martedì 18 giugno 2019

Visita di Papa Francesco a Camerino: Santa Messa - Angelus - visita nella “zona rossa” (cronaca, foto, testi e video)


VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLE ZONE TERREMOTATE DELLA DIOCESI DI
CAMERINO-SANSEVERINO MARCHE
16 GIUGNO 2019


10.30 In Piazza Cavour: Celebrazione della Santa Messa. 
12.00 Angelus
- breve sosta alla Chiesa di Santa Maria in Via. 
13.00 Presso il Centro di Comunità San Paolo: pranzo con i Sacerdoti della Diocesi. 
15.00 Prima di decollare dal Centro sportivo dell'Università di Camerino il Santo Padre si congeda dalle Personalità che Lo hanno accolto all'arrivo. 
15.45 Atterraggio all’eliporto del Vaticano.


In piazza Cavour, aperta per l'occasione, sono stati ammessi, nello spazio tra gli edifici ancora tutti imbragati e puntellati, 1200 fedeli per assistere alla Santa Messa celebrata dal Papa e, al termine, alla recita dell'Angelus.
L’altare era stato addobbato dai volontari che curano l’infiorata del Corpus Domini a Castelraimondo con due immagini particolari, di cui uno dedicato al papa e l’altro rappresentante la festa della SS. Trinità. Al termine della celebrazione il vescovo della diocesi di Camerino e San Severino Marche, mons. Francesco Massara, ha ringraziato il papa della visita ed ha ricordato: 
“Prima del terremoto questo territorio era un luogo di luce e di colori; ricco di una storia bella ed antica e spazio di accoglienza e di libertà. Dopo il sisma negli sguardi delle persone e dei loro dolorosi racconti ho potuto scorgere storie di cecità indotta dagli eventi; uomini e donne segnati dalla dolorosa perdita di ciò che è più caro, desiderosi di rialzarsi, ma incapaci di riprendere il cammino”.
Quindi gente di un territorio vasto, che ha chiesto aiuto alle Istituzioni ed alla Chiesa: “Questa Chiesa, come Bartimeo, ha scelto di non rassegnarsi e di lottare. Non si è lasciata vincere dallo sconforto e dalla rassegnazione e non ha mai smesso di gridare il dolore della gente. Qui non ci sono solo macerie e distruzione, ma una popolazione che non si abbatte e non demorde, ma che ha un grande desiderio di essere protagonista di una ripresa”. 

SANTA MESSA







OMELIA DEL SANTO PADRE

«Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi?», abbiamo pregato nel Salmo (8,5). Mi sono venute in mente queste parole pensando a voi. Di fronte a quello che avete visto e sofferto, di fronte a case crollate e a edifici ridotti in macerie, viene questa domanda: che cosa è mai l’uomo? Che cos’è, se quello che innalza può crollare in un attimo? Che cos’è, se la sua speranza può finire in polvere? Che cosa è mai l’uomo? La risposta sembra arrivare dal prosieguo della frase: che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi? Di noi, così come siamo, con le nostre fragilità, Dio si ricorda. Nell’incertezza che avvertiamo fuori e dentro, il Signore ci dà una certezza: Egli si ricorda di noi. Si ri-corda, cioè ritorna col cuore a noi, perché Gli stiamo a cuore. E mentre quaggiù troppe cose si dimenticano in fretta, Dio non ci lascia nel dimenticatoio. Nessuno è disprezzabile ai suoi occhi, ciascuno ha per Lui un valore infinito: siamo piccoli sotto al cielo e impotenti quando la terra trema, ma per Dio siamo più preziosi di qualsiasi cosa.

Ricordo è una parola-chiave per la vita. Chiediamo la grazia di ri-cordare ogni giorno che non siamo dimenticati da Dio, che siamo suoi figli amati, unici e insostituibili: ricordarlo ci dà la forza di non arrenderci davanti alle contrarietà della vita. Ricordiamo quanto valiamo, di fronte alla tentazione di rattristarci e di continuare a rivangare quel peggio che sembra non aver mai fine. I ricordi brutti arrivano, anche quando non li pensiamo; però pagano male: lasciano solo malinconia e nostalgia. Ma com’è difficile liberarsi dai brutti ricordi! Vale quel detto, secondo cui fu più facile per Dio far uscire Israele dall’Egitto che l’Egitto dal cuore d’Israele.

