sabato 24 novembre 2018

Perché la Chiesa oggi non può restare in silenzio di Giuseppe Savagnone

Perché la Chiesa oggi 
non può restare in silenzio 
di Giuseppe Savagnone








Ha diritto la Chiesa – papa, vescovi, preti, laici che hanno responsabilità nelle rispettive diocesi – di esprimere pubblicamente dei giudizi critici sui programmi di questo o quel partito e sulle scelte di questo o quel governo? Il problema si pone da sempre, ma ha acquistato una nuova attualità da quando a diventare protagonisti della scena politica – prima in campagna elettorale, poi come forze di governo – sono stati Lega e 5stelle.

Ogni volta che il Papa, un vescovo, un presbitero o anche un laico inserito organicamente nella struttura, hanno preso una posizione critica sul tema dell’immigrazione, nei cui confronti il “governo del cambiamento” ha investito tanto delle proprie energie e della propria immagine (ultimo atto, il “decreto sicurezza”), si è immediatamente scatenata sui social una dura protesta da parte di molti che hanno ricordato il passo del vangelo dove si dice di dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. È del resto la stessa frase a cui si è appellato più volte Salvini, chiedendo alla Chiesa di occuparsi delle anime e non di questioni che spetta alla politica decidere.

A questo richiamo evangelico sia il leader della Lega che i social hanno aggiunto l’accusa di mascherare, con appelli di intonazione religiosa, ben più concreti interessi economici. Nella sua polemica con l’allora segretario della CEI, mons. Galantino, Salvini ha dichiarato, senza mezzi termini, che «le motivazioni di un così forte sostegno agli immigrati da parte del Vaticano dipendono probabilmente dal business miliardario in cui è coinvolta una parte dello Stato Pontificio», accusando poi Monsignor Galantino di essere un vescovo comunista e di star esasperando i fedeli.

E ha aggiunto: «Purtroppo il Papa ricopre una carica che non mi permette di giudicarlo, ma se un vescovo decide di esprimersi su un argomento di competenza politica, che si aspetti allora una reazione dalla controparte coinvolta».

Quanto all’esasperazione, Salvini dice la pura verità. Essa è tangibile, per esempio, nella valanga di commenti favorevoli che hanno salutato la presa di distanze del vescovo di Chioggia, Adriano Tessarollo, dalla provocatoria copertina di «Famiglia cristiana» in cui implicitamente il nostro ministro degli Interni veniva equiparato a Satana. «Finalmente un vescovo che dice la verità!», hanno scritto molti. Altri hanno unito a queste lodi a mons. Tessarollo attacchi violenti alla Chiesa, tirando in ballo perfino la pedofilia: «Ma io, ha scritto uno dei tanti, «non posso andare in chiesa e ascoltare un prete che invece di fare messa fa politica. È successo l’altro giorno, credo nelle Marche che un prete si è messo a inveire contro Salvini, i fedeli più coraggiosi si sono alzati e se ne sono andati e hanno fatto a mio giudizio bene. Io mi sarei alzato e gli avrei risposto politicamente, oppure visto che lui parla di Salvini gli avrei fatto domande sulla pedofilia nella chiesa».

Caratteristico il ricorso al “sentito dire”, tipico sui social. Del resto anche Salvini, per quanto sollecitato, non ha mai fornito la minima prova del coinvolgimento di «una parte dello Stato Pontificio» nel «business miliardario» fornito intorno all’accoglienza ai migranti. Ma non importa, la gente ci crede, perché sono discorsi “da caffè” su cui l’uomo della strada è pronto a giurare.

Più grave è l’accusa, fatta dal leader della Lega al Vaticano (e implicitamente al Papa) che proprio in questo coinvolgimento affaristico vadano cercate «le motivazioni di un così forte sostegno agl’immigrati da parte del Vaticano». Qui non c’è solo l’accusa di corruzione rivolta ai vertici della Chiesa, ma anche la riduzione a questa oscura base economica della posizione di principio della gerarchia, che sarebbe solo una copertura di ben altri interessi.

