lunedì 28 maggio 2018

FAKE POPE. LE FALSE NOTIZIE SU PAPA FRANCESCO di Nello Scavo e Roberto Beretta - Introduzione

FAKE POPE. 
LE FALSE NOTIZIE SU PAPA FRANCESCO

di Nello Scavo e Roberto Beretta

in libreria dal 25 maggio

“Non ha protetto i suoi confratelli durante la dittatura argentina!”; “Il conclave che lo ha eletto era truccato!”; “Fa fare carriera solo ai gesuiti!”; “È comunista!”; “È protestante!” “È un antipapa!”; “Francesco dice che Donald Trump è una brava persona”, “Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero. E lui è parte del problema”; sono solo alcune delle false notizie e accuse rimbalzate sui giornali di tutto il mondo e sul web.

Bergoglio è il pontefice più calunniato della storia? E – se è così – per quale motivo? C’è un “complotto” dietro le accuse che gli vengono scagliate contro, oppure si tratta solo della reazione di chi (cattolici compresi) non sopporta un papa così innovativo? Di bugie sulla figura di papa Francesco ne girano parecchie, suscitano reazioni, ma nessuno fino ad ora le ha catalogate e investigate in modo da tracciarne un filo logico. Scavo e Beretta hanno ripreso, in chiave di controinchiesta punto per punto, 80 delle principali accuse al Papa, analizzandole con metodo in un corretto contesto storico-politico con l’intento di individuare verità e menzogne, avendo sempre ben chiaro che l’errore è comune a tutti, compreso il Papa, e che le fake news, nei molti ambiti che le comprendono, sono diventate oggi strumenti di propaganda non solo ideologica ma anche economica.

Nello Scavo, Roberto Beretta, Fake Pope. Le false notizie su papa Francesco, Edizioni San Paolo 2018, pp. 272, euro 20,00.

INTRODUZIONE

«Non si smette mai di ricercare la verità, perché qualcosa di falso può sempre insinuarsi, anche nel dire cose vere» - Papa Francesco, messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni

