sabato 10 febbraio 2018

CARNEVALE - “C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere…” Noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria


LA GIOIA DEL CARNEVALE SPIEGATA DA JOSEPH RATZINGER

In una riflessione pubblicata nel 1974, il Papa emerito spiega perché questa ricorrenza che precede il tempo di Quaresima ha a che fare con l’umanità profonda della fede cristiana. E sottolinea: «Noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria»


«In merito al Carnevale non siamo forse un po’ schizofrenici? Da una parte diciamo molto volentieri che il carnevale ha diritto di cittadinanza proprio in terra cattolica, dall’altra poi evitiamo di considerarlo spiritualmente e teologicamente. Fa dunque parte di quelle cose che cristianamente non si possono accettare, ma che umanamente non si possono impedire? Allora sarebbe lecito chiedersi: in che senso il cristianesimo è veramente umano?». Comincia così la riflessione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger sul Carnevale, il periodo che precede la Quaresima e in qualche modo ha a che fare con il calendario liturgico cattolico. La riflessione è contenuta nel libro Speranza del grano di senape (Queriniana, Brescia 1974). 

«L’origine del carnevale», spiega Ratzinger, «è senza dubbio pagana: culto della fecondità ed evocazione di spiriti vanno insieme. La chiesa dovette insorgere contro questa idea e parlare di esorcismo che scaccia i demoni i quali rendono gli uomini violenti e infelici. Ma dopo l’esorcismo emerse qualcosa di nuovo, completamente inaspettato, una serenità demonizzata: il carnevale fu messo in relazione con il mercoledì delle ceneri, come tempo di allegria prima del tempo della penitenza, come tempo di una serena autoironia che dice allegramente la verità che può essere molto strettamente congiunta con quella del predicatore della penitenza. In tal modo il carnevale, una volta sdemonizzato, nella linea del predicatore veterotestamentario può insegnarci: “C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere…” (Qo 3,4)». 

Per questo, nota il Papa emerito, «anche per il cristiano non è sempre allo stesso modo tempo di penitenza. C’è anche un tempo per ridere. L’esorcismo cristiano ha distrutto le maschere demoniache, facendo scoppiare un riso schietto e aperto. Sappiamo tutti quanto il carnevale sia oggi non raramente lontano da questo clima e in qualche misura sia diventato un affare che sfrutta la tentabilità dell’uomo. Regista è mammona e i suoi alleati. Per questo noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria. La lotta contro i demoni e il rallegrarsi con chi è lieto sono strettamente uniti: il cristiano non deve essere schizofrenico, perché la fede cristiana è veramente umana» 
(fonte: Famiglia Cristiana)
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Si maschera il volto. Poi ne combina di cotte e di crude. Ride e irride. Mangia, beve, balla. Scherza su tutto e su tutti. Salvo essere serio, serissimo, quando fa di conto. Già, perché il Carnevale, è (anche) un grosso affare. In Italia, indotto incluso, fattura complessivamente 200 milioni di euro. 
La parte del leone la fa Venezia con 55 milioni. Seguono Viareggio (26 milioni), Ivrea (2,5 milioni), e, via via, tutti gli altri. Lo rivela una ricerca del centro studi della Confederazione nazionale dell'artigianato e della piccola e media impresa (Cna) pubblicata sul finire dello febbraio 2017, già tarata sulle cifre (stimate) dell’anno scorso.

Divertirsi richiede intelligenza, tempo e fatica. A Viareggio, ad esempio, la realizzazione di un carro presuppone sei mesi di lavoro, in genere da novembre a febbraio, per 220 ore mensili trascorse nella Cittadella del Carnevale, il complesso architettonico creato nel 2001 al fine di permettere la lavorazione dei carri in un ambiente adatto e sicuro. Nelle 25 imprese artigiane impegnate, oltre al titolare lavorano mediamente tre dipendenti specializzati. Ogni carro dispone, inoltre, di un ingegnere di riferimento per calcolo strutturale, collaudo e certificato di sicurezza. Nulla è lasciato al caso, insomma. Né prima. Né dopo. I carri, autentiche opere d’arte, non vanno in pensione. I pezzi più significativi, terminato il Carnevale, emigrano. Vanno oltre Atlantico ad arricchire il Museo di Detroit o il Carnevale di New Orleans.

«Una vera e propria industria. E pensare che il Carnevale è nato per sovvertire l’ordine costituito», sorride Mariachiara Giorda, docente di scienze storico-religiose all’Università La Sapienza, di Roma. «Com’è noto, la parola Carnevale deriva dal latino carnem levare ("eliminare la carne"), forse influenzata anche da un altro termine latino, vale (quasi fosse "carne, addio"), poiché indicava il banchetto che si teneva l'ultimo giorno di Carnevale, subito prima del Mercoledì delle ceneri, inizio della Quaresima, tempo di astinenza e di digiuno». Il Carnevale che conosciamo noi, quello d’epoca cristiana di cui ci accingiamo a festeggiare l’edizione 2018 (Giovedì grasso è l’8 febbraio, Martedì grasso il 13), ha una lunga storia alle spalle e “parenti stretti” sparsi in molte parti del mondo.
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