Davanti a queste reazioni, si capisce la cautela di tanti vescovi e sacerdoti che, per timore di perdere i loro fedeli, preferiscono tacere. E la loro scelta sembra convalidata dalla caduta degli indici di popolarità di papa Francesco in questi ultimi mesi e dalle chiassose e scomposte sequele di commenti che accompagnano, spesso senza neppure evitare la volgarità, le “uscite allo scoperto” dei pochi confratelli che osano parlare chiaramente.

Francamente, non sono sicuro che sia la scelta giusta. La forte opposizione di una parte consistente dell’opinione diffusa non impedisce alla Chiesa di ripetere, ad ogni occasione, la sua condanna dell’aborto e dell’eutanasia in nome della dignità dell’essere umano. Anche qui, naturalmente, si tratta di interventi che sono stati percepiti e denunziati da alcuni – e ancora lo sono – come indebite intromissioni nella sfera giuridico-politica. Ma la missione della Chiesa – contrariamente a quello che la Lega fin dal suo costituirsi ha sempre sostenuto, prima per bocca di Bossi e Calderoli, ora per bocca di Salvini – non è solo di parlare ai fedeli all’interno dei templi, ma riguarda il loro modo di concepire e di realizzare la loro vita associata.
Dare a Cesare quello che è di Cesare non significa, da parte della comunità cristiana, rinunziare a enunciare i grandi valori del messaggio cristiano e a valutare in base ad essi l’uso del potere da parte di chi detiene.

Questa valutazione di principio, peraltro, non va confusa con l’invasione del campo di Cesare da parte di chi vuol far sentire la voce Dio. Per portare un esempio concreto della differenza, un solo esempio. Personalmente non ho nulla da ridire sulle critiche del cardinale Ruini, allora presidente della CEI, alla proposta radicale che avrebbe liberalizzato senza limiti la fecondazione assistita; non ritengo invece rispettoso dell’autonomia della politica il suo invito (poi accolto dalla gente) a disertare le urne del referendum, perché quest’ultimo ha comportato il passaggio dal piano dei princìpi a quello del coinvolgimento diretto della Chiesa nella sfera operativa.

Tutto ciò è particolarmente importante sottolinearlo quando qualcuno, come la Lega di ieri e di oggi, pretende di impadronirsi del messaggio cristiano e di rappresentarlo, sventolando il crocifisso e il vangelo. A Salvini che giura sul testo sacro sostenendo di esserne il corretto interprete (contro il Papa e i vescovi!), i rappresentanti della Chiesa hanno il dovere di rispondere con fermezza, evidenziando che in questo modo Cesare non solo rifiuta il giudizio che viene da chi parla in nome di Dio, ma pretende di assumere lui il ruolo di Suo portavoce. Alla faccia della distinzione!

Le accuse alla Chiesa di fare politica sono inevitabili, quando essa denunzia la disumanità della politica. Oggi – credenti, ma anche non credenti – rimpiangiamo che questa denunzia non sia stata più forte e più chiara nei confronti dei totalitarismi e delle dittature del passato. Anche allora ci furono pastori che ritennero, in nome della distinzione tra Dio e Cesare, di seguire la via della prudenza. E, sempre in nome di questa distinzione, molti sinceri cristiani – nella cattolicissima Baviera, dove nacque il movimento nazista – non ritennero vi fosse nulla di contraddittorio nel continuare ad andare in chiesa e nel votare per un giovane leader che, magari forse in modo troppo aggressivo, voleva difendere i veri interessi della Germania mostrando finalmente i denti contro un gruppo etnico che li minacciava. Dio non voglia che altri, dopo di noi, debbano avere lo stesso rimpianto nei nostri confronti.

(Fonte : Tuttavia - 09.11.2018)