sabato 21 marzo 2020

La fede al tempo del coronavirus di p. Felice Scalia SJ

La fede al tempo del coronavirus
di p. Felice Scalia SJ



In questi giorni neri, dove la primavera anticipata sembra una beffa della natura, mi vengono spesso in mente due capolavori: “I Promessi Sposi” di Manzoni – con le celebri pagine sulla peste – e “La Peste” di Camus. In tutti e due le opere c’è chi vive la tragedia nella fede cristiana e chi la perde questa fede. Mi chiedo come oggi stiamo vivendo noi cristiani la tragedia, tutti in qualche modo minacciati dal nemico invisibile.

Avviene, ma come mai, che nei periodi in cui il pericolo è universale si dimentichi perfino quanto in tempi normali si riteneva essenziale della nostra vita? O che si perda la fede sentendoci ancora più soli? O che nasca il cinismo di chi non ha neppure il pudore di tenere per sé un pensiero come il seguente: “Muoiono i vecchi. Benissimo. Liberiamocene!”?

Siccome questa è storia concreta, devo aggiungere che non è la sola storia di questi giorni. C’è l’abnegazione di medici e personale sanitario, ci sono scene di struggente altruismo, c’è gratitudine popolare, forse tutta italiana, per chi mette a repentaglio la sua vita per far vivere. La sorprendente dichiarazione di un medico – “Se non avessi la fede, non avrei fatto il medico” – mi induce a pensare che c’è molta fede implicita in questi eroi quotidiani. Forse non è così sbagliato il cosiddetto Teorema di Quarantelli (sociologo americano): “Peggiore è la situazione, migliori diventano gli uomini”.

Ma, come cristiano (almeno in spe) e come prete mi chiedo come vivere nella fede del Signore Gesù questi giorni. 

Mi scrive un giovane presbitero amico:

In isolamento anch’io, ma tutto bene grazie a Dio. Le mie “pecorelle” stanno bene, si scoraggiano un po’ a stare lontano dalla parrocchia… ma io cerco di stare vicino con qualche telefonata e qualche “chiacchierata” a distanza con i miei vicini di casa! Nel frattempo approfitto un po’ anche per recuperare forza e coraggio anch’io. Prego e leggo … Mi chiedo quanto sforzo dobbiamo fare per riuscire a superare una certa impostazione e un modo di conoscere Dio più legato ai nostri schemi (quelli nei quali siamo cresciuti, anche noi giovani) che alla freschezza del Vangelo … Con tutta la buona volontà, ho l’impressione che anche involontariamente a volte restiamo impigliati. Avremo modo di discuterne a voce. 

Ma il mio pensiero è sempre per la parrocchia. Forse questo “digiuno” eucaristico potrà contribuire ad accrescere il desiderio di Dio nella gente… io me lo auguro e cerco di accompagnarlo. Credo che la nostra principale missione, in questo momento, sia proprio questa, più che fare videomessaggi e catechesi on-line. Potrei sbagliarmi, ma punto a stimolare una fede più genuina e meno superstiziosa. Non legata al monte e al tempio, per dirla con la samaritana, ma allo spirito e alla verità. A volte il silenzio intorno a me, lo sguardo che non riesce ad incrociare altri occhi, l’incertezza del domani… lasciano qualche varco alla paura. Che cerco di affidare sempre al Signore.”

Mi affido a queste parole per rispondere alle mie domande sul come vivere “coram Domino” questi difficili giorni e come camminare con la gente domani. Tanta sofferenza e tanto sbigottimento non possono passare invano. Mi fermo a tre soli spunti.

“Il mio pensiero è sempre per la parrocchia”. 

