venerdì 29 novembre 2019

Papa Francesco incontra ospiti e volontari della Caritas di Roma: "Pazzia d’amore, pazzia di aiutare, pazzia di condividere la propria vulnerabilità con i vulnerabili. Questo è il programma!!!" (cronaca, foto, testi e video)

Papa Francesco incontra ospiti e volontari della Caritas di Roma:
"Pazzia d’amore, pazzia di aiutare, 
pazzia di condividere la propria vulnerabilità con i vulnerabili. 
Questo è il programma" 


È un Venerdì di misericordia e carità, ma anche di festa quello che porta il Papa fuori dal Vaticano, nella storica cittadella della Caritas, in occasione del 40esimo di fondazione. Una visita densa di momenti e incontri, iniziata con un tour di Francesco tra i locali e le realtà all’interno di questa grande struttura su via Casilina Vecchia. 
Accompagnato dal direttore della Caritas di Roma, don Benoni Ambarus, il Pontefice prega nella cappella “Santa Giacinta”, cuore del complesso, dove l’altare e l’ambone sono stati realizzati dal sacerdote, martire in Turchia, don Andrea Santoro, assassinato il 5 febbraio del 2006. 


 

Ascolta con attenzione la presentazione dell’Ambulatorio odontoiatrico, in cui oltre 40 dentisti volontari seguono gratuitamente più di 350 pazienti e lavorano per ridare ai poveri, spesso minori, il sorriso che la durezza della strada ha cancellato. 
Altra tappa è l’Emporio di Solidarietà: il primo supermercato gratuito nato in Italia, grazie al quale solo nel 2018 sono state distribuite oltre 490 tonnellate di prodotti alimentari, per un valore stimato di 770mila euro.


Papa Francesco ha quindi salutato gli ospiti della Casa di accoglienza Santa Giacinta, che lo hanno accolto davanti all’ingresso, qui ha avuto luogo l’unico momento strettamente privato del Papa, durante il quale si è intrattenuto con gli abitanti della Casa. 
Sorprendono, come se le vedessimo per la prima volta, le carezze e gli abbracci del Papa agli ospiti di Casa Santa Giacinta, che già da un po’ nella sala mensa, con emozione attendevano il suo ingresso: sono anziani, migranti, bambini che rompendo gli schemi, gli si stringono attorno, lo sommergono di regali e sorrisi, chiedendogli anche qualche selfie, a cui Francesco non si sottrae. Dopo aver salutato tutti i presenti, quasi uno ad uno, il Pontefice pronuncia al microfono un breve saluto e lancia un primo importante messaggio:

Grazie! Grazie a tutti voi dell’accoglienza. Sono contento di vedervi qui. Grazie tante! Continuate a essere insieme, aiutandoci uno l’altro, perché questo fa bene al cuore. Quando il cuore si ferma non c’è vita. E il cuore dell’amicizia deve essere sempre in movimento, perché così c’è la vita. E questo è il segnale della fraternità, dell’amicizia. Grazie per essere qui e pregate per me. E che Dio benedica tutti voi. Grazie!






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Francesco attraversa il cortile della cittadella, invaso da gente dietro le transenne che lo chiama e invoca anche solo una stretta di mano, per arrivare nella Sala Grande ed incontrare finalmente i volontari, gli operatori e gli altri ospiti, circa 220 persone, dell’organismo diocesano che oggi conta 52 opere-segno divise tra mense, ostelli, case famiglia, empori e ben 157 centri di ascolto parrocchiali in rete tra di loro. Anche qui è accerchiato, stretto da quell’affetto che difficilmente riesce a stare composto.