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Questo non è un libro apologetico. O, almeno, non vorremmo che lo fosse: il Papa – anche il Papa – si può criticare, anzi in alcuni casi si deve farlo. Il problema non è affatto quello di “allargare” il dogma – già discusso e discutibile – dell’infallibilità pontificia fino a fargli coprire tutte le espressioni papali, ma al contrario ricondurlo alle materie, alle argomentazioni, alle ragioni che rendono seria, motivata e appunto credibile e vera e utile una critica al Papa. Come si renderà subito conto il lettore, infatti, non è sempre questo il caso. 
Contro papa Francesco circolano accuse completamente inventate (vere e proprie fake news), altre chiaramente strumentali, alcune che si contraddicono tra loro e che si possono confutare anche solo giustapponendole l’una all’altra. Ci sono addebiti davvero eccessivi, come se si potessero mettere sul conto del pontefice tutti i mali della Chiesa, e ci sono imputazioni false, che – per ignoranza o per malizia – contraddicono obiettivamente la realtà dei fatti. È quanto accade spesso a chiunque esponga la sua opera ai riflettori del mondo. 
È Bergoglio il primo Papa a essere criticato? Certamente no! La figura del pontefice è da secoli talmente alta sul piedistallo da prestarsi assai facilmente come bersaglio. È il Papa più criticato di sempre? Questo potrebbe anche essere, non tanto forse per la mole delle obiezioni (ci sono stati nella storia pontefici colpiti da accuse fortissime, persino da anatemi e scomuniche) quanto per lo stillicidio di appunti e rimproveri, invettive e persino insulti che gli vengono riversati addosso grazie all’infinito serbatoio di fantasie e anche di infamie che è la rete con le sue braccia social. 
Non staremo qui a compatire il Santo Padre – benché davvero alcuni commenti circolanti sul suo conto superino abbondantemente non solo i limiti della decenza e della legge, ma anche quelli della dignità dovuta a qualunque essere umano. Ma lo capiamo quando (ormai già numerose volte) si è voluto scagliare contro il pettegolezzo e il chiacchiericcio nella Chiesa, le voci di sacrestia, la diffamazione, ora – nel recente messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali 2018 – le fake news che turbano irreparabilmente e condizionano la vita di una comunità che dovrebbe essere fraterna come quella dei seguaci del Vangelo. 
È chiaro: in un clima sociale, con un’opinione pubblica dove l’“immagine” della persona costituisce anche il suo valore, le fake news sono armi potentissime. Una “cannonata” di bugie o di semi-verità manipolate ad arte è in grado di devastare il lavoro di anni, di instillare una sfiducia demolitrice laddove – ed è spesso il caso della Chiesa – il risultato finale dipende dai delicati equilibri e dalla pazienza nelle relazioni umane. Non si tratta più di un’azione critica, pertanto motivata e sottoposta a verifica, bensì di sparare ad alzo zero lasciando terra bruciata intorno a sé. Anche senza la necessità di aderire alla tesi di un “complotto planetario”, secondo la quale esisterebbe un ristretto gruppo dominante in grado di indirizzare l’opinione pubblica verso i propri scopi occulti, sappiamo comunque che le fake news, le informazioni manipolate o strumentalizzate, sono uno strumento di potere. Lo sappiamo da sempre, ma oggi – grazie alla diffusione capillare e istantanea dell’informazione digitale – vediamo il principio applicato in modo sistematico come mai prima. Ed è un paradosso su cui riflettere il fatto che siamo tanto esposti ai rischi del falso proprio nell’era in cui si vive dell’eccesso di notizie “in tempo reale” (del resto, non siamo anche sottoposti a incredibili ritorni dell’irrazionalità e del populismo proprio nell’epoca in cui dovrebbe essere massimo il dominio della tecnica e della scienza?).
Le fake news si nutrono appunto di irrazionalità, e nello stesso tempo la alimentano parlando alla pancia delle opinioni pubbliche; pertanto sono quanto mai funzionali a un sistema che si fonda sulle paure reciproche – come quello in cui viviamo. Ed è qui che nuovamente il tema della verità nell’informazione interseca l’interesse della Chiesa: non è possibile infatti costruire alcuna comunità umana, tanto meno fraterna, là dove dominano il sospetto e la diffidenza, magari creati e gestiti ad arte da manipolatori. 
Non a caso il diavolo, il male personificato della tradizione cristiana, è etimologicamente “colui che divide”; e perciò simmetricamente stabilire la verità è un’opera spirituale, non solo un dovere di obiettività per giornalisti e comunicatori. Distinguere per non confondere
