sabato 9 novembre 2019

9 novembre 1989 - 30 anni fa cadeva il Muro di Berlino, simbolo della Guerra Fredda - i Vescovi:COSTRUIRE MURI NON E' MAI LA SOLUZIONE! - "Il muro e il pensiero" di Raniero La Valle

9 novembre 1989 - 30 anni fa
cadeva il Muro di Berlino, 
simbolo della Guerra Fredda
"Il muro e il pensiero" 
di Raniero La Valle


Ricorre oggi il trentesimo anniversario dell’apertura del muro di Berlino, e i giornali ne sono pieni. Quello che non viene detto è che l’Occidente sbagliò del tutto la lettura di quell’evento e perse un’occasione storica straordinaria per richiamare in servizio i suoi ideali perduti e dar mano a una nuova costruzione del mondo.
Invece che come inizio del nuovo, l’Occidente visse infatti l’evento come conferma del vecchio, come convalida e premio della sua condotta passata. “La guerra fredda è finita, e noi l’abbiamo vinta”, andò a dire alla Camera il ministro degli esteri De Michelis. C’era, in quel giudizio, l’ultima vittoria dell’ideologia del conflitto, l’ultimo grido della vecchia dialettica non più intesa come strumento della ragione ma identificata con la realtà stessa, una realtà nella quale la differenza è pensata come antitesi, i diversi sono considerati opposti, le polarità come alternative, e perciò non ci può essere quiete, conciliazione, ma contraddizione, tensioni, alienazione e guerra. Coerenti a questa visione furono le conseguenze che se ne trassero: che la riunificazione tedesca avvenisse non per integrazione ma per annessione, e per quelli dell’Est fu un disincanto; che, venuta meno la deterrenza atomica, la guerra fosse ripristinata, e fu subito la guerra del Golfo; che, con la fine dell’URSS, il capitalismo non avesse più bisogno di essere mitigato con welfare e simili per poter sostenere il confronto col socialismo; che ormai, privo di competitori, il vangelo neoliberista del mercato potesse giungere fino agli estremi confini della Terra, e divenirne la Costituzione materiale, e via via anche formale, e che la globalizzazione selvaggia ne fosse il regime, avente le merci e il denaro come sovrani e la gran parte degli esseri umani come esuberi, come residui e come scarti.
Ciò che non si volle vedere fu che l’apertura o la caduta e rimozione del muro, fu un grande evento politico; certo vi sfociava la crisi del comunismo, ma esso fu effetto di una decisione politica presa da Gorbaciov contro la riluttanza dei dirigenti tedeschi dell’Est. Soprattutto però era il frutto di un nuovo pensiero politico, il primo vero, nuovo pensiero politico che si affacciava alla storia dopo la grande stagione costituente che aveva prodotto la Carta dell’ONU, le Convenzioni sui diritti e le Costituzioni postbelliche. Non importa che si chiamasse glasnost o perestrojka; era il pensiero dell’unità umana, il pensiero della fatuità di continuare ad ammassare armi nucleari per guerre che non si potevano vincere e che quindi non potevano essere combattute; era un pensiero per il mondo, un mondo ricomposto, oltre la dialettica signore-servo, amico-nemico che aveva fin lì dominato la filosofia e la storia. 
Quando il 9 novembre dell’89, “cadde” il muro di Berlino, era passato un anno dal discorso di Gorbaciov all’ONU che aveva invitato tutti a cambiare le cose, a smantellare le armi, a rimettere i debiti al Terzo mondo, a tutelare l’ambiente, a rilanciare l’ONU, a fare un mondo solidale e interdipendente, unito e diverso, in un sistema di relazioni non settarie; e per convincerli che faceva sul serio aveva annunziato di cominciare da se stesso, di cominciare dall’URSS a ridurre le armi, a togliere mezzo milione di soldati, diecimila carri armati, ottomila artiglierie e 800 aerei da combattimento dall’Europa, a concedere una moratoria di cento anni per gli interessi sul debito ai Paesi poveri o a cancellarlo del tutto, a cessare il fuoco in Afghanistan, a instaurare uno Stato di diritto, a ristabilire il primato dei diritti umani. Ed erano passati tre anni da quel 27 novembre 1986 in cui a Nuova Delhi Gorbaciov e Rajiv Gandhi, a nome di un miliardo di esseri umani e un quinto dell’umanità, avevano lanciato un appello per un totale rovesciamento della politica di dominio e di guerra e avevano proposto di costruire “un mondo libero dalle armi nucleari e non violento” in cui la vita umana fosse considerata il valore supremo, i popoli fossero rispettati, “Est e Ovest, Nord e Sud, indipendentemente dai sistemi sociali, dalle ideologie, dalle religioni e dalle razze” fossero uniti nella fedeltà al disarmo e allo sviluppo; e la catastrofe ecologica fosse scongiurata. Ma l’Occidente ignorò o non volle credere a questa rivoluzione di pensiero e di comportamenti, il sistema di guerra non se ne fece scalfire, e neanche l’apertura del Muro accese la scintilla di un ripensamento, di un’autocritica; la reazione fu quella suggerita dai riflessi condizionati e dagli stereotipi di sempre, dall’idea che questo, dei vincitori, è il modo di stare al mondo.
Per una singolare coincidenza il giorno prima della caduta del Muro, l’8 novembre, noi eravamo a Washington, al Pentagono e al Congresso, con una delegazione della Commissione Difesa della Camera in viaggio negli Stati Uniti per una missione conoscitiva. C’era tra l’altro da discutere il trasferimento dalla Spagna in Italia, da Torrejon a Crotone, di una base e uno stormo americano di F 16, cosa per nulla gradita ai calabresi. Gli interlocutori del Pentagono e della Camera, pur esprimendo speranze nella distensione, si mostrarono del tutto inconsapevoli e scettici sul reale mutamento della politica sovietica, ci sommersero di dati e tabelle sulla perdurante minaccia militare russa, ci dissero che non si sapeva come sarebbe andata a finire. Non sospettavano quello che sarebbe accaduto l’indomani, e sostenevano che comunque Stati Uniti e NATO dovevano persistere nel potenziamento della loro forza militare. Nei giorni successivi, ormai caduto il Muro, andammo ad Omaha, nel Nebraska, al Comando Aereo Strategico titolare della potenza nucleare degli Stati Uniti, che aveva come motto “la guerra è il nostro lavoro, la pace il nostro prodotto”, e poi al Comando del NORAD, che è quello della difesa spaziale, scavato all’interno dei monti Cheyenne nel Colorado; in ambedue i luoghi i discorsi e il viso dell’armi furono gli stessi. Andammo pure alla base di Nellis, nel Nevada, da cui attraverso un maxischermo fu possibile seguire la manovra militare interalleata “Red flag” che in quei giorni si stava svolgendo. Potemmo anche parlare con gli aerei in volo. Ce n’era uno che volava sempre, non atterrava mai, perché a bordo c’era un signore, un generale, che lontano da terra, girando sopra l’America, doveva garantire che in caso di un attacco nucleare che distruggesse i comandi dei missili al suolo, ci fosse sempre qualcuno lassù che potesse lanciare la ritorsione atomica e fare l’Armageddon. Collegati con lui, gli dicemmo: “generale, scenda giù che la guerra è finita” e lui rispose no no, non si può essere sicuri, dobbiamo restare sul piede di guerra. Scoprimmo anche una buona dose di religiosità in quella fede nelle armi: nelle tre Accademie militari che abbiano visitato alla fine, dell’Esercito, dell’Aereonautica e della Marina, la prima cosa che ci fu mostrata fu la rispettiva cattedrale: una con l’organo più grande del mondo, l’altra con la croce fatta di pale d’elica, l’altra con un Gesù frangiflutti che cammina sulle acque, e l’urna dell’eroe portata al cielo sul dorso di delfini.
La morale è che ci vuole un pensiero per far cadere i muri, ma se pur cadono i muri e non cambia il pensiero tutto continua come prima e anche peggio. Quel 9 novembre di Berlino fu un momento unico, irripetibile, un tempo favorevole, un “kairόs”, come lo chiamavano i Greci, che corre fuggendo con le ali ai piedi, e se non l’afferri al passaggio non torna più. Ma ora c’è da fare un miracolo: quel kairόs della caduta dei Muri dobbiamo farlo ripassare e non lasciarlo fuggire più. 
(Fonte: blog)