Per liberare il cuore dal passato che ritorna, dai ricordi negativi che tengono prigionieri, dai rimpianti che paralizzano, serve qualcuno che ci aiuti a portare i pesi che abbiamo dentro. Oggi Gesù dice proprio che di tante cose non siamo “capaci di portare il peso” (cfr Gv 16,12). E che cosa fa di fronte alla nostra debolezza? Non ci toglie i pesi, come vorremmo noi, che siamo sempre in cerca di soluzioni rapide e superficiali; no, il Signore ci dà lo Spirito Santo. Di Lui abbiamo bisogno, perché è il Consolatore, Colui cioè che non ci lascia soli sotto i pesi della vita. È Colui che trasforma la nostra memoria schiava in memoria libera, le ferite del passato in ricordi di salvezza. Compie in noi quello che ha fatto per Gesù: le sue piaghe, quelle brutte ferite scavate dal male, per la potenza dello Spirito Santo sono diventate canali di misericordia, piaghe luminose in cui risplende l’amore di Dio, un amore che rialza, che fa risorgere. Questo fa lo Spirito Santo quando Lo invitiamo nelle nostre ferite. Egli unge i brutti ricordi col balsamo della speranza, perché lo Spirito Santo è il ricostruttore della speranza.

Speranza. Di quale speranza si tratta? Non è una speranza passeggera. Le speranze terrene sono fuggevoli, hanno sempre la data di scadenza: sono fatte di ingredienti terreni, che prima o poi vanno a male. Quella dello Spirito è una speranza a lunga conservazione. Non scade, perché si basa sulla fedeltà di Dio. La speranza dello Spirito non è nemmeno ottimismo. Nasce più in profondità, riaccende in fondo al cuore la certezza di essere preziosi perché amati. Infonde la fiducia di non essere soli. È una speranza che lascia dentro pace e gioia, indipendentemente da quello che capita fuori. È una speranza che ha radici forti, che nessuna tempesta della vita può sradicare. È una speranza, dice oggi San Paolo, che «non delude» (Rm 5,5) – la speranza non delude! –, che dà la forza di superare ogni tribolazione (cfr vv. 2-3). Quando siamo tribolati o feriti – e voi sapete bene cosa significa essere tribolati, feriti –, siamo portati a “fare il nido” attorno alle nostre tristezze e alle nostre paure. Lo Spirito invece ci libera dai nostri nidi, ci fa spiccare il volo, ci dischiude il destino meraviglioso per il quale siamo nati. Lo Spirito ci nutre di speranza viva. Invitiamolo. Chiediamogli che venga in noi e si farà vicino. Vieni, Spirito Consolatore! Vieni a darci un po’ di luce, a darci il senso di questa tragedia, a darci la speranza che non delude. Vieni, Santo Spirito!

Vicinanza è la terza e ultima parola che vorrei condividere con voi. Oggi celebriamo la Santissima Trinità. La Trinità non è un rompicapo teologico, ma lo splendido mistero della vicinanza di Dio. La Trinità ci dice che non abbiamo un Dio solitario lassù in cielo, distante e indifferente; no, Lui è Padre che ci ha dato il suo Figlio, fattosi uomo come noi, e che per esserci ancora più vicino, per aiutarci a portare i pesi della vita, ci manda il suo stesso Spirito. Lui, che è Spirito, viene nel nostro spirito e così ci consola da dentro, ci porta nell’intimo la tenerezza di Dio. Con Dio i pesi della vita non restano sulle nostre spalle: lo Spirito, che nominiamo ogni volta che facciamo il segno della croce proprio mentre tocchiamo le spalle, viene a darci forza, a incoraggiarci, a sostenere i pesi. Infatti Lui è specialista nel risuscitare, nel risollevare, nel ricostruire. Ci vuole più forza per riparare che per costruire, per ricominciare che per iniziare, per riconciliarsi che per andare d’accordo. Questa è la forza che Dio ci dà. Perciò chi si avvicina a Dio non si abbatte, va avanti: ricomincia, riprova, ricostruisce. Soffre anche, ma riesce a ricominciare, a riprovare, a ricostruire.

