto elaborabile, non strappo violento. Un dolore che persiste come trauma nei famigliari. Dobbiamo star loro molto vicini.

Un tuo ricordo di Francesco, una tua impressione quando lo hai visto solo in mezzo a San Pietro.
Un pastore, il mio pastore. Incarnazione della Chiesa per cui ho vissuto e mi sono impegnato. Vicina alle persone, capace di consolare, di sostenere, di andare incontro alle sofferenze, alle fragilità, alle povertà. Ma capace anche di denunciare l’ingiustizia e il male, anche quando si manifesta in forme subdole, fintamente rassicuranti. Una frase detta quel giorno da Francesco deve farci da guida per una ricostruzione che sia vero cambiamento: “Ci credevamo sani in un mondo malato”.

Il 13 maggio esce un tuo libro, di cosa tratta?
La definizione credo più consona è “autobiografia collettiva”. È un racconto della mia vita attraverso gli incontri e le persone che l’hanno segnata, trasformata, resa piena e intensa. Dall’infanzia alla gioventù, dal Gruppo Abele alla scelta del sacerdozio e all’impegno con Libera. Una vita all’insegna del “noi”. Ho deciso di scriverla per saldare un debito morale e affettivo con tanti compagni di viaggio che mi sono stati spesso maestri. Mi sento un privilegiato: se riconosci che l’altro è dentro di te – non solo davanti e attorno – comprendi che prendersene cura è il modo più completo per realizzarsi.

Colpisce anche il titolo del libro,“L’amore non basta”. Perché questa scelta?
Per due motivi. Il primo: l’amore è un elemento essenziale della vita. Una vita senza amore è una vita vuota, apatica. Ma “amore” – nell’attuale società dell’io – è parola molto usata e spesso abusata. L’amore è darsi all’altro con totale abbandono e generosità, al di là del proprio interesse o del proprio vantaggio. La logica dell’amore non è quella dell’io: l’io usa l’altro, non lo ama. Lo usa perché non lo riconosce. E questo spiega anche i tanti episodi di violenza di cui sono vittime le donne. Ho scritto in modo un po’ provocatorio che se Gesù fosse nato oggi, se avesse visto questo egoismo diffuso, questi milioni di poveri, di emarginati, di respinti, avrebbe forse detto non “ama il tuo prossimo come te stesso” ma “ama il tuo prossimo più di te stesso”. L’io – questo io chiuso e prepotente – non può essere l’unità di misura dell’amore. In secondo luogo l’amore non basta perché è base troppo fragile per occuparsi degli altri. Oltre all’amore bisogna provare un sentimento di giustizia, provare empatia per le ingiustizie e le ferite degli altri, sentirle come se fossero nostre. La malattia spirituale della nostra epoca è l’indifferenza, la mancanza di empatia. La necessità di unire amore, empatia, sentimento di giustizia è stata l’intuizione che ha guidato tutta la storia del Gruppo Abele e, su un diverso piano, quella di Libera

(Fonte: Famiglia Cristiana - 15.05.2020)