Don Benoni lo saluta a nome di tutti esordendo con un “caro padre Francesco!”. Mentre descrive e spiega gli impegni di Caritas nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, tra le piaghe del prossimo e i solchi profondi della sofferenza umana, auspica che ogni incontro con il povero sia una perenne Eucarestia. Quindi ringrazia Bergoglio per aver sfidato la stanchezza e i fusi orari del recente viaggio in Thailandia e Giappone e per essere lì a ribadire che ogni uomo è caro di Dio, ogni povero è nel cuore del Papa e mai sarà dimenticato: “Accorgersi dei fratelli più piccoli e prendersi cura di loro è un dono da non perdere – dice - A volte basta anche solo un’attenzione minima, uno sguardo affettuoso che li strappi dall’invisibilità”. Per il Papa don Benoni ha un dono: si tratta di un piccolo vangelo di Giovanni, in etiopico antico; un testo consumato, scritto a mano che arriva da Giubuti. E’ il segno – spiega – di un pastore che corre di qua e di là per il mondo per annunciare il Vangelo, consumando le suole delle scarpe in uno stato di intimità itinerante con Gesù, ma anche segno di tanti fratelli che quando hanno una vita rammendata, sono accompagnati dalla stessa intimità itinerante del Signore.



La testimonianza di Ornella

Alle sue parole fanno eco quelle di Ornella, una volontaria Caritas che svolge il suo servizio presso il Centro di ascolto per stranieri di via delle Zoccolette in centro a Roma. A Francesco racconta di come in questi anni sia venuta a contatto con tante persone e tante storie diverse, chi scappa dalla guerra, chi è orfano, chi non ha lavoro, chi emigra per salvare la propria famiglia dalla fame, facendo con ciascuno esperienza di quella umanità che soffre, spera e che ti rimane sulla pelle: “Ecco – esclama - per tutto questo sono felice di essere una volontaria, mi ha insegnato a dire ogni giorno grazie e a smettere di lamentarmi sulle cose che non vanno come vorrei”.

Le parole di Alessio

Commuove il Papa la storia di Alessio che dopo aver perso il padre e il fratello è stato costretto anche a chiudere la sua azienda, una piccola casa editrice, fino a sperimentare l’inferno e il freddo della strada finché non ha avuto il coraggio di bussare all’Ostello di via Marsala: qui è rimasto per 13 mesi poi a Pasqua di quest’anno è riuscito finalmente con l’aiuto degli operatori, descritti come modello di testimonianza e di santità, a trovare un lavoro e una casa: “La Caritas, via Marsala, sono stati la Pasqua della mia vita – dice Alessio -. Non so se saprò mai restituire tutti i doni che ho ricevuto da Dio attraverso la Caritas”.

Le testimonianze di Ornella e Alessio, una volontaria e un ospite ‘salvato’ dalla strada, colpiscono profondamente il cuore del Papa che le riprende nel suo discorso pronunciato a braccio a conclusione della visita alla Cittadella della Caritas, compiuta in occasione dei 40 anni dell’organismo diocesano.


DISCORSO A BRACCIO

Grazie dell’accoglienza, di essere qui. Grazie a tutti.

Due parole sono state dette che mi hanno colpito. Lei [operatrice del Centro di ascolto per stranieri] ha parlato di persone vulnerabili, di vulnerabilità. Mi sono accorto che Lei aveva trovato un rapporto con la vulnerabilità delle persone. E questo perché sa che anche Lei stessa è vulnerabile. La vulnerabilità ci accomuna tutti. Tutti siamo vulnerabili, e per lavorare nella Caritas bisogna riconoscere quella parola, ma riconoscerla fatta carne nel cuore. Venire a chiedere aiuto è dire: “Sono vulnerabile”; e aiutare bene, lo si fa soltanto a partire dalla propria vulnerabilità. È l’incontro di ferite diverse, di debolezze diverse, ma tutti siamo deboli, tutti siamo vulnerabili. Anche Dio ha voluto farsi vulnerabile per noi. È uno di noi e ha sofferto: non avere casa dove nascere, ha sofferto la persecuzione, scappare in un altro Paese, migrante; ha sofferto la povertà. Dio si è fatto vulnerabile. E per questo noi possiamo parlare con Gesù, perché è uno di noi!