Cari fratelli e sorelle, sono venuto oggi semplicemente per starvi vicino; sono qui a pregare con voi Dio che si ricorda di noi, perché nessuno si scordi di chi è in difficoltà. Prego il Dio della speranza, perché ciò che è instabile in terra non faccia vacillare la certezza che abbiamo dentro. Prego il Dio Vicino, perché susciti gesti concreti di prossimità. Sono passati quasi tre anni e il rischio è che, dopo il primo coinvolgimento emotivo e mediatico, l’attenzione cali e le promesse vadano a finire nel dimenticatoio, aumentando la frustrazione di chi vede il territorio spopolarsi sempre di più. Il Signore invece spinge a ricordare, riparare, ricostruire, e a farlo insieme, senza mai dimenticare chi soffre.

Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi? Dio che si ricorda di noi, Dio che guarisce le nostre memorie ferite ungendole di speranza, Dio che ci è vicino per risollevarci da dentro, questo Dio ci aiuti a essere costruttori di bene, consolatori di cuori. Ciascuno può fare un po’ di bene, senza aspettare che siano gli altri a cominciare. “Comincio io, comincio io, comincio io”: ognuno deve dire questo. Ciascuno può consolare qualcuno, senza aspettare che i suoi problemi siano risolti. Anche portando la mia croce, io cerco di avvicinarmi per consolare gli altri. Che cosa è mai l’uomo? È il tuo grande sogno, Signore, di cui ti ricordi sempre. L’uomo è il tuo grande sogno, Signore, di cui ti ricordi sempre. Non è facile capirlo in queste circostanze, Signore. Gli uomini si dimenticano di noi, non ricordano questa tragedia. Ma tu, Signore, non ti dimentichi. L’uomo è il tuo grande sogno Signore, di cui ti ricordi sempre. Signore, fa’ che anche noi ci ricordiamo di essere al mondo per dare speranza e vicinanza, perché siamo figli tuoi, «Dio di ogni consolazione» (2 Cor 1,3).

Guarda il video dell'omelia


ANGELUS

Ieri, a Pozzomaggiore, in Sardegna, è stata proclamata Beata Edvige Carboni, una semplice donna del popolo che nell’umile quotidianità abbracciò la Croce, dando testimonianza di fede e di carità. Rendiamo grazie per questa fedele discepola di Cristo, che ha speso tutta la sua vita al servizio di Dio e del prossimo.Un applauso alla nuova Beata, tutti!

Vogliamo ricordare in modo particolare i rifugiati, in occasione della Giornata Mondiale che le Nazioni Unite dedicano a loro. Questa ricorrenza invita tutti alla solidarietà con gli uomini, le donne e i bambini in fuga da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti fondamentali. Le nostre comunità ecclesiali e civili siano loro vicine e attente alle loro necessità e alle loro sofferenze.

Seguo inoltre con preoccupazione l’accrescersi delle tensioni nel Golfo Persico. Invito tutti a far uso degli strumenti della diplomazia per risolvere i complessi problemi dei conflitti in Medio Oriente. Rinnovo anche alla comunità internazionale un accorato appello ad impegnare ogni possibile sforzo per favorire il dialogo e la pace.

Al termine di questa celebrazione, saluto cordialmente tutti voi qui presenti. Estendo con affetto il mio saluto ai malati, agli anziani, ai carcerati, e a tutti coloro che, attraverso la radio e la televisione, si sono uniti spiritualmente a questa Santa Messa. Rivolgo un sentito ringraziamento a quanti – istituzioni, enti, associazioni e singole persone – hanno lavorato per questa mia breve ma intensa visita, collaborando generosamente con l’Arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche. Desidero inviare un saluto speciale e un incoraggiamento agli abitanti di San Severino Marche, che saluterò dall’alto sorvolando in elicottero la loro città.

Cari fratelli e sorelle, possiate camminare uniti e gioiosi nella via della fede, della speranza e della carità, fedeli alle numerose testimonianze di santità di cui è ricca la vostra terra. Penso, fra gli altri, a San Venanzio, San Severino, Sant’Ansovino, San Nicola da Tolentino, San Pacifico, e alla Beata Battista Varano. Penso altresì alle numerose figure di “santi della porta accanto” non beatificati o canonizzati, ma che hanno sostenuto – e sostengono – e hanno trasformato famiglie e comunità con la forza della loro vita cristiana.

