venerdì 7 settembre 2018

50 profughi lasciano i centri di accoglienza - Card. Montenegro: «accoglienza non è solo “ti tolgo dal mare”» - Card. Bassetti: «Scelta imprudente. Ma sono persone libere»

Card. Montenegro su migranti fuggiti:
accoglienza non è solo “ti tolgo dal mare”

Papa Francesco incontra il card. Francesco Montenegro
Il presidente di Caritas italiana torna a distinguere le peculiarità della prima accoglienza, per la quale la Chiesa è intervenuta e "ha messo la toppa", e della seconda accoglienza su cui invoca un supplemento di azione da parte della politica: "Per mettere una toppa ci vuole un abito - dichiara il porporato - adesso non stiamo trovando l’abito dove attaccare le toppe"

Sulla vicenda delle persone che facevano parte del gruppo di migranti presenti sulla nave Diciotti e poi trasferiti, e che si sono allontanate dai centri di accoglienza Caritas e dal centro Mondo Migliore a Rocca di Papa, interviene ai microfoni di Radio Vaticana Italia il cardinal Francesco Montenegro, Presidente di Caritas italiana

Ascolta l'intervista




R. – Io ritengo che questa gente che parte dalle proprie terre non arriva qua per essere prigioniera o entrare in un esercito. È gente che parte con un progetto. È gente che ha necessità, che parte perché c’è la guerra o la fame. Ed è gente che parte pensando che potrebbe trovare un lavoro, ricongiungersi con la famiglia, stare con gli amici per poter iniziare una vita nuova. Una cosa del genere non la faremmo anche noi? Anzi, posso dire, non l’hanno fatta anche i nostri migranti? E sono proprio questi fatti, questa gente che scappa, e che poi non si trova, che vuole andare altrove, in Europa, che dovrebbe far pensare all’Europa che è tempo che si prendano delle decisioni, proprio perché è un evento così storico e grande – quello di popolazioni che si spostano da una parte all’altra – che non si può risolvere solo con un piatto e un tetto. E allora è una scelta politica.

Eminenza, come risponde alle dichiarazioni del ministro dell’Interno per cui evidentemente questi migranti non avevano così tanto bisogno di cure, di accoglienza e di aiuto?

R. – L’accoglienza non è solo: “ti tolgo dal mare”. Se fosse solo questo sarebbe semplice l’accoglienza, no? Infatti qualche volta poi pensiamo: “rimandiamoli indietro”. L’accoglienza è permettere a una persona di costruirsi una vita dopo essere scappata da un’altra. Si dice che è gente che ha approfittato, che non ha un progetto, che rifiuta quello che gli si dà…: ma la questione è che non gli si dà ancora tutto quello che potrebbe giovare per una loro vita. I nostri migranti non sono stati presi, prelevati con le gru e portati là dove gli Stati hanno deciso. La prima parte di una accoglienza è doverosa per salvare vite; la seconda parte è altrettanto doverosa per continuare a tenere in vita una vita.

Qualche commentatore oggi sottolinea che la pur lodevole ‘toppa’ messa dalla Chiesa nel momento caldo per risolvere l’impasse della Diciotti era destinata a non reggere a lungo…

R. – Si è messa una toppa perché in quella situazione andava messa una toppa: non si potevano lasciare quegli uomini in mezzo al mare in attesa che chi era nella stanza dei bottoni prendesse le sue decisioni. Quella è una emergenza umana: ed è l’umanità che deve cercare di trovare soluzioni. Quindi, per dare soluzione ad un fatto, come quello di una nave e di gente che vi era sopra in attesa di chissà che, ci si è mossi. Ma non finiva con quel gesto la storia di quegli uomini. E non era solo la Chiesa che doveva: la Chiesa ha messo la toppa, ma il resto? Per mettere una toppa ci vuole un abito. Adesso non stiamo trovando l’abito dove attaccare le toppe.

Se non ci fossero più possibilità concrete, anche da parte della Chiesa, di trovare le risorse necessarie per fornire una prima assistenza, che cosa potrà accadere in Italia?

R. – Non credo che dovremo mettere alla porta il cartello “fallimento”. Perché qui il problema – io l’ho sempre detto – non è la migrazione: la migrazione è la conseguenza di un’ingiustizia che continua a reggersi nel mondo e a governare la storia del mondo. Questa gente sta pagando quello che altri, che poi normalmente si chiamano i “civili”, hanno fatto e di cui hanno approfittato: la colonizzazione, l’andare ad occupare quelle terre, a prendere le materie prime… E fino a quando ci sarà l’ingiustizia, ci sarà chi farà le valigie e partirà. Allora, qua dobbiamo chiederci se c’è uno stile che deve cambiare, quali sono le scelte vere da fare. E questo non potrà farlo la Chiesa, che deve essere sempre disponibile a dare una mano dove c’è un uomo che soffre. Hanno inventato i tavoli di politica e c’è una politica che dovrebbe affrontare questo problema, e dovrebbe farlo perché mi sembra strano che dopo trent’anni e più di immigrazione ancora non riusciamo a trovare degli sbocchi. Oggi vediamo pure quanto sia diventato facile sparare: ormai se una cosa non mi piace posso usare le armi, o per gioco o per divertimento o per spaventare… Si sta creando un clima di rottura per il quale tutti dobbiamo sentirci responsabili. Perché l’accoglienza – per me, come credente – è una casa ed è un piatto, ma anche un ‘con-cuore’.
(fonte: Vatican News, articolo di  Antonella Palermo 06/09/2018)