E questa è la parola che ha detto don Benoni [Direttore Caritas Roma]: possiamo avere intimità con Gesù perché è uno di noi, itinerante. Camminare con Gesù nella vita, perché abbiamo la stessa carta d’identità: vulnerabili, amati e salvati da Dio. Questo è il cammino. Non si può fare l’aiuto ai poveri, non si può avvicinarsi ai poveri a distanza. Bisogna toccare, toccare le piaghe; sono le piaghe di Gesù. È misterioso: quando tu tocchi quella piaga, ti accorgi della tua. E questa è la grazia che ci danno i poveri, la grazia che ci dà la vulnerabilità dei poveri: sapere che anche noi siamo vulnerabili. Questo è bellissimo, perché significa che anche noi abbiamo bisogno di salvezza, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica una parola buona: i volontari, anche i preti… Tutti abbiamo bisogno di un fratello Gesù; abbiamo bisogno di quell’intimità itinerante, di camminare con Gesù.

Grazie a tutti di far vedere che abbiamo la stessa carta d’identità. Ognuno ha la propria vulnerabilità, ma il cognome è lo stesso: vulnerabili. E questo è grande ed è bello, perché, cosa significa?, che abbiamo bisogno di salvezza, abbiamo bisogno di cura. E la salvezza Dio non la fa con un decreto. Dio la fa camminando con noi, avvicinandosi a noi in Gesù. Questa è la salvezza. Grazie per aver detto quella parola, “vulnerabile”, che ci accomuna tutti. E grazie a te [don Benoni] di aver parlato della “intimità itinerante” con Gesù. Mi ha fatto bene sentire voi due. Le due domande che mi hai fatto me le sono dimenticate! Mi è venuto da dire questo. E avanti! Avanti così.

Don Benoni:
Per i prossimi 40 anni…

Papa Francesco:
Ma io sono venuto qui nel Giubileo della Misericordia, no?

Don Benoni:
18 dicembre 2015, non qui, a Via Marsala, per l’apertura della Porta Santa.

Papa Francesco:
Ah ecco. L’apertura… Vicino a Termini. E questo è nuovo?

Don Benoni:
Sono due realtà diverse.

Papa Francesco:
Bravo. Adesso fa il postino della Madonna. Che la spieghi lui. Va bene.

Don Benoni:
Vuole dire una parola sulla Caritas dei prossimi 40 anni? Che cosa è essenziale, che cosa annunciare... Il Vangelo della carità…

Papa Francesco:
Il Vangelo va annunciato con la testimonianza, non con gli argomenti, il proselitismo… No. Con la testimonianza va annunciato. Gesù ci ha lasciato un esempio di testimonianza per i prossimi 40 anni: quell’uomo, che non era religioso, [si riferisce alla parabola del buon samaritano, Luca cap. 10] forse pensava di non essere religioso, non so, quell’uomo trova sulla strada uno che era ferito dai ladri, e se ne prende cura, lo porta alla locanda… È interessante: Gesù non riferisce parole dette da quest’uomo; soltanto dice che «ne ebbe compassione», che significa patire con. Lo prende, lo porta, parla coi locandieri, lo curano un po’ e dice: “Io devo andarmene, ma tra due giorni torno”. Dà due monete [al locandiere e dice]: “Se occorre qualcosa di più, pagherò”. Io penso: quel locandiere, cosa avrà pensato? Questo è un pazzo! Questa è la parola che io vorrei dirti: pazzia. Pazzia d’amore, pazzia di aiutare, pazzia di condividere la propria vulnerabilità con i vulnerabili. Non so. Pazzia. “Ma questi preti, invece di rimanere in chiesa, dire Messa, stare tranquilli, fanno tutto questo movimento… Sono pazzi!” – “Bravo: sono pazzi!”. Questo è il programma: pazzi. Pensare al locandiere.

Adesso chiederò al Signore che benedica tutti voi, tutti voi.

Dio benedica tutti voi e vi accompagni nel cammino della vita. Amen.

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Si potrebbe definire un incontro in famiglia quello del Papa, una visita del Vescovo di Roma alla sua diocesi.


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