Se credo davvero nel Risorto e so che l’ultima parola è la Vita, oggi sto accanto alla mia gente, e non solo localmente. Non mi rendo irraggiungibile, per paura che sia costretto a fare l’eroe, non scendo per primo dalla nave in pericolo, “perché il coraggio, mica uno se lo può dare!”. Se tutti hanno paura, anche io ho diritto di averla; se tutti hanno incertezze, anche io le avrò; se nessuno ha risposte certe sul domani, neppure io prete. Ma qualcosa di particolare la ho e la posso dire: non può affondare una nave in cui è imbarcato lo stesso figlio di Dio. 

“Contribuire ad accrescere il desiderio di Dio nella gente…” 

Non credo si tratti di accrescere quel desiderio di Dio che domani farà venire la gente in chiesa e moltiplicherà i nostri “clienti”. Desiderio di Dio è desiderio di vivere secondo Verità. È infatti menzogna pensarci autori della vita, arbitri del bene e del male (i due alberi violati di Genesi 3), e dunque possibili padroni della Terra e degli uomini, secondo la legge bestiale della giungla “la forza è fondamento del diritto” – come affermano gli “empi” in Sap 2,11. 

Noi preti questo non sempre lo abbiamo detto. Anzi a volte abbiamo presentato Dio non come Colui che ci dava le leggi della vita, quelle che ci strutturano dall’intimo e ci permettono di vivere, ma come una sorta di monarca che impone leggi e balzelli, per vedere se i sudditi sono ossequienti o no, perché al suo potere ci tiene e lo vuole assicurare con la paura.

Il desiderio di Dio non ha dunque niente da condividere con il possibile risvolto ideologico che si può desumere da tante preghiere rivolte a Lui. Devo stare attento – mi dico. Chiedere a Lui la fine della prova, non può ingenerare l’idea che sia stato Dio a mandarci il flagello? Chiedere di avere pietà di noi, non può fare pensare che Dio ci stia castigando? Non è così. E lo sappiamo aprendo appena il Vangelo, come dovrebbero aprirlo certe trasmittenti fin troppo devote ma forse di ben poca fede cristiana. Domani, in giorni “più leggiadri e men feroci”, dovremmo reimparare e reinsegnare il senso della preghiera come Gesù la comanda.

“Stimolare una fede più genuina e meno superstiziosa”.

Sorvolo sulle molte forme di superstizione di cui è intrisa la religiosità popolare e non solo essa. Ogni prete queste cose le sa bene. Se le trova davanti ad ogni Festa Del Patrono, dove non si capisce che cosa stia facendo propriamente la gente con le sue acclamazioni ed i suoi rituali centenari. Tuttavia il modo migliore per combattere questo pericolo di superstizione è “stimolare una fede più genuina”. 

E cioè? Un fede più centrata sul Gesù del Vangelo e molto meno sulle speculazioni di una teologia astratta. Più sul vivere come Gesù ha vissuto che sul sapere tutto di lui, come se noi potessimo conoscere di Dio e di Gesù qualcosa, oltre quello che la vita, i gesti di Gesù ci rivelano. Una fede che spinge non solo alla “fede in Gesù”, ma anche ad assumere come propria, nel quotidiano “la fede di Gesù”: il suo modo guardare il mondo, il destino umano, il Mistero Santo dell’Origine, lo scopo della vita. Egli ci ha “salvati” togliendoci dalla disperazione di sentirci abbandonati da uno strano Creatore nelle mani dei potenti. E ci ha detto che Dio è “Padre” amorevole e misericordioso. Ci ha “salvati” dicendoci qual è la nostra verità di umani: siamo figli amati del Padre e fratelli benevoli tra noi. Ci ha detto che la nostra dignità di umani non è legata a ciò che abbiamo accumulato, al potere che abbiamo, al successo, ma solo ed esclusivamente al fatto che siamo creature con lo ”stampo” del Padre, assetate di infinita bellezza, di estasi della vita, intrinsecamente impastate di Amore, fino a non avere requie se non amiamo come il Padre ama. 