Ed ora recitiamo insieme la preghiera dell’Angelus. Affido l’intera Comunità diocesana alla Vergine Santa, che venerate in numerosi Santuari e che invocate specialmente con il titolo di Santa Maria in Via. Lei, che animò con la sua presenza materna la prima comunità dei discepoli di Gesù, aiuti anche la Chiesa di oggi a dare buona testimonianza del Vangelo.

Angelus Domini…

Guarda il video della Santa Messa


Papa Francesco, dopo la Messa, attraversando le strade ancora vuote e spettrali da quasi tre anni, nella zona rossa, arriva al Centro Comunità di San Paolo.
I fedeli non hanno abbandonato la piazza in attesa di un ritorno del papa, che doveva recarsi alla chiesa di santa Maria in Via, simbolo della città, perché da qui partiva uno dei ‘cammini’ lauretani.
Allora il Papa è sceso dalla ‘papamobile’ ed ha salutato affettuosamente i bambini ed i disabili, accompagnati dai volontari dell’Unitalsi e riceve: un disegno con le impronte delle manine dei bambini dell'asilo, simbolo dei bimbi di tutto il territorio colpito dal terremoto; il disegno di una studentessa universitaria che rappresenta la visita del Papa in tutte le piazze dei Paesi colpiti dal sisma e che sottolinea la forza di Camerino come città universitaria; l'immagine della Madonna dipinta da una bambina che rappresenta l'affidamento a Maria di tutta la comunità diocesana; una icona di San Giuseppe realizzata da suor Gina Masi della Fraternità Casa di Nazareth, che dopo il sisma è stata trasferita. Infine viene donata al Papa una scultura realizzata dal maestro Nazareno Rocchetti, che rappresenta Gesù Risorto che poggia i piedi sulle macerie, «a sottolineare come, con l'aiuto di Dio - spiegano dall'arcidiocesi - si risorge anche dalla distruzione».








L’ultimo momento, ma non il meno importante, della visita di Papa Francesco a Camerino, è stato l’incontro con i bambini che si apprestano alla prima comunione in tutta l’arcidiocesi di Camerino e San Severino Marche. 
Giorno di acquisizione del sacramento che era previsto per oggi per oltre 200 bimbi, ma che è stato rimandato proprio per la visita del Santo Padre. Quello con i bambini ed i loro genitori è stato come un incontro con il futuro di tutto il territorio, perché è a loro che sono affidate le sorti di queste zone. Sono stati loro, in divisa da Comunione e con le bandierine dai colori papali, insieme a canti e pensieri preparati per l’occasione, ad accogliere il Santo Padre all’interno del Palasport comunale di Camerino.
Con loro anche i rispettivi genitori, contenti ed emozionati come i propri figli, considerato che momenti del genere non capitano a tutti. In anticipo sulla tabella di marcia, Papa Francesco è stato accolto da uno scrosciante applauso e da un coro unanime "Francesco…Francesco…” all’interno della struttura polivalente, quindi accompagnato dal vescovo Francesco Massara, padrone di casa e suo uomo guida per tutta la sua lunga sosta in città, il Papa ha passato in rassegna tutti i bambini schierati intorno al palco salutandoli da vicino.
Ne è seguito l’intervento di uno di loro, a cui è spettato il compito di leggere al Pontefice le proprie riflessioni dopo il sisma, nelle quali erano chiare le sensazioni di sofferenza per aver dovuto lasciare prima la città e quindi le speranze di rivederla tornare al suo originario splendore. Papa Francesco ha quindi preso la parola rivolgendo a tutti i presenti, piccoli e grandi, con un forte segnale di speranza che viene da Dio, l'augurio di rialzarsi sempre ogni volta che si cade, rialzarsi e ripartire, avere questa forza, nella quale trovare l’aiuto ed il sostegno del Signore.
Un insegnamento che i bambini hanno avuto anche durante la preparazione alla comunione attraverso il catechismo. Pontefice che ha anche scherzato sul caldo, la stanchezza e sul fatto di aver mangiato con i bambini, che hanno sopportato tutto questo per incontrarlo.
La voglia di avere questo contatto diretto era reciproca e l’entusiasmo tra Papa e comunità è stato altrettanto reciproco, tanto che cori e applausi sono continuati finché l’elicottero dell’Aereonautica Militare non ha ripreso il volo verso il Vaticano. Decollo avvenuto intorno alle 14,40, in largo anticipo, ma dopo una giornata storica e la più lunga (circa 7 ore) per la visita di un Pontefice in città.

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