mercoledì 28 febbraio 2018

Cinque anni dopo. La speciale cattedra del Papa emerito

Cinque anni dopo. 
La speciale cattedra del Papa emerito

Alle otto della sera di cinque anni fa il mondo assisteva – chi con trepidazione, chi con preghiera, chi con la spontanea curiosità per qualcosa mai visto prima d’allora – al chiudersi del portone del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, che segnava la fine del pontificato di Benedetto XVI. 


Cinque anni dopo prevale invece una sensazione diversa, in qualche modo opposta. Non di 'chiusura' si è trattato. La decisione inedita (in era moderna) del Pontefice ora emerito ha in realtà aperto un’epoca nuova nella storia della Chiesa e, in definitiva, anche del mondo contemporaneo. Consegnandoci un’eredità spirituale e pastorale di inestimabile valore, che continua ad alimentarsi, giorno dopo giorno, dell’esempio di vita e di fede di papa Ratzinger. Fare memoria di quel 28 febbraio di cinque anni fa non è dunque un semplice esercizio di memoria.

È invece un immergersi nella lettura e nell’interpretazione di una pagina viva ed estremamente feconda del nostro tempo, cercando di coglierne, per quello che ci è possibile, l’ordito e la trama nel disegno della Provvidenza. Va detto infatti che se il pontificato di Benedetto XVI si è chiuso dietro quel portone, il suo magistero non è finito, ma si è trasformato. Egli è salito su un’altra cattedra – quella della presenza silenziosa e orante – che in questo lustro si è posta con umiltà ancillare al servizio dell’unica Cattedra di Pietro sulla quale siede dal 13 marzo 2013 papa Francesco. Così come per gli ultimi, sofferti anni del pontificato di san Giovanni Paolo II si è parlato di una 'cattedra del dolore', oggi possiamo riferirci al periodo da emerito di papa Ratzinger come a una 'cattedra della preghiera e della fede', in continuità con quanto egli ha insegnato da Pontefice 'regnante' e in rapporto di fraterna obbedienza rispetto a Francesco.

Quali sono dunque le coordinate fondamentali di questo insegnamento? Potremmo dire che esso ha innanzitutto come predisposizione di fondo proprio quella «incondizionata riverenza e obbedienza» al successore, annunciata pubblicamente nell’udienza ai cardinali riuniti nella Sala Clementina, il 28 febbraio 2013, e ribadita poi a Francesco in persona – come ha ricordato di recente l’allora segretario 'in seconda' di Ratzinger, monsignor Alfreb Xuereb, in una intervista a 'Vatican news' – nella prima telefonata tra i due, la sera stessa dell’elezione.

Benedetto XVI ha mantenuto in tutto e per tutto quella promessa e, conoscendolo, non c’era da dubitarne. L’ha riempita anzi – ed è la seconda coordinata del suo magistero da emerito – della più preziosa modalità di esplicazione – la preghiera in favore di tutta la Chiesa e in special modo del Vicario di Cristo – e (terza coordinata) di un contenuto fondamentale, cioè la pratica dimostrazione di come si possa vivere oggi la fede, in qualunque condizione e stagione della propria vita. Ne abbiamo ricevuto una straordinaria testimonianza, non più tardi di 20 giorni fa, attraverso una brevissima lettera al 'Corriere della Sera'. Alla domanda sulle sue condizioni di salute, Benedetto ha infatti risposto che «nel lento scemare delle forze fisiche, interiormente sono in pellegrinaggio verso Casa».

Ecco come la fede illumina e orienta la vita del Papa emerito anche in quest’ultimo tratto della sua esistenza terrena. In un mondo che, da un lato, idolatra (ricordate la «cultura della morte» più volte denunciata da Giovanni Paolo II?) e, dall’altro, esorcizza la morte, negandola e nascondendola in tutti i modi, Joseph Ratzinger ce la presenta invece come evento naturale e atteso, che gli spalancherà finalmente, dopo un lungo cammino, la porta di Casa. C’è qui da un lato una grande serenità personale che ci rinfranca, dall’altro una profonda consonanza con l’insegnamento della Chiesa, che da sempre ha considerato come dies natalis dei santi quello della loro 'nascita' – appunto – al Cielo.

E c’è anche una profonda sintonia con papa Francesco che in una udienza generale dello scorso mese di ottobre chiese ai fedeli di pensare anche al giorno della propria morte. Infine, ritroviamo in queste parole una straordinaria continuità tra il prima e il dopo 28 febbraio. Joseph Ratzinger è stato, infatti, il Papa della fede, cioè dell’essenziale. Una questione, quella del credere oggi, che egli aveva indicato come cruciale fin da quando, giovanissimo teologo, ebbe il coraggio di scrivere un articolo che gli valse anche feroci critiche, sulla situazione declinante della fede nella sua Germania.

Da prefetto della Congregazione che quella fede ha il compito di promuovere, oltre che di difendere, tutti sanno ciò che ha fatto. E infine proprio questo è stato l’asse portante del suo pontificato, che ha in qualche consegnato a Francesco attraverso quell’ultima enciclica, Lumen Fidei , portata a termine e pubblicata dal suo Successore. In questi cinque anni, dalla sua Cattedra del tutto speciale, è come se quella questione la consegnasse nuovamente tutti i giorni anche a ognuno di noi.


Vedi anche:

«Il Signore sempre cerca il modo di arrivare al cuore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
27 febbraio 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
nel confessionale nessuna minaccia ma il perdono del Padre


Il Signore non si stanca di chiamare ciascuno a cambiare vita, a fare un passo verso di Lui per convertirci e lo fa con la dolcezza e la fiducia di un Padre: facciano così anche i confessori. Questo il cuore dell'omelia del Papa nella Messa a Casa Santa Marta

La Quaresima è un tempo che "aiuta alla conversione", al riavvicinamento a Dio, al "cambiamento della nostra vita" e questa è una "grazia" da chiedere al Signore. 