50 profughi lasciano i centri.
Bassetti: «Scelta imprudente. Ma sono persone libere»

«Con loro abbiamo fatto tutto quello che facciamo con i nostri poveri, non ho nulla da rimpiangere. Ma dopo l’arrivo i tempi per l’accoglienza vera vanno accelerati»

Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente Cei
Lo si sente angustiato come fosse un padre in pensiero per figli in giro non si sa dove. Il cardinale Gualtiero Bassetti comunica con la voce accorata tutta l’apprensione di chi ha a cuore il destino delle decine di migranti che hanno scelto di lasciare il primo posto dove sono stati guardati negli occhi come persone, per tentare un’avventura carica di incognite. Per il presidente della Cei si stava concludendo ieri un’altra giornata di incontri, visite, viaggi. Rientrato in serata a Perugia, ecco la notizia inattesa. «Ho sentito il telegiornale e mi sono informato sulla notizia. Non vado sui blog ma ho visto subito tutte le idee distorte che si sono diffuse. E ho avvertito il bisogno di dire un pensiero su questo episodio».

Qual è stata la sua prima reazione?
Le dico la verità: appena sentita la notizia, per prima cosa sono passato in cappella per parlare con il Signore. Quando umanamente siamo impotenti di fronte a tante situazioni umane, c’è sempre la forza della preghiera che ci sostiene. Come diceva La Pira, la preghiera è più potente di una bomba atomica. E io ne sono convinto.

Che giudizio dà di quello che è successo?
Sono profondamente dispiaciuto per l’allontanamento di alcuni profughi da Rocca di Papa. So con quanto amore e premura erano stati accolti dalla Caritas, ci siamo veramente sentiti di fare per loro tutto ciò che facciamo per i nostri poveri. E ora temo per la loro sorte: ci sono tante espressioni di malavita nella nostra società, pronte a sedurli come specchietti per le allodole. E anche questo mi fa paura. Ma rispetto la loro scelta anche se la ritengo in parte assurda. 'Liberi di partire liberi di restare': sono scelte opposte che difficilmente si possono conciliare.

Lei cita il titolo dell’iniziativa lanciata dalla Cei per affrontare in modo umano il fenomeno delle migrazioni. Come valuta ora ciò che si è fatto per questo gruppo accolto al centro Mondo Migliore?
Lo dico con fierezza: non ho nulla da rimpiangere circa quanto abbiamo fatto per accoglierli e toglierli dalla nave Diciotti. La nostra coscienza su questo punto è tranquilla, e il Vangelo ci dice che in situazioni analoghe dovremmo sempre comportarci nello stesso modo. È la logica del Samaritano, che ci porta a prenderci cura, a farci carico, a interessarci, a fermarci accanto.

Cosa direbbe a questi profughi?
Avrei desiderato tanto di incontrarvi, di capire i vostri problemi, di aiutarvi a risolverli. Ma mi sembra che in questo momento l’allontanamento non sia per voi la soluzione migliore.

C’è già chi dice: erano affidati alla responsabilità della Chiesa italiana, si doveva sorvegliare meglio... 
Sono persone libere, non possiamo andare oltre certi tipi di assistenza. Non possiamo chiamare i carabinieri in modo da farli vigilare perché non scappino. Se facessimo così, li metteremmo nelle stesse condizioni di quand’erano chiusi nella nave...

Che idea si è fatto dei motivi che li possono aver spinti a lasciare il centro?
Non sono venuti per restare in Italia, lo sappiamo bene. Desiderano raggiungere i loro parenti, mete diverse, oppure seguire altri sogni. In questo momento la loro scelta di allontanarsi la ritengo un’imprudenza, ma devo anche capire che se lo hanno fatto avevano dei motivi, non è certo perché li abbiamo angariati o trattati male. Non sono scappati perché erano trattati male: erano denutriti e gli hanno dato da mangiare, sfiniti e hanno trovato un letto, i volontari li hanno rivestiti, i medici li hanno visitati e curati. E appena sono stati un pochino meglio, si sono riaccesi in loro quei desideri che li avevano spinti a fuggire dalla loro terra.

C’è qualcosa che questo episodio può insegnare all’accoglienza da parte di strutture ecclesiali?
Quando arrivano, e dopo una prima assistenza rapida, dovremmo essere in grado di accoglierli subito nelle case, presso famiglie, in strutture diocesane adatte, com’è stato fatto per tanti. Perché allora vivono meglio la libertà. Vanno accelerati i tempi per l’accoglienza vera, dopo quella provvisoria dei primi giorni.

E a chi già torna a criticare lo stile con cui la Chiesa accoglie cosa sente di dire?
Senza polemizzare con nessuno, che abbiamo fatto un’accoglienza umana, fraterna. Sono andati i volontari, hanno parlato con loro, abbiamo saputo tante cose delle loro storie. Non sono stati messi in un lager, al contrario, gli abbiamo fatto sentire che la Chiesa è una famiglia. Questo non ha impedito le loro libere scelte, anzi. Si sono sentiti trattati come esseri umani dopo chissà quanto tempo, hanno ripreso coscienza della propria dignità, e sono rinati in loro quei motivi che li avevano spinti a viaggiare. In loro brucia il desiderio di andare dove vanno i loro sogni.
(fonte: Avvenire, articolo di Francesco Ognibene 6 settembre 2018)