Per farci comprendere questo, Gesù non ha preteso di divinizzare l’uomo, di elevarlo a ciò che non è (avrebbe sacralizzato la prepotenza dei prepotenti che si autoproclamavano “divini” e “sacra maestà”, avrebbe giustificato i superuomini) ma ha umanizzato Dio, ci ha detto che possiamo vivere di Dio e con Dio nei gesti della nostra umanità. Tutti possiamo esprimere l’Infinito nei piccoli gesti del finito, possiamo odorare di Eterno negli atteggiamenti che operiamo nel tempo. E perché non restassero dubbi, Gesù nasce da un popolo disprezzato, in una famiglia povera, ama stare con gente di cattiva reputazione, con peccatori e pubblicani, con coloro che non hanno nessun titolo oltre la loro nuda (ed a volte ambigua) umanità. In tutti costoro vede una traccia indelebile e non negoziabile della loro somiglianza col Padre. Gesù ci ha detto che l’uomo è “divino” se vive pienamente la sua umanità quotidiana di creatura umana. Se vive per ciò che intrinsecamente è, se tende al raggiungimento dello scopo per cui è stato creato: uomo così umano da fare trasparire la sua origine divina.

Non vorrei cadere nella stessa trappola di quanti strumentalizzano la sofferenza e la paura per assicurarsi che domani, quando Dio vorrà, le chiese saranno finalmente piene. Oggi noi preti siamo chiamati a stare con la gente. Questo nostro stare-con è già un segno che Dio non ha abbandonato il suo popolo. Oggi dobbiamo spingere a questa forma di amore che è la distanza e la paura di essere untori. Ma abbiamo anche l’obbligo di pregare meditando su quanto accade. Nella quiete di giornate fin troppo lunghe, non possiamo, non dobbiamo preoccuparci di rivedere la nostra storia e chiederci se per caso, proprio noi esperti della “salvezza”, non abbiamo trascurato di dire con chiarezza che la fede non è tanto nozione appresa che fa conoscere la definizione esatta di Dio, quanto piuttosto luce per dare senso alla vita? O che essa è significato ultimo dei nostri giorni e di tanto nostro “fare”? E ancora ritengo urgente chiederci se, ancora noi, non abbiamo finito per appoggiare chi è responsabile del disastro attuale meticolosamente annunziato dai disastri precedenti. Siamo stati le sentinelle della Vita o abbiamo finito per stare – senza accorgercene – dalla parte di chi offendeva questa vita offrendo benefici ad una parte della popolazione mondiale e disprezzando chi stava al di fuori dei beneficiati? Non è strano che la pandemia colpisca i Paesi benestanti e, in Occidente, i Paesi di tradizione cristiana? 

Qui non si tratta di scelte politiche fatte o non fatte dalla Chiesa. Mi sto chiedendo se la nostra teologia e la nostra pastorale siano state così accorte da volere rimanere cristiane, degne cioè dell’unico Gesù della storia che traspare dal Vangelo. Di quel Gesù che ha osato definirsi Vita e portatore di Vita. 

Mentre ridicoli potenti si chiedono se il coronavirus sia cinese o americano, mentre questi potenti evitano di affrontare il problema se il sistema da essi imposto con inaudita violenza sia compatibile con la vita sul Pianeta, a noi preti corre l’obbligo di chiederci se non abbiamo trascurato qualcosa di importante nella trasmissione del Vangelo. Qualcosa come la Bella Notizia così come ce l’ha lasciata Gesù di Nazareth e come oggi disperatamente cerca di portarla in evidenza Papa Francesco. 

Ne abbiamo da fare, mentre c’è … tanto poco da fare nelle chiese chiuse.

(Pubblicato su Stampa libera il 20.03.2020)

Padre Felice Scalia è gesuita dal 1947. Laureato in filosofia, teologia e scienze dell’educazione, ha insegnato alla facoltà teologica dell’Italia Meridionale e poi all’Istituto Superiore di Scienze Umane e Religiose di Messina. Collabora con Presbyteri, Horeb, Rivista del clero, Vita consacrata, Spirito e Vita e Vita Pastorale.