Gesù chiama con dolcezza e fiducia di padre

Prendendo spunto dalla prima Lettura tratta di Isaia, una vera “chiamata alla conversione”, Francesco nell’omelia della Messa a Santa Marta mostra quale è l’atteggiamento “speciale” di Gesù di fronte ai nostri peccati. “Non minaccia, ma chiama con dolcezza, dando fiducia”. “Su venite e discutiamo” sono le parole del Signore ai capi di Sodoma e al popolo di Gomorra, a cui, spiega il Papa, ha già indicato il “male” da evitare e il “bene” da seguire. Così fa con noi:

Il Signore dice: “Vieni, su. Venite e discutiamo. Parliamo un po’”. Non ci spaventa. E’ come il papà del figlio adolescente che ha fatto una ragazzata e deve rimproverarlo. E sa che se va col bastone la cosa non andrà bene, deve entrare con la fiducia. Il Signore in questo brano ci chiama così: “Su, venite. Prendiamo un caffè insieme. Parliamo, discutiamo. Non avere paura, non voglio bastonarti”. E siccome sa che il figlio pensa: “Ma io ho fatto delle cose…” - Subito: “Anche se i tuoi peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”.

Anche nella confessione no alle minacce

Come il padre nei confronti di un figlio adolescente, Gesù dunque con un “gesto di fiducia avvicina al perdono e cambia il cuore”. Così ha fatto, ricorda il Papa, chiamando Zaccheo o Matteo, e così fa nella nostra vita, ci fa vedere “come fare un passo avanti nel cammino della conversione”:

Ringraziamo il Signore per la sua bontà. Lui non vuole bastonarci e condannarci. Ha dato la sua vita per noi e questa è la sua bontà. E sempre cerca il modo di arrivare al cuore. E quando noi sacerdoti, nel posto del Signore, dobbiamo sentire le conversioni, anche noi dobbiamo avere questo atteggiamento di bontà, come dice il Signore: “Venite discutiamo, non c’è problema, il perdono c’è”, e non la minaccia, dall’inizio.

Andare dal Signore a cuore aperto: è padre che aspetta

Il Papa racconta a questo proposito l’esperienza di un cardinale confessore che proprio davanti al peccato che intuisce essere “grosso”, non si sofferma troppo e va avanti, continua il dialogo: “E questo apre il cuore” sottolinea Francesco “ e l’altra persona si sente in pace”. Così fa il Signore con noi , dice: “Venite, discutiamo, parliamo. Prendi la ricevuta del perdono, il perdono c’è”:

A me aiuta vedere questo atteggiamento del Signore: il papà col figlio che si crede grande, che si crede cresciuto e ancora è a metà strada. E il Signore sa che tutti noi siamo a metà strada e tante volte abbiamo bisogno di questo, di sentire questa parola: “Ma vieni, non spaventarti, vieni. Il perdono c’è”. E questo ci incoraggia. Andare dal Signore col cuore aperto: è il padre che ci aspetta.

(fonte: VATICAN NEWS)

Guarda il video



martedì 27 febbraio 2018

Papa Francesco Visita Pastorale alla parrocchia di San Gelasio I Papa a Ponte Mammolo (cronaca, foto, testi e video)


VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA PARROCCHIA ROMANA DI SAN GELASIO I PAPA A PONTE MAMMOLO
Domenica, 25 febbraio 2018


Nel pomeriggio della seconda domenica di Quaresima, il Papa si è recato in visita pastorale alla parrocchia romana di San Gelasio I Papa, affidata ai sacerdoti della famiglia ecclesiale Missione Chiesa-Mondo, nel quartiere di Ponte Mammolo. Al suo arrivo, alle ore 15.45, Francesco è stato accolto dall’arcivescovo Angelo De Donatis, vicario generale della diocesi di Roma, da mons. Guerino di Tora, vescovo ausiliare per il settore Nord, dal parroco don Giuseppe Raciti e dal viceparroco don Alfio Carbonaro. Nel campo sportivo, sotto una pioggia battente, il Papa ha incontrato i bambini e i ragazzi della catechesi, i giovani dell’oratorio e le famiglie; successivamente, nel teatro, ha salutato i malati e gli anziani; quindi, in diverse sale della parrocchia, ha incontrato i poveri e gli operatori del centro Caritas che li assiste, i volontari del Banco farmaceutico e alimentare. Poi il colloquio di Francesco con due giovani ospiti della parrocchia, provenienti dalla Repubblica del Gambia, rispettivamente di 18 e 25 anni; infine il Papa ha confessato alcuni penitenti. Intorno alle ore 18, il Santo Padre ha presieduto, nella chiesa parrocchiale, la messa, concelebrata con altri parroci dell’XI Prefettura, parroci emeriti e alcuni sacerdoti amici della comunità. Il Papa ha pronunciato l’omelia a braccio e al termine della messa è rientrato in Vaticano.
La vita assomiglia un po’ a questo pomeriggio, perché a volte c’è il sole, ma a volte vengono le nuvole, viene la pioggia e viene il tempo brutto. Cosa deve fare un cristiano? Andare avanti con coraggio, nei tempi belli e nei tempi brutti. Ma ci saranno delle tempeste, nella vita… avanti! Gesù ci guida”. Queste le parole pronunciate a braccio dal Papa ieri pomeriggio, davanti al piazzale della parrocchia di San Gelasio a Ponte Mammolo, dove i parrocchiani lo hanno acclamato e ascoltato imperterriti sotto la pioggia battente su Roma. “Prendete sempre la mano di Gesù” anche quando si sbaglia o si cade, perché lui è sempre pronto a perdonarci, ha detto Francesco ai giovani: “Nelle cose brutte, non se ne va!”. Durante l’incontro con gli anziani e i malati, salutati uno ad uno nel teatro della parrocchia, ha detto loro: “Siete le braci del mondo e della Chiesa per portare avanti il fuoco”. Poi l’invito a non sentirsi inutili e a parlare con i giovani. “Vorrei ringraziarvi per quello che fate per il mondo e per quello che fate per la Chiesa. Forse a qualcuno di voi viene in mente di fare la domanda”, le parole di Francesco: “Ma cosa faccio, io, per il mondo? Io non vado alle Nazioni Unite, non vado alle riunioni … Sono qui, a casa … Questa testimonianza, ognuno con la fede, con il volere bene alla gente, con fare buoni auguri agli altri, è come conservare il fuoco. Voi siete la brace, la brace del mondo sotto le ceneri: sotto le difficoltà, sotto le guerre ci sono questi braci, braci di fede, braci di speranza, braci di gioia nascosta. Per favore, conservate le braci, quelle che avete nel cuore, con la vostra testimonianza. Siano i problemi che ci sono, siano i problemi che verranno, ma quell’essere consapevoli che io ho una missione, nel mondo e nella Chiesa: portare avanti quel fuoco nascosto, il fuoco di una vita”. Poi l’invito a non sentirsi inutili e a parlare con i giovani.






















