venerdì 13 marzo 2020

Il vaticanista Lucio Brunelli su Papa Francesco: "Un uomo la cui umanità, senza il dono della fede, sarebbe inimmaginabile"

Il vaticanista Lucio Brunelli su Papa Francesco: 
"Un uomo la cui umanità, senza il dono della fede, 
sarebbe inimmaginabile"


(LB-RC) In Italia, da qualche giorno è nelle librerie un libro del vaticanista Lucio Brunelli intitolato "Papa Francesco. Come l’ho conosciuto io”. Nelle quasi 200 pagine l'autore racconta un'amicizia non comune [1], quella tra lui, giornalista esperto in questioni vaticane, e un sacerdote latinoamericano chiamato a "fare" il Papa. La narrazione ci sembra avvincente perché, usando parole e pensieri di Antoine de Saint-Exupéry, alla fine della lettura del libro viene in mente la frase: "Se vuoi un amico, addomesticami!". Il tutto appare ancora più affascinante quando si scopre che l'intera narrazione di Brunelli cela una storia di addomesticamento singolare, tra il Vescovo di Roma e il santo fedele Popolo di Dio.
Nel corso della nostra conversazione con l'autore abbiamo ascoltato le sue considerazioni e analisi che offrono un griglia di lettura di questi sette anni di pontificato molto profonda e calzante, e anche se Lucio Brunelli insiste nel dire che il testo è un racconto personale, il volume è imprescindibile per capire e decodificare il pontificato di padre Jorge Mario Bergoglio.

La carità che si nutre di preghiera

1) Il titolo e l’impianto del suo libro è cristallino e originale: 'Papa Francesco come l’ho conosciuto io'. La mia prima domanda, spontanea, è questa: secondo Lei quella sua visione di Francesco è la stessa che ha la gente comune che non ha mai avuto con lui rapporti diretti?

Conosco molte persone che senza avere un rapporto personale con il papa hanno la stessa percezione: di un pastore d'anime, di un papa che è innanzitutto sacerdote e mostra di credere in quello che dice, con le parole, con lo sguardo, con i gesti. L'esperienza che ho vissuto a Tv2000 mi ha messo in contatto con tanti comuni fedeli che con molta semplicità vogliono bene al papa e trovano conforto alla loro fede in Cristo seguendolo a distanza - in tv o magari grazie al Sismografo - anche se non lo strillano sui social. Conosco anche, soprattutto nel web ma anche nella vita reale, persone che hanno una percezione tutta diversa e non sopportano Francesco. Lo dipingono come un papa che getta al mare la Tradizione e non parla di Dio ma solo di temi sociali e politici, sono infastiditi soprattutto dalla sua difesa della dignità degli immigrati. Non li giudico personalmente, ma mi domando quanto questa percezione sia influenzata da una propaganda che, per motivi che nulla hanno a vedere con la fede cattolica, si è prefissata di erodere il grande credito popolare di cui godeva Francesco all’inizio del suo pontificato. Rappresentandolo appunto come un papa politico, e non religioso, arrendevole con l’islam, con l’”ossessione” dei migranti etc… Certamente non è questo il Francesco che ho conosciuto io. Un uomo la cui carità si nutre di preghiera, e di una preghiera peraltro molto tradizionale, come il rosario, l'adorazione eucaristica, le novene a santa Teresina del bambino Gesù. Un uomo la cui umanità, senza il dono della fede, sarebbe inimmaginabile. Aggiungerei che pure sul fronte opposto, sia pure per motivi diversi - per farne un vessillo ideale - del papa si prende a volte solo la predicazione sociale o politica che è importante, sicuramente, ma non è l’unica e non è in fondo il suo proprium. Succede così che nella narrazione prevalente nei grandi apparati mediatici, a destra e a sinistra, con motivazioni opposte, finisca per essere trascurato proprio il papa della fede, quel magistero ordinario che si esprime ad esempio nelle omelie di Santa Marta e nelle catechesi del mercoledì, fonte di consolazione e gioia per molti semplici fedeli. 

Prima le anime

2) Una conoscenza diretta e più ravvicinata del sacerdote Jorge Mario Bergoglio, come nel suo caso, aiuta a capire meglio e di più il pontificato di Francesco? Perché?

