mercoledì 25 marzo 2020

PARLA IL COMANDANTE ARMA: "LA PRIMA COSA CHE HO FATTO IN ITALIA? PREGARE IN GINOCCHIO DI FRONTE ALLA CHIESA CHIUSA"

PARLA IL COMANDANTE ARMA: 
"LA PRIMA COSA CHE HO FATTO IN ITALIA? 
PREGARE IN GINOCCHIO 
DI FRONTE ALLA CHIESA CHIUSA"


“Good Morning Diamond Princess family”. La voce è metallica dall’altoparlante, ma il cuore è pieno d’umanità. Così ogni mattina, per 27 giorni, Gennaro Arma ha salutato le 3700 persone a bordo della nave in quarantena nel porto di Yokohono. Lui, è l’ uomo che ha tenuto testa alla quarantena a bordo di una nave da crociera dopo l’accertamento di un caso positivo di Coronavirus. Ha mantenuto i nervi saldi e cercando di migliorare la giornata di chi aveva contratto il virus. Gesto che gli è valsa l’onorificenza di commendatore conferitagli dal Presidente Mattarella. Ed è stato l’ultimo a lasciare la nave. Ed è lui a raccontare come passeggeri ed equipaggio della Diamond Princess uniti nel dramma sono diventati una sola famiglia. 

Comandante, qual è stata la prima cosa che ha fatto una volta rientrato a casa?

Da buon marittimo sorrentino ho sempre con me l’immagine sacra della Madonna del Lauro. Mia moglie porta il nome dedicato a quella madonna, si chiama Mariana. Quando sono rientrato da Roma, dopo la nave, dopo la quarantena in Giappone, dopo il volo, ho chiesto all’autista che mi ha riaccompagnato a Sant’Agnello di fermarsi davanti alla chiesa. Mi sono inginocchiato davanti alla porta chiusa. Ma nel mio cuore era aperta. Ho ringraziato”.

Ventisette giorni bloccati su una nave sono tanti, non è stato semplice creare un clima sereno…

“Si è vero. Ma tutti hanno collaborato. Ho potuto vedere infiniti gesti di umanità. C’era un clima di amicizia ma soprattutto di solidarietà verso il prossimo. Dopo i primi giorni non c’era più differenza tra l’equipaggio e gli ospiti, di solito negli annunci che fa il comandante ci si rivolge prima all’uno e poi all’altro e invece io ho avuto l’onore di rivolgermi ad un'unica famiglia”.

Quali erano le sue parole?

Il mio scopo era coinvolgerli tutti, proprio come se fossero una famiglia molto grande che ha un unico problema. L’unico strumento che avevo per arrivare a tutti era la comunicazione e parlando con loro ho cercato di far capire che insieme potevamo farcela e proprio come una vera famiglia potevamo affrontare anche un problema serio come questo terribile contagio”.

Ci sono stati dei momenti di difficili?

“Non sono mancati. Ma siamo temprati. Certo questa è stata una situazione nuova per tutti ma probabilmente ci servirà per vedere con occhi diversi altre situazioni che magari prima ci sembravano insormontabili e ci aiuterà a capire davvero quali sono i problemi che dobbiamo affrontare con grande forza nella vita”.

Com’è vivere costretti a bordo, in spazi ristretti come una cabina?

“È difficile vivere confinati in una cabina. Ma era necessario. Come lo è ora a casa. Ma sono con la mia famiglia. Anzi a molti che mostrano insofferenza nel restare a casa vorrei portare la mia esperienza e quella dei passeggeri chiusi in cabina”.

Come affrontava la giornata?

“Per fortuna a bordo avevamo molto da fare durante il giorno. Ma di sera riuscivo a ritagliarmi un po’ di spazio per me. L’ho sempre fatto ma in quei momenti ho confidato ancora di più nella mia fede pregando affinché tutti ricevessimo la forza collettiva per essere davvero una famiglia”.

Ce ne racconta qualcuno?

“Normalmente consentivamo a tutti i passeggeri confinati nelle cabine di uscire una volta al giorno per un’ora e a turni per andare sui ponti aperti a passeggiare. Ebbene alcuni turisti che avevano la cabina con il balcone hanno volontariamente rinunciato alla loro ora di passeggiata donandola a chi aveva la cabina interna che non ha nemmeno una piccola finestra. Questo è stato un gesto meraviglioso. Poi il nostro equipaggio è andato oltre il proprio lavoro facendo di tutto per sostenere  gli ospiti tirandoli su di morale. È a loro che va la mia gratitudine, se tutto è andato bene lo devo al mio equipaggio e ai passeggeri”.

La sua famiglia come ha affrontato questa esperienza?

Mia moglie Mariana è stata una donna molto forte. Mentre ero sulla nave ha sottolineato che stavo facendo solo il mio lavoro che non ero un eroe. Gli eroi sono altri. Ma mi ha fatto piacere vedere lo striscione di benvenuto affisso al Municipio della mia città”.

Ha mai avuto paura di risultare positivo al virus?

“L’avevo messo in considerazione. E anche in quel caso mi sono affidato alla volontà del Signore. Se fossi risultato positivo l’avrei presa serenamente”.

Cosa le lascia questa esperienza?

Umanità, solidarietà. È chiaro che questa esperienza mi ha arricchito soprattutto dal punto di vista umano. È stato bellissimo vedere un numero di persone unirsi, cementarsi come una famiglia vera, senza egoismo e soprattutto senza guardare agli interessi personali, senza distinzioni di appartenenza religiosa o politica. Tutti provenienti da paesi diversi, ognuno con la propria cultura, eppure il senso di unità che si era instaurato tra passeggeri ed equipaggio è stato speciale. Come i gesti a cui ho avuto l’onore di assistere e che ti fanno ben sperare per il futuro dell’essere umano”.
Gennaro Arma, ultimo a sbarcare dopo
la fine della quarantena dalla Diamond Princess,
all'attracco al porto di Yokohono.

Il regalo più bello al suo rientro?

Il lungo abbraccio e il sorriso emozionato di Diego, mio figlio. Ha 10 anni ed è abituato a partenze e ritorni ma questa è stato diverso. Mi ha aspettato sveglio e mi ha abbracciato forte restando in silenzio. Lui di solito è un gran chiacchierone”.


(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Maria Elefante 22/03/2020)