Leggi il testo dei discorsi:


Guarda il video

La messa presieduta dal Papa e animata dal coro della parrocchia è iniziata con una mezz’ora di anticipo sui piani ed è stato un anziano non vedente a proclamare la seconda lettura da un testo in braille. Tra i banchi della chiesa anche alcuni ex carcerati di Rebibbia e detenuti in semi libertà. Francesco, ha pronunciato interamente a braccio la sua omelia, prendendo spunto dal Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima che narra la Trasfigurazione di Gesù.




Il testo integrale dell'Omelia

Gesù si fa vedere agli Apostoli come è in Cielo: glorioso, luminoso, trionfante, vincitore. E questo lo fa per prepararli a sopportare la Passione, lo scandalo della croce, perché loro non potevano capire che Gesù sarebbe morto come un criminale, non potevano capirlo. Loro pensavano che Gesù fosse un liberatore, ma come sono i liberatori terreni, quelli che vincono in battaglia, quelli che sono sempre trionfanti. E la strada di Gesù è un’altra: Gesù trionfa tramite l’umiliazione, l’umiliazione della croce. Ma siccome questo sarebbe stata uno scandalo per loro, Gesù fa loro vedere cosa viene dopo, cosa c’è dopo la croce, cosa ci aspetta, tutti noi. Questa gloria e questo Cielo. E questo è molto bello! E’ molto bello perché Gesù – e questo sentitelo bene – ci prepara sempre alla prova. In un modo o in un altro, ma questo è il messaggio: ci prepara sempre. Ci dà la forza per andare avanti nei momenti di prova e vincerli con la sua forza. Gesù non ci lascia soli nelle prove della vita: sempre ci prepara, ci aiuta, come ha preparato questi [i discepoli], con la visione della sua gloria. E così loro poi ricordarono questo [momento] per sopportare il peso dell’umiliazione. Questa è la prima cosa che ci insegna la Chiesa: Gesù ci prepara sempre alle prove e nelle prove è con noi, non ci lascia soli. Mai.

La seconda cosa possiamo coglierla dalle parole di Dio: «Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo!». Questo è il messaggio che il Padre dà agli Apostoli. Il messaggio di Gesù è prepararli facendo loro vedere la sua gloria; il messaggio del Padre è: “Ascoltatelo”. Non c’è momento della vita che non possa essere vissuto pienamente ascoltando Gesù. Nei momenti belli, fermarci e ascoltare Gesù; nei momenti brutti, fermarci e ascoltare Gesù. Questa è la strada. Lui ci dirà cosa dobbiamo fare. Sempre.

E andiamo avanti in questa Quaresima con queste due cose: nelle prove, ricordare la gloria di Gesù, cioè quello che ci aspetta; che Gesù è presente sempre, con quella gloria per darci forza. E durante tutta la vita, ascoltare Gesù, cosa ci dice Gesù: nel Vangelo, nella liturgia, sempre ci parla; oppure nel cuore.

Nella vita quotidiana forse avremo problemi, o avremo da risolvere tante cose. Facciamoci questa domanda: cosa mi dice Gesù oggi? E cerchiamo di ascoltare la voce di Gesù, l’ispirazione da dentro. E così seguiamo il consiglio del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo!». Sarà la Madonna a darti il secondo consiglio, a Cana di Galilea, quando c’è il miracolo dell’acqua [trasformata] in vino. Cosa dice la Madonna? “Fate quello che Lui vi dirà”. Ascoltare Gesù e fare quello che Lui dice: questa è la strada sicura. Andare avanti con il ricordo della gloria di Gesù, con questo consiglio: ascoltare Gesù e fare quello che Lui ci dice.

Guarda il video dell'omelia

Saluto finale

Sto pensando una cosa: aprire una parrocchia al Polo Nord, e voi che avete sentito tanto freddo, potete andare lì a fare la parrocchia… che ne dite? Vi piace?