COSTRUIRE MURI NON E' MAI LA SOLUZIONE!
Dichiarazione dei Vescovi della Commissione degli Episcopati dell'Unione Europea (Comece) 
in occasione del 30esimo anniversario della caduta del muro di Berlino.

La caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989 è stato uno degli eventi più importanti della storia europea degli ultimi decenni. Fu un momento pieno di emozioni. Dopo essere stati separati da un muro di cemento per più di ventotto anni, gli abitanti di Berlino - parenti, amici e vicini di casa - che vivevano nella stessa città, poterono incontrarsi, festeggiare ed esprimere la loro gioia e le loro speranze. Da questo momento in poi il mondo è cambiato.


Il muro era il simbolo della divisione ideologica dell'Europa e del mondo intero. I cambiamenti avvenuti in Ungheria all'inizio del 1989, il crollo della cortina di ferro ad aprile, e le prime libere elezioni in Polonia a giugno, culminarono con la caduta del muro di Berlino, un evento che aprì la strada per riottenere la libertà, dopo più di 40 anni di regimi oppressivi nei Paesi dell'Europa centrale e orientale. Questi sforzi devono il loro successo all'impegno di un grande numero di europei, che avevano costantemente e pacificamente espresso il loro profondo desiderio di un cambiamento politico.