Sicuramente una conoscenza non filtrata aiuta una conoscenza migliore. A me ha aiutato tanto a vedere in lui l'uomo e il sacerdote. L'uomo che vive una pace di cui a me viene naturale domandarmi l’origine, perché tutti la desideriamo una pace vera in mezzo alle tribolazioni della vita ma non la troviamo con la sola nostra buona volontà. Il sacerdote per cui le anime, il bene delle anime, viene prima di ogni altra faccenda. Ricordo nel libro una conversazione con lui al telefono in cui si stava parlando di un certo argomento e in un inciso gli raccontai che una collega quel giorno mi aveva chiesto il nome di un bravo sacerdote perché aveva deciso di confessarsi dopo 40 anni di lontananza dai sacramenti e non conosceva preti. Il papa lasciò cadere l’altro argomento e mi interruppe: “mi raccomando, devi trovare un prete misericordioso!”. Mi venne da sorridere di fronte a quella foga. Ma lui insisteva: “guarda, dico sul serio, un prete misericordioso, se non lo trovi la mandi da me, rinuncio al mio riposino del pomeriggio, ma lo faccio, per un’anima lo faccio”. Ecco, questo è il Bergoglio che ho avuto la fortuna di conoscere… Prima le anime. Da qui viene tutto il resto: l’attenzione ai più fragili e ai più poveri, la denuncia di un’economia crudele, la ricerca di una convivenza rispettosa fra le religioni, il contributo alla ricerca di soluzioni di pace nei conflitti.

Prudenza evangelica

3) Dall’esterno, come osservatore del papato e degli affari della Sede Apostolica, a volte Papa Francesco appare tentennante in molte decisioni, quasi alla ricerca permanente di equilibri. Come si spiegano i diversi dossier aperti da molto tempo?

Nel mio libro non ho la pretesa di offrire analisi esaustive o proporre bilanci definitivi del pontificato. Racconto solo cose vissute, in prima persona. Lei dice "tentennamenti". Dopo il conclave del 2013 fui impressionato nel vederlo molto sereno e molto determinato. Come mai in precedenza. Sereno e determinato. Ricordo come fosse oggi che terremoto provocò la sua decisione di vivere a Santa Marta facendo saltare lo stesso concetto di "appartamento papale"; come in tanti cercarono di dissuaderlo, ma invano. Anche in tema di pastorale dei divorziati ha portato avanti la sua linea di un maggiore ascolto e misericordia, senza lasciarsi spaventare da contestazioni molto aspre. Mi sembra abbia affrontato con molta determinazione anche l’opera di pulizia di conti sospetti allo Ior e l’azione di contrasto alla piaga della pedofilia nel clero, contro ogni logica omertosa. Certo le resistenze sono state grandi. E anche gli errori non sono mancati, soprattutto alcune nomine. Mi ha colpito però la sua capacità di riconoscere gli sbagli e di scusarsene (penso al Cile e ad alcune scelte di nomi nelle commissioni di studio sulle riforme economiche). I papi, tutti i papi, possono sbagliare, a volte, nella scelta delle persone; godono dell’infallibilità solo nei rari casi in cui definiscono in modo solenne verità definitive. San Paolo VI si fidò inizialmente di Marcinkus, san Giovanni Paolo II nominò a Washington, Vienna, Boston vescovi e cardinali finiti nell’occhio del ciclone per il dossier pedofilia. L’importante è riconoscere gli eventuali errori di valutazione, cercare di farne il meno possibile e farne tesoro, per il bene della Chiesa e delle anime ad essa affidate. Poi ci sono le scelte che possono essere condivise o meno dall’opinione pubblica. Penso alla scelta di non ammettere nuove deroghe all’obbligo del celibato ecclesiastico, deludendo le aspettative di quanti chiedevano l’ordinazione di viri probati nelle regioni più remote dell’Amazzonia. In questo caso non ho visto sinceramente un tentennamento. Credo che Francesco avesse fatto la sua scelta appena finito il Sinodo e non l’abbia mai cambiata. Ho letto tanti commenti amari e discusso su questo tema anche con alcuni cari amici laici. Opinioni diverse sono ben possibili, non trattandosi di verità dogmatiche. Ma non riesco a misurare la riforma della Chiesa con questo metro, come se la riforma sia da ritenersi tanto più avanzata quanto più si diriga con decisione verso una progressiva abolizione del celibato. Sarà perché grazie a Dio ho conosciuto nella mia vita tanti sacerdoti la cui gratuità di dedizione mi ha affascinato, innanzitutto sul piano umano. Ma non riesco a sentire questo terreno come quello in cui misurare una riscoperta del volto più vero della fede e della Chiesa cattolica. Il volto più vero credo vada trovato nella metafora del “Mysterium Lunae”, una chiesa che non vive di se stessa ma come riflesso di una luce altra. San Francesco apparve così “nuovo” ai suoi contemporanei non perché avesse inventato nulla di nuovo ma perché, come per un miracolo, rendeva presente e attuale il Gesù dei vangeli. Non una fiaba lontana ma una presenza viva, che affascinava i cuori, destando l’invidia e il sospetto degli apparati. Questo mi appassiona. Questo mi sembra di vedere, almeno alcuni momenti, in papa Francesco e in tanti cristiani che operano senza clamore nei cinque continenti. 
Poi c’è un compito specifico dei successori di Pietro: quello di garantire l’unità della Chiesa nella fedeltà al tesoro della fede. Anche in questo campo, c’è una prudenza evangelica che è un valore importante, perché spaccare la chiesa non può essere un’ideale. Virtù certo diversa, la prudenza, da un equilibrismo politico che si illude di mettere d’accordo tutti ma porta solo a una stagnazione.