Grazie, grazie per essere rimasti qui, al freddo. Grazie tante per essere venuti. Grazie per la vostra accoglienza e per la vostra bontà. Il Signore vi benedica tanto. E io vorrei darvi la benedizione adesso. Preghiamo gli uni per gli altri, per tutte le famiglie della parrocchia, per i sacerdoti, per tutti quelli che lavorano qui e tutti i fedeli e i non fedeli.

[Benedizione]

E per favore, vi chiedo di pregare per me, non dimenticatevi. Grazie! Grazie!

Guarda il video della Santa Messa



«Quando si incontrano la giustizia di Dio con la nostra vergogna, lì c’è il perdono» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
26 febbraio 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Chiedere la grazia della vergogna e non giudicare gli altri

Un forte invito a non giudicare gli altri viene dal Papa stamani, nell'omelia della Messa a Casa Santa Marta. Francesco invita, invece, a perdonare il prossimo e a chiedere la grazia della vergogna per i propri peccati.

Non giudicate e non sarete giudicati. Nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta Papa Francesco ripete con forza questo invito di Gesù nel Vangelo odierno (Lc 6,36-38) in un momento come quello della Quaresima in cui la Chiesa invita a rinnovarsi. Nessuno, infatti, potrà sfuggire al giudizio di Dio, quello personale e quello universale: tutti saremo giudicati. In quest’ottica, la Chiesa fa riflettere proprio sull’atteggiamento che abbiamo con il prossimo e con Dio.

Spesso giudichiamo gli altri

Verso il prossimo ci invita a non giudicare, di più, a perdonare. Ognuno di noi può pensare : "Ma, io mai giudico, io non faccio il giudice”, nota Francesco che invita, invece, a esaminare i nostri atteggiamenti. “Quante volte - sottolinea - l’argomento delle nostre conversazioni è giudicare gli altri!” dicendo “questo non va”. “Ma chi ti ha fatto giudice, a te?”, ammonisce il Papa. “Giudicare gli altri è una cosa brutta, perché l’unico giudice è il Signore” che conosce questa tendenza dell’uomo al giudizio.

Nelle riunioni che noi abbiamo, un pranzo, qualsiasi cosa sia, pensiamo della durata di due ore: di quelle due ore, quanti minuti sono stati spesi per giudicare gli altri? Questo è il ‘no’. E qual è il ‘sì’? Siate misericordiosi. Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso. Di più: siate generosi. Date e vi sarà dato. Cosa mi sarà dato? Una misura buona, pigiata, colma e traboccante. L’abbondanza della generosità del Signore, quando noi saremo pieni dell’abbondanza della nostra misericordia nel non giudicare.

L’invito è, quindi, a essere misericordiosi con gli altri perché nello stesso modo il Signore sarà misericordioso con noi.

“ Quando si incontrano la giustizia di Dio con la nostra vergogna, lì c’è il perdono ”

Con Dio essere umili. riconoscersi peccatori

La seconda parte del messaggio della Chiesa, oggi, è l’invito ad avere un atteggiamento di umiltà con Dio, che consiste nel riconoscersi peccatori.

E noi sappiamo che la giustizia di Dio è misericordia. Ma bisogna dirlo: “A Te conviene la giustizia; a noi, la vergogna”. E quando si incontrano la giustizia di Dio con la nostra vergogna, lì c’è il perdono. Io credo che ho peccato contro il Signore? Io credo che il Signore è giusto? Io credo che sia misericordioso? Io mi vergogno davanti a Dio, di essere peccatore? Così semplice: a Te la giustizia, a me la vergogna. E chiedere la grazia della vergogna.

La grazia della vergogna

Francesco ricorda, infine, che nella sua lingua materna alla gente che fa del male, le si dice “svergognato”, e ribadisce l’invito a chiedere la grazia “che mai ci manchi la vergogna davanti a Dio”.

E’ una grande grazia, la vergogna. Così ricordiamo: l’atteggiamento verso il prossimo, ricordare che con la misura con cui io giudico, sarò giudicato; non devo giudicare. E se dico qualcosa sull’altro, che sia generosamente, con tanta misericordia. L’atteggiamento davanti a Dio, questo dialogo essenziale: “A Te la giustizia, a me la vergogna”.
(fonte: VATICAN NEWS)

Guarda il video


Perché il male? Perché le malattie? La risposta del biblista Maggi


SACRALITÀ DELLA VITA O DELL’UOMO?

Relazione tenuta dal biblista frate Alberto Maggi 

in occasione del Congresso Regionale AIPO Marche, 
svolto a Civitanova Marche il 12 novembre 2016.



Perché le malattie?
Dagli inizi dell’umanità ci si è posto l’interrogativo: perché il male? Perché le malattie?

Non potendo trovare la risposta nell’umano, si è ricercata nel divino, nella religione anziché nella condizione esistenziale dell’uomo. E la risposta della religione fu che esistevano due divinità, una buona, ed era il Dio Creatore, quello della Vita, del Benessere, della Salute, e una divinità malvagia, ed era il Dio della Morte, della Malattia, della Povertà. Questa spiegazione era molto semplice, ma risolveva efficacemente il problema del perché della malattia, e della morte.

Il Dio unico di Israele
I problemi cominciarono a sorgere in Israele quando progressivamente questo popolo arrivò alla concezione di un unico Dio, il dio d’Israele, JHWH. Eliminata la divinità negativa, tutto, il bene e il male, la vita e la morte, la salute e la malattia, vennero attribuite a questo solo Dio: “Bene e male, vita e morte, tutto proviene da JHWH ” (Sir 11,14).
Il continuo progresso teologico e spirituale del popolo d’Israele lo portò poi mano mano a eliminare ogni elemento negativo nella figura del suo Dio, escludendolo definitivamente come autore del male, che però restava, con il suo contorno di malattia, di povertà, di morte, di disgrazie.

