giovedì 6 giugno 2019

COMBATTERE PER LA VITA. LA VITA È BELLA ANCHE QUANDO È DOLOROSA Michela Marzano - Mons. Paglia: serve uno scatto di amore - La morte non è mai una soluzione

COMBATTERE PER LA VITA. 
LA VITA È BELLA 
ANCHE QUANDO È DOLOROSA
di Michela Marzano


L'eutanasia di Noa, la ragazza olandese di 17 anni: la solitudine e l'abbandono uccidono ancor più della sofferenza. Anche perché, in assenza di amore e di condivisione, si è morti già prima di morire: ci si convince di non valere nulla. Ma c'è stato chi, con lei, ha provato a capire cosa ci fosse dietro il suo "voglio morire"?

«In questo caso, amare è lasciar andare». È stata questa la frase con cui Noa si è accomiatata su Instagram dalle persone care, subito prima di morire. Noa aveva 17 anni, era stata stuprata da bambina, e da tantissimo tempo era molto depressa. E in Olanda l’eutanasia, in casi in cui la sofferenza sia insopportabile e non ci sia speranza di cambiamento, la si può chiedere già a partire da 12 anni. Ma com’è possibile? È la prima cosa cui penso leggendo la notizia. Prima di arrabbiarmi, perché non è giusto, non è così che si fa, non si può morire a 17 anni, anche quando la vita sembra solo un peso da cui volersi liberare al più presto. Eppure lo so bene che talvolta la vita è talmente dolorosa, che l’unico modo per smettere di soffrire sembra quello di smettere di vivere.
Lo so, l’ho provato, l’ho vissuto anch’io. Avevo 27 anni e volevo morire: stavo male da così tanto tempo che ero convinta che solo la morte mi avrebbe liberata dal dolore. Era il 1997, e non pensavo che dopo qualche tempo avrei ringraziato il cielo di non essere riuscita ad andarmene via per sempre. Quando mi svegliai in ospedale, dopo 48 ore di coma, la prima cosa che dissi ai medici fu: «Tanto, quando esco, ci riprovo». Erano anni che seguivo una psicoterapia. Erano anni che ero devastata dalla disperazione.
Helplessness. Come commentò lo psichiatra che mi ricevette nel 2004. Ero ancora «senza possibilità di essere consolata». Di anni di analisi ne ho dovuti fare venti prima di trovare il bandolo della matassa e riuscire a capire che la vita è bella, anche quando è dolorosa, anche quando è un peso.
Ho dovuto aspettare di avere 40 anni per dire: «Oggi sto bene, cioè male, ma male come chiunque altro». Allora sì, sono scioccata dal fatto che in Olanda una ragazzina di 17 anni sia morta, accompagnata dalla medicina. Anche se penso che sia cosa buona e giusta permettere alle persone che sono in fase terminale di una patologia incurabile di partire, perché l’accanimento terapeutico è una tortura, e quando non c’è più niente da fare si può solo «lasciar andare», come ha scritto su Instagram Noa. Ma nel caso di Noa, non c’era davvero più niente da fare? E la psicoterapia? E la psicoanalisi? E qualunque altra forma di terapia che permetta di ripercorrere quegli attimi del passato in cui ci si è persi, e allora si immagina di non poter mai più trovare la strada?
Attenzione, non sto dicendo che sia facile, evidente, banale. Quando ci si batte per anni e anni, e la strada non la si trova, allora è inutile imporre la vita a chi, dalla vita, si è già allontanato. Ma a 17 anni si ha ancora tutta l’esistenza davanti, e sono convinta che la compassione e la pietà impongano ai medici di fare ancora qualche sforzo, invece di rispondere con un atto, ossia la morte, a una domanda di aiuto. Parlando del fine vita, la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, specialista dei death studies , ha più volte spiegato come chi chiede di morire lo faccia spesso perché vuole smettere di soffrire. Dietro il «voglio andarmene» di tanti suoi pazienti, ha scritto la dottoressa, c’era quasi sempre la voglia di essere accuditi, il desiderio di compagnia, il bisogno di cura, l’assenza d’amore e di riconoscimento. La solitudine e l’abbandono uccidono ancor più della sofferenza. Anche semplicemente perché, in assenza di amore e di condivisione, si è morti già prima di morire: ci si convince di non valere nulla, di non avere più alcuna dignità, di essere inutili. Ma c’è stato chi, con Noa, ha provato a capire cosa ci fosse dietro il suo «voglio morire»? C’è stato chi le ha detto «le vieto di farlo», come mi disse appunto quello psichiatra francese, pur riconoscendo la mia disperazione. Da allora sono passati quindici anni, e ringrazio ogni giorno il cielo per quel «divieto compassionevole» che c’è, oggi, dietro il mio essere ancora in vita.

(Fonte: “La Repubblica” -  5 giugno 2019)


“L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. 
La risposta a cui siamo chiamati 
è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, 
ma prendersi cura e amare per ridare la speranza” 
è quanto scrive Papa Francesco in un tweet , 
col pensiero e la preghiera rivolti alla ragazza diciassettenne olandese che ha scelto di lasciarsi morire. La giovane soffriva di gravi problemi psichici causati dagli abusi subiti da bambina.
 Il commento di mons. Paglia, presidente della Pontifica Accademia della Vita : 
serve uno scatto d'amore

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Servizio TG2000


Paola De Rose, neuropsichiatra all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
"... Come medico sono convinta che la vita debba sempre e comunque essere protetta, insieme alla tutela della guarigione, ossia alla possibilità di cercare in ogni caso strategie di cura.

E la cura non prevede mai l’interruzione della vita.

I percorsi terapeutici possono essere lunghi e complessi, più o meno efficaci; tuttavia se non tutti i casi sono risolvibili, tutti sono trattabili. Molti dei nostri ragazzi migliorano:

c’è sempre uno spazio di apertura e di speranza soprattutto in un cervello ancora in crescita.

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Noa Pothoven. De Rose (psichiatra): “Nel cervello in crescita c’è sempre uno spazio di apertura e speranza”