Cristo, l'unico, e sempre al centro

4) Della persona di Jorge Mario Bergoglio, sacerdote e vescovo, Lei potrebbe identificare alcune caratteristiche che hanno modificato l’esercizio del ministero pontificio e che i fedeli esprimono spesso dicendo “è un Papa diverso”?

Una caratteristica che colpisce è probabilmente il linguaggio diretto, contenuti non banali comunicati in una forma semplice e comprensibile da tutti. Omelie che… si fanno sentire, a differenza forse di tanti sermoni che si ascoltano altrove. Un’altra caratteristica è la sobrietà del suo stile di vita unito al contatto diretto con la gente. Ma sono in fondo dettagli. A me affascina la figura e il mistero di Cristo, altrimenti non starei nella Chiesa. Questo sacerdote, vescovo e ora papa - almeno in alcuni momenti e non per sue capacità ma per grazia di Dio – rende Cristo più vicino e contemporaneo. C’è un racconto di Vladimir Soloviev in cui l’imperatore (in realtà l’Anticristo) cerca di blandire i capi delle varie chiese cristiane chiedendo quale elemento della loro tradizione considerassero più prezioso così che lui avrebbe potuto elargire favori e donazioni più gratificanti. Un modo in realtà per meglio assoggettare le Chiese al suo potere. I vari rappresentanti indicano vari elementi, tra i sorrisi accondiscendenti dell’Anticristo. Poi si alza lo starets Giovanni, un santo monaco, e con tono mite risponde che “quello che abbiamo di più caro del cristianesimo è Cristo stesso, Lui stesso e tutto ciò che da Lui deriva”. A quel punto l’imperatore getta la maschera e l’odio verso i cristiani tracima. Ecco, credo che Francesco, con i suoi limiti e pure i suoi sbagli, avrebbe risposto allo stesso modo di quello starets. 

***
[1] Sommario del libro "Papa Francesco. Come l’ho conosciuto io” Edizioni San Paolo
Introduzione
Un cardinale atipico
«Puoi pregare per me?
Il cuore e la grazia
Prima le anime
Bergoglio e i suoi amici
«Meglio stare lontano da Roma
«Lasciamo che sia il Signore a fare
Habemus papam!
«Finisci pure (di piangere)… Ti aspetto
Ma Dio è un “serial killer?
Lampedusa e dintorni
Una borsa nera e la lobby gay
Lettere della tribolazione
Una carità nascosta
La “Terza guerra mondiale, a pezzi”
In diretta con i cristiani di Mosul
La storia di Isabel
Misericordiando
Quella telefonata sul “sacro GRA”
Una missione spericolata
Più Gesù meno Papa
«Non perdo la mia pace»
“Vescovo emerito di Roma”?
Epilogo



Vedi anche il nostro post precedente:

ed anche lo Speciale di Tempo Perso: 
Anniversario Pontificato di Francesco (Pagina in continuo aggiornamento)