L’invenzione del Peccato
Per risolvere questo problema si creò una figura teologica che tanto ha influito e ancora purtroppo influisce nella vita dei credenti, quella del peccato inteso come trasgressione alla legge divina. Pertanto non era Dio l’autore del male, e delle malattie, ma l’uomo, con il suo peccato, era responsabile del giusto castigo divino. Per discolpare Dio del male, si accusava l’uomo: le malattie diventano così il castigo di Dio per i peccati degli uomini
L’obbedienza a Dio era pertanto garanzia di vita e di salute ...
Mentre la trasgressione alla legge divina era severamente punita ...
La realtà mostrava però la non veridicità e la fragilità di questa teologia, in quanto l’esperienza rivelava che gli empi vivevano lungamente tra agi e ricchezze, mentre le persone pie e buone soffrivano malattie, miseria e morte precoce. Questa incoerenza tra teologia ed esperienza dell’uomo venne corretta, inasprendo però la figura di Dio. Pur di non smentire la dottrina, si arrivò infatti a colpevolizzare l’uomo per colpe e peccati non suoi. Infatti il castigo di Dio si estendeva non solo sui colpevoli, ma anche sui loro diretti discendenti, pertanto non c’era scampo alla sua punizione ...

La contestazione di Ezechiele
Questa teologia molto primitiva e oggettivamente traballante e ingiusta venne contestata dal profeta Ezechiele per il quale ogni persona era responsabile del suo castigo ...

La logica di Giobbe
Quindi ognuno sconta il proprio peccato. Ed era già un passo avanti. Ma anche questa teologia non era del tutto convincente, in quanto la pratica quotidiana dimostrava il contrario: persone malvage che vivevano bene e persone pie colpite da tutti le malattie. Sicché anche questa teologia viene contestata dall’autore del Libro di Giobbe (sec. V?), dove viene presentato l’uomo più buono e pio della terra, colpito da ogni sorta di male e malattia, a dimostrazione che non era vero che il male era una punizione per le colpe degli uomini, ma che andava fatalmente accettato: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”(Gb 2,10).
Pertanto si tornava daccapo: tutto proveniva da Dio, il bene come il male, e il problema del perché il male e le malattie restò senza soluzione, continuando però a persistere la convinzione dello stretto legame tra la malattia, il peccato dell’uomo e quindi l’infermità come castigo divino.

La responsabilità della Chiesa
Questa relazione tra la malattia e la colpa dell’uomo è penetrata mettendo le radici nell’intimo delle persone, e nonostante Gesù abbia smentito categoricamente alcuna relazione tra la malattia e il peccato, questo fa che le persone quando vengono a conoscenza di essere affette da una malattia hanno dapprima una reazione di incredulità (Non è possibile!), poi di rifiuto/rabbia (Perché proprio a me?) e infine il devastante senso di colpa: Che cosa ho fatto di male per meritare questo?
Enorme è la responsabilità della Chiesa che ignorando il messaggio evangelico ha favorito la categoria veterotestamentaria della malattia come conseguenza del peccato. E così il concetto del castigo divino è stato inculcato generazione dopo generazione fin dalla più tenera età, cominciando dai bambini, che venivano al mondo già gravati da una colpa, il peccato originale, e ai quali veniva fin dalla più tenera età insegnato l’Atto di Dolore: Mi pento con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi… Questa orazione, strettamente legata al sacramento della Confessione, è stata trasmessa inalterata di generazione in generazione con l’unica leggera variante del passaggio dal voi al tu (da vostri a tuoi castighi).
La Chiesa è responsabile di aver continuamente alimentato il senso di colpa nelle persone, basta pensare la formula liturgica dell’atto penitenziale nella celebrazione eucaristica, il Confiteor, dove il fedele si deve battere il petto accompagnandolo dall’espressione: “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa …”. Tutti, giovani e anziani, bambini e persone mature, tutti accomunati dalla grandissima colpa.

Religione imposta
Come è stata possibile questa deriva dal messaggio evangelico, portatore di gioia e serenità agli uomini, amati da Dio indipendentemente dal loro comportamento? Un Padre che, secondo Gesù, non ama gli uomini per i loro meriti, ma per i loro bisogni (Lc 18,9-14), un Dio che non solo non castiga i cattivi, ma che è benevolo verso gli ingrati e i malvagi (Lc 6,35)? ...
Per questo gradualmente la Chiesa ha abbandonato il Vangelo di Gesù e si è orientata sempre più verso la Legge di Mosè. Mentre Gesù voleva portare Dio agli uomini, e l’unico modo per farlo era attraverso la misericordia, la Chiesa decise di portare gli uomini a Dio, attraverso l’obbedienza alla sua legge. Se Gesù aveva dichiarato, facendo sue le parole del Signore nel profeta Osea “Voglio la misericordia e non il sacrificio” (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7), la Chiesa dimenticò la misericordia e si incentrò tutta sul sacrificio, abbandonando di fatto il vangelo di Gesù per la Legge di Mosè, preferendo il Decalogo alle Beatitudini.