È vero che non tutte le aspettative suscitate dalla caduta del muro siano state soddisfatte. È inoltre innegabile che le ideologie, un tempo alla base della costruzione del muro, non sono del tutto scomparse in Europa e sono ancora oggi presenti, seppur in forme diverse.

Riconosciamo, in quanto cristiani, che è Cristo "nostra pace, colui che ha fatto dei due popoli uno e ha demolito il muro di separazione" (Efesini 2 14). La caduta del muro di Berlino non è solo un evento del passato da celebrare, ma contiene anche una dimensione profetica. Ci ha insegnato che costruire muri tra i popoli non è mai la soluzione, ed è un appello a lavorare per un'Europa migliore e più integrata.

Dobbiamo ricordare l’importante ruolo svolto da San Giovanni Paolo II e il suo incoraggiamento: "L'Europa ha bisogno di respirare con due polmoni!”.

Riconosciamo che il processo di guarigione e riconciliazione è delicato e difficile. Ancora oggi, per alcune delle vittime dei regimi oppressivi del passato, questo processo è tutt'altro che concluso; la loro determinazione, il loro impegno e la loro sofferenza sono stati decisivi per la libertà di cui l'Europa gode oggi.

Vogliamo tuttavia rilanciare e promuovere proprio quei segni di speranza e quelle aspettative per un futuro migliore in Europa e per gli europei che hanno guidato quel momento storico del novembre

Per queste ragioni, in quanto cristiani e cittadini europei, invitiamo tutti gli europei a lavorare insieme per un'Europa libera e unita, tramite un rinnovato processo di dialogo che trascenda mentalità e culture, rispettando le nostre diverse esperienze storiche e condividendo le nostre speranze e aspettative per un futuro comune di pace. Per riuscirci, dobbiamo ricordare che una cultura dell'incontro presuppone una sincera capacità di ascoltare. Come cristiani siamo chiamati a predicare ed essere testimoni del Vangelo, coscienti che "solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo" (Gaudium et spes, 22).

Invitiamo tutti a pregare Dio, il Signore della Storia, perché ci aiuti a dedicarci ad un'Europa guidata dallo Spirito Santo, che è l’origine e il fondamento della speranza, fonte e forza di un nuovo impegno per i valori su cui si fonda l'Europa: giustizia, libertà e pace.

Approvato da:
Jean-Claude Hollerich S.J., Cardinale Arcivescovo di Lussemburgo, Presidente
Mariano Crociata, Vescovo di Latina (Italia), Primo Vicepresidente
Franz-Josef Overbeck, Vescovo di Essen (Germania), Vicepresidente
Noël Treanor, Vescovo di Down & Connor (Irlanda), Vicepresidente
Jan Vokál, Vescovo di Hradec Králové (Repubblica ceca), Vicepresidente
Virgil Bercea, Vescovo di Oradea Mare (Romania)
Ferenc Cserháti, Vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest (Ungheria)
Jorge Ferreira da Costa Ortiga, Arcivescovo di Braga (Portogallo)
Hugh Gilbert, Vescovo di Aberdeen (Scozia)
Adolfo González Montes, Vescovo di Almería (Spagna)
Joseph Galea-Curmi, Vescovo ausiliare di Malta
Jozef Hal'ko, Vescovo ausiliare di Bratislava (Slovacchia)
Antoine Hérouard, Vescovo ausiliare di Lille (Francia)
Theodorus C.M. Hoogenboom, Vescovo ausiliare di Utrecht (Paesi Bassi)
Nicholas Hudson, Vescovo ausiliare di Westminster (Inghilterra e Galles)
Vjekoslav Huzjak, Vescovo di Bjelovar-Križevci (Croazia)
Philippe Jourdan, Amministratore Apostolico dell'Estonia
Jean Kockerols, Vescovo ausiliare di Malines-Bruxelles (Belgio)
Czeslaw Kozon, Vescovo di Copenaghen (Scandinavia)
Manuel Nin i Güell O.S.S.B., Esarca Apostolico della Grecia
Rimantas Norvila, Vescovo di Vilkaviškis (Lituania)
Christo Proykov, Vescovo di San Giovanni XXIII di Sofia (Bulgaria)
Youssef Soueif, Arcivescovo maronita di Cipro
Zbignev Stankevics, Arcivescovo di Riga (Lettonia)
Janusz Bogusław Stepnowski, Vescovo di Łomża (Polonia)
Franc Šustar, Vescovo ausiliare di Lubiana (Slovenia)
Ägidius J. Zsifkovics, Vescovo di Eisenstadt (Austria)
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- Berlino, trent’anni dopo il muro



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