Le fake news riportano al centro il tema della verità, caro al cristianesimo tradizionale; ma stavolta la risposta giusta non è fornire nuove sicurezze intangibili, dogmatiche, rigide, a prova di falsità, quanto educare a una continua ricerca e alla verifica. È il discernimento – altro termine molto spesso usato da papa Francesco, e del resto tipico del patrimonio gesuitico – la ricetta proposta da Bergoglio contro il pensiero unico o deviato, e il suo primo ingrediente è la coscienza del singolo. Ben indagata e sottoposta a verifiche quanto si vuole, ma comunque una responsabilità sempre personale: «Noi siamo abituati al “si può o non si può” – ha detto il pontefice ai suoi confratelli gesuiti dell’America Latina –. Ho ricevuto anch’io, nella mia formazione, la maniera del pensare “fin qui si può, fin qui non si può”. […] Questa è una forma mentis del fare teologia in generale. Una forma mentis basata sul limite. E ce ne portiamo addosso le conseguenze». Si torna dunque alla distinzione iniziale, quella tra critica e fake: la prima è un dovere (oltre che un diritto), le seconde sono un pericolo. Ma il discrimine non è la “certezza” del loro contenuto: anche le fake si presentano sempre come “verità assolute” – e d’altro canto tutte le “verità” possiedono la loro certezza in proporzioni variabili (bisogna saper discernere dove e quanto e quando). Il discrimine sta nel soggetto che le sottopone a giudizio – peraltro sempre rivedibile – e distingue di volta in volta gli elementi che ne costituiscono la credibilità, la realtà. 
La novità metodologica di papa Francesco nei confronti delle fake news (e dunque dell’idea di verità) sta nel contrastarle non attraverso l’imposizione ribadita di una certezza assoluta, immutabile, tanto credibile che non c’è bisogno di dimostrarla: come spesso succede alle verità di fede. Ma nel richiedere agli uomini – cominciando da quelli religiosi – un’educazione seria e permanente alla verifica del proprio credo; compreso quello cristiano. In tal senso pensiamo che possano acquistare un significato profondo anche certe espressioni “relativiste” di Bergoglio, come il celebre «chi sono io per giudicare » ma anche «non oso dirvi di più», «questo è solo il mio pensiero personale», eccetera; modi di dire (e pure suggerimenti pastorali) che hanno suscitato reazioni incollerite da parte di chi è abituato a considerare ex cathedra qualunque pronunciamento gerarchico, tanto più se papale. Papa Francesco è andato persino oltre, nel recente viaggio in America latina, non solo ammettendo di aver sbagliato nei modi usati per parlare delle presunte collusioni di un vescovo in casi di pedofilia – «Chiedo scusa se ho ferito le vittime senza accorgermi, ma l’ho fatto senza volerlo, e mi fa tanto dolore. Mi sono accorto che la mia espressione non è stata felice. È quello che posso dire con sincerità» –, ma anche ricordando che il suo giudizio in merito si basa su dati fallibili e tutt’altro che immutabili: «Devo dire davvero che non ci sono evidenze di colpevolezza. Non posso condannarlo, non ho le evidenze, e sono convinto che sia innocente. Aspetto alcune evidenze per cambiare posizione. Se vengono da me persone con evidenze sono il primo ad ascoltarle». In fondo, è lo stesso atteggiamento (profondamente umano) che si invoca nei confronti del pontefice – l’attuale e tutti i predecessori: il Papa può sbagliare, può essere corretto e può chiedere scusa; ma ha il diritto di essere giudicato con onestà e in base a “evidenze”, e persino difeso, sebbene farlo sia decisamente impopolare – se tali “evidenze” non esistono, o almeno non sono ancora note. Ecco: Francesco chiede a ciascuno (e anzitutto a se stesso) di essere uomo, nel bene e nel male; di non accontentarsi cioè di un riferimento all’auctoritas, di superare l’immagine, di andare oltre il dato di maggioranza, prendendosi invece la responsabilità di giudicare e di scegliere, persino sbagliando. 
Nel suo piccolo, anche questo libro vorrebbe rendere testimonianza a tale metodo, profondamente umano. 
NELLO SCAVO - ROBERTO BERETTA

NELLO SCAVO è giornalista di Avvenire, reporter internazionale e cronista giudiziario. Negli anni, ha indagato sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale, firmando servizi da molte zone «calde» del mondo come la ex-Jugoslavia, il Sudest asiatico, i Paesi dell’Urss, l’America Latina, il Medio Oriente e il Corno d’Africa. Nel 2013 è partito per Buenos Aires, alla ricerca della verità sulle voci di presunta connivenza di Papa Francesco con le dittature sudamericane per poi scrivere I sommersi e i salvati di Bergoglio. Suoi sono anche La lista di Bergoglio, tradotto in più di 15 lingue, I nemici di Francesco del 2015 e Perseguitatidel 2017.

ROBERTO BERETTA è giornalista e saggista. Ha scritto più di venti libri di argomento storico e religioso, molti dei quali “scomodi”: sia a sinistra (Il lungo autunno: controstoria del Sessantotto cattolico; Storia dei preti uccisi dai partigiani) sia a destra (Le bugie della Chiesa; Da che pulpito... Come difendersi dalle prediche; Chiesa padrona. Strapotere, monopolio e ingerenza nel cattolicesimo italiano). È una delle firme più assidue del blog di libera opinione cattolica Vino Nuovo.