Spiritualità del dolore
La malattia venne così vista sempre più come necessaria espiazione per le offese recate a Dio, e il dolore anziché essere alleviato divenne la via maestra per la santificazione, sofferenza che se non era presente nella vita del credente andava ricercata, dando via libera a quanto di più tenebroso abita nel profondo dell’uomo, in un crescendo di sadomasochismo mascherato da spiritualità, e chiamato penitenza, sacrificio, mortificazione¸ vocaboli assenti in Gesù.
Sicché la malattia anziché essere combattuta, era vista come un dono, una strada privilegiata offerta da Dio per unirsi ai dolori e alle sofferenze di Gesù nella sua Passione, e le sofferenze venivano offerte a Dio quale espiazione per le proprie colpe, per la salvezza dei peccatori, e quella delle anime sante del purgatorio… Più si soffriva e più si era certi di essere in comunione con Dio. ...
Il risultato è stato quello di una mistica del dolore, una spiritualità lugubre, listata a lutto, della quale ancora portiamo le conseguenze e che avrebbe bisogno di atti coraggiosi per sostituire formule teologiche e preghiere senz’altro degne di rispetto, di venerazione, ma non più in sintonia con il messaggio di Gesù e con la dignità dell’uomo. Se non si ha il coraggio di porre il vino nuovo in otri nuovi (Mc 2,22), si continua a intossicare l’animo delle persone con riti, liturgie, preghiere che vanno collocate con rispetto e onore nel museo della Chiesa ma non nella vita dei credenti. ...

Gesù e i malati
Al tempo di Gesù predomina la spiritualità farisaica, con la dottrina del merito e del castigo, e la malattia viene vista come espressione della punizione divina per il peccato ...
Questa dottrina non risparmiava neanche gli innocenti, quali i bambini ...
Gesù non si occupa della dottrina, ma dell’uomo. Per questo non tratta della malattia ma si prende cura dei malati. Esclude in maniera categorica l’idea del castigo divino e soprattutto cambia il concetto del peccato: da offesa a Dio a offesa all’uomo (Mc 7,20-23).
Il Cristo inizia la sua attività liberando e guarendo le persone ... C’è uno strettissimo legame tra l’annuncio del Regno di Dio, la società alternativa proposta da Gesù, e la guarigione. Gesù con il suo insegnamento e la sua attività smentisce la falsa immagine di Dio come colui che punisce con la malattia il peccatore. Dio è colui che libera dalle malattie non colui che le invia.
Gesù non chiede agli infermi di accettare la loro malattia come espressione della volontà divina, o di offrire a Dio le proprie sofferenze per salvare l’umanità peccatrice, ma lui si offre al malato per curarlo e guarirlo. Neanche afferma che queste sofferenze siano state loro inviate da Dio, come croce da portare per tutta la loro esistenza.
No. Gesù semplicemente guarisce.
Gesù non elabora una teologia del male o una spiritualità della sofferenza. Lui non dà spiegazioni, agisce. Non teorizza, lui risana. Là dove c’è morte lui comunica vita, dove c’è debolezza lui trasmette forza, dove c’è disperazione infonde coraggio, tanto da poter far esclamare a San Paolo “Quando sono debole, è allora che sono forte!” (2 Cor 12,10). ...

E la Legge?
Quel che caratterizza l’azione sanatrice di Gesù è che le guarigioni le ha quasi sempre compiute in un giorno in cui non solo era proibito curare, ma anche visitare i malati, il sabato. Considerato il comandamento più importante, quello che Dio stesso osservava, l’osservanza di questo unico comandamento equivaleva all’ubbidienza di tutta la Legge, mentre la sua violazione alla trasgressione di tutta la Legge e per questo era punita con la morte.
Tra l’osservanza della Legge divina e la salute e il benessere dell’uomo Gesù non ha mai avuto dubi ha sempre scelto quest’ultima, suscitando le proteste dei capi religiosi. ... Il bene dell’uomo è per Gesù più importante dell’ubbidienza alla legge divina, e per restituire vita agli infermi Gesù ha messo in pericolo la sua: “Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato” (Gv 5,16).
L’insegnamento dei vangeli è che ogni qualvolta ci si trova davanti al conflitto tra l’osservanza della dottrina e il bene concreto dell’uomo è questo che va scelto.
Associati all’azione vivificante del Padre, Gesù non invia i discepoli a convertire i peccatori, ma, come lui, a curare e a guarire, ad alleviare le sofferenze dell’umanità ...
L’invito di Gesù continua nel tempo, ed è compito della comunità dei credenti la cura dei malati rispondendo all’appello di Gesù “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36), come ben comprese la comunità cristiana primitiva ...
Va dato atto che gli ospedali o nosocomi (dal greco nósos/malattia e komeîn/curare), nacquero proprio per iniziativa dei cristiani. ...

Sacralità e mistero della vita
La sacralità della vita fu quindi elemento importante e centrale nella comunità cristiana, che da sempre la difende dal suo inizio alla sua fine. Questa consolidata e indiscussa verità, patrimonio della fede dei credenti, ha iniziato però a scricchiolare dal secolo scorso, quando lo straordinario progresso della medicina, della scienza unita alla tecnologia, ha fatto sì che tante malattie, considerate inevitabilmente mortali, non lo fossero più, restringendo sempre più gli ambiti della mortalità, ma ponendo un problema: fin dove la scienza medica può arrivare? Fin dove la tecnica si può spingere nel sostituire parti malate con elementi artificiali?
Il problema che oggi si pone è infatti se la persona abbia o no la possibilità di decidere fin dove il rispetto della sacralità e del mistero della vita lo può e deve mantenere vivo, anche se artificialmente, e dove la sua dignità gli permetta di decidere di non prolungare cure e tecniche che protraggono la vita biologica a scapito di profonde sofferenze per l’uomo interiore.
Pertanto il dilemma è:
se è sacra la vita, questa va difesa e prolungata a oltranza;
se è sacro l’individuo, costui ha il diritto di decidere una morte dignitosa.
La risposta a questo dilemma nessuno la può dare se non la stessa persona. Nessuna legge civile, nessuna dottrina religiosa, nessuna istituzione, si può sostituire all’individuo, alle sue convinzioni etiche e religiose.
...



lunedì 26 febbraio 2018

CHI CREDE NON ABUSA MAI DEI SIMBOLI DELLA FEDE


CHI CREDE NON ABUSA MAI DEI SIMBOLI DELLA FEDE

Lo show del leader leghista in piazza Duomo a Milano è stato grottesco e offensivo, soprattutto dopo le critiche al mondo cattolico che accoglie i migranti. La Parola di Dio non si impugna in un comizio per carpire voti.


Tutti i credenti, nel senso autentico del termine, non possono non sentirsi offesi per l’abuso del Vangelo e del rosario, agitati dal leader dei leghisti (non lo nomino volutamente) nel corso di un grottesco giuramento da premier “in pectore” sabato scorso durante il comizio in Piazza del Duomo.

Giustamente l'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, pure di carattere mite, si è indignato, puntualizzando: “Nei comizi parli solo di politica”. Ma il politico, dimentico delle smargiassate con la ruspa, delle invettive contro gli ecclesiastici accoglienti con gli extracomunitari e di altri gesti davvero poco cristiani, ha replicato ergendosi a paladino della cultura cattolica e dei suoi simboli, in tv, promettendo che una volta al governo farà in modo che “gli ultimi siano i primi”. Se veramente gli stesse a cuore il vangelo non violerebbe il comandamento di non nominare il nome del Signore invano. Non per carpire voti, non per ingannare il prossimo.

Il Vangelo è la Parola di Dio, un dono per la salvezza dell’anima e il rosario uno strumento di preghiera intima, che non si impugna nei comizi. Neppure se, come lui dice, gli è stato donato da un sacerdote ed è opera di una donna che ha lottato in strada e poi si è redenta grazie a una comunità. Fa bene la Chiesa a porre un argine a simili scempi. Molto toccante e risoluto anche l’appello della diocesi di Lecce, guidata da monsignor Michele Seccia, contro i populismi alla vigilia delle elezioni. Vi invito a leggerlo sul nostro sito.

Il Vangelo secondo Matteo (Salvini) fa infuriare i cattolici. 
Le reazioni da Spadaro a Bentivogli

Il giuramento sul testo caro ai credenti non è piaciuto. Il direttore di Civiltà Cattolica e numerosi altri esponenti del mondo cattolico hanno affidato la loro contrarietà ai social

Durante il suo comizio in piazza Duomo a Milano Matteo Salvini dice di giurare sul Vangelo e sulla Costituzione italiana, brandendoli in mano e mostrandoli alla folla, immaginandosi futuro presidente del Consiglio, e subito la comunità cattolica democratica si mobilità per prendere le distanze, o quantomeno per raddrizzare la mira del leader leghista. Il primo a farlo è stato infatti proprio l’arcivescovo di Milano Mario Delpini: “Nei comizi si parli di politica”, ha commentato laconico poche ore dopo l’irreale giuramento. Oggi, invece, è arrivata la sciabolata del direttore de La Civiltà Cattolica, il gesuita padre Antonio Spadaro, rilanciando il rumoroso articolo comparso sulla sua rivista e scritto assieme al pastore protestante argentino Marcelo Figueroa, in cui viene duramente attaccato l’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon,e si lancia l’allarme per la formazione di inediti “fondamentalismi evangelicali e integralismi cattolici”, in cui la politica si arrogherebbe la pretesa di esternare giudizi morali di carattere sempre più assoluto.
...
Leggi tutto:
Il Vangelo secondo Matteo (Salvini) fa infuriare i cattolici. ... 


Emergenza freddo - Non aggiungiamo al freddo l'indifferenza, non lasciamo soli i senza dimora: tutti possiamo aiutare!


Emergenza freddo

La neve imbianca anche il Vaticano. Immagini esclusive di Vatican Media

Fin dalle prime ore del mattino i fiocchi di neve caduti a Roma hanno coperto giardini, fontane, strade e gli angoli più nascosti del Vaticano regalandoci scorci inediti, che le telecamere di Vatican Media hanno catturato

La nevicata di stanotte su Roma e il Vaticano, un evento che non accadeva dal 2012. I monumenti della Città Eterna acquistano un nuovo fascino grazie al manto nevoso tra lo stupore dei romani e dei turisti.
Dopo la nevicata, splende ora il sole sulla città, ma - secondo le ultime previsioni metereologiche - giovedì prossimo dovrebbe arrivare una nuova perturbazione dalla Spagna che potrebbe portare nuova neve su Roma.

Guarda il video

 


Emergenza freddo

Ogni anno nel nostro paese il freddo è la causa di morte diretta di una dozzina di persone senzatetto o che vivono in situazione di estremo disagio.
I senzatetto in Italia sono oltre 60.000 distribuiti in tutto il territorio nazionale.
In condizioni meteo particolarmente avverse è importante segnalare persone che si trovino in stato di necessità e difficoltà. E’ opportuno dare tutte le informazioni per una corretta localizzazione ed è bene attendere l’intervento per essere certi che avvenga e in tempi brevi.



Come segnalare persone in difficoltà
In tutta Italia
Caritas Parrochiali – Presso le parrocchie, qui la lista

Riferimenti locali
Torino – Polizia Municipale – 011 4606060
Milano – Comune di Milano – 02 88447645-46-47 (numero diretto)
Milano – Comune di Milano – Centri di accoglienza
Milano – Comune di Milano – 02 88465000 (centralino)
Milano – City Angels – 02 26809435 (in orari serali)
Milano – Centro Aiuto Stazione Centrale – 02 88447645-02 88447647-02 88447649 (orario 08:30- 24:00)
Roma – Comune di Roma – Sala Operativa Sociale – 800 440022 (h24)
Roma – Comunità di Sant’Egidio, Piazza Sant’Egidio, 3 – 06 8992234
Bolzano – Volontarius ONLUS – info – 0471 402338 (h24)
Padova – Centrale operativa della Polizia Locale 049 8205100 (h24)

Segnalateci altri numeri e centri di accoglienza (indicando sempre il link della fonte) mandando un messaggio twitter a @emergenza24


Sant'Egidio promuove una raccolta straordinaria di coperte e invita ad aggiungersi ai volontari


Non aggiungiamo al freddo l'indifferenza, non lasciamo soli i senza dimora: 
tutti possono aiutare. 
Le istituzioni aprano nuovi ricoveri notturni.

Di fronte al freddo di queste ore e a quello, ancora più forte, annunciato per i prossimi giorni, il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, lancia un appello per la vicinanza e la protezione, in tutta Italia, dei senza dimora, particolarmente a rischio in questo fine febbraio, soprattutto di notte: “Non aggiungiamo al gelo anche l’indifferenza, che è il primo nemico di chi vive per strada: invitiamo tutti a prestare attenzione a chi passiamo accanto ogni giorno, nelle vie delle nostre città, senza fermarci”.
Proprio contro l’indifferenza, in occasione dei suoi 50 anni, la Comunità ha scelto di collocare, davanti all’entrata della propria sede, in piazza Sant’Egidio, a Roma, la scultura “Homeless Jesus”. Per non dimenticare i tanti, che hanno bisogno di un amico che li aiuti nel momento del bisogno: “La strada – spiega Impagliazzo - non è una condanna: lo è la solitudine. E anche l’emergenza di un freddo che si preannuncia eccezionale può essere risolta offrendo un po’ del proprio tempo e, soprattutto della propria umanità”.

A partire da oggi Sant’Egidio lancia una raccolta straordinaria di coperte, cappelli di lana, sacchi a pelo ed altri generi di conforto per affrontare il gelo. A Roma si possono portare ogni giorno, dalle 19 alle 20, in via Dandolo 10. Saranno distribuiti durante le cene itineranti, che la Comunità svolge durante tutto l’anno portando bevande e pasti caldi, e che in questi giorni verranno moltiplicate. Verrà anche ampliata l’accoglienza notturna nella chiesa di San Callisto, a Trastevere, riaperta a chi ne ha bisogno all’inizio dell’inverno. Inoltre, chiunque lo desideri può dare una mano alla Comunità offrendosi, come volontario, per conoscere e aiutare i senza dimora. 

“Ma accanto a questa mobilitazione della società civile – osserva Impagliazzo – è necessario che si diano da fare anche le istituzioni aprendo con urgenza nuovi ripari notturni. Occorre allargare la rete di protezione sociale per i più fragili, ancora troppo debole nelle nostre città, in modo da evitare nuovi drammi, non solo del freddo, ma dell’esclusione”.

Alcuni indirizzi per portare aiuti e partecipare alle distribuzioni a Roma e in Italia (la pagina è soggetta ad aggiornamenti).

ROMA Mensa della Comunità di Sant'Egidio via Dandolo, 10
Tutti i giorni dalle 19.00 alle 20.00
FIRENZE via della Pergola 8
martedì dalle 19.00 alle 20.00
sabato dalle 17.00 alle 19.00
MILANO Caffetteria dell'amicizia via degli Olivetani, 3
lunedì e sabato dalle 10.00 alle 13.00
TORINO Chiesa dei Santi Martiri via Garibaldi, 25
lunedì/mercoledì/venerdì dalle 16.00 alle 19.30
NOVARA Mensa della Comunità di Sant'Egidio via Dolores Bello, 2
martedì/giovedì/sabato dalle 17.00 alle 20.00
FROSINONE Mensa della Comunitá di Sant'Egidio ex ospedale Umberto I Viale Mazzini 
Martedi mercoledi giovedi venerdi ore 17.30-19.00
Sabato ore 11 - 12 sede della Comunitá piazza Aonio Paleario, 4
GENOVA Basilica dell'Annunziata piazza della Nunziata, 4
tutti i giorni dalle 8.00 alle 20.00
PADOVA Via Belzoni,71
martedì e giovedì dalle 19.00 alle 20.30
PISA Lungarno Mediceo, 8
giovedì dalle 17.00 alle 18.00
LIVORNO Chiesa San Giovanni Battista via Carraia
tutti i giorni (escluso il venerdì) dalle 17.00 alle 19.00
PARMA b.go Santa Caterina 12/a
lunedì 18-20
sabato 16-18
PERUGIA Chiesa di S. stefano via dei Priori 81
lunedì 17-19
NAPOLI Chiesa di San Nicola a Nilo via S. Biagio dei Librai,10
lunedì e sabato dalle 8.30 alle 12.00 e dalle 16.30 alle 20.00
domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 16.30 alle 20.00
CATANIA Sede della Comunità di Sant'Egidio via Castello Ursino, 4
tutti i giorni dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00
MESSINA Sede della Comunità di Sant'Egidio via XXIV Maggio, 61
mercoledì e venerdì dalle 17.00 alle 19.00
PALERMO Sede della Comunità di Sant'Egidio piazza Ruggero Settimo, 12
lunedì dalle 17.00 alle 19.00
giovedì dalle 9.00 alle 11.00
PARMA Sede della Comunità di Sant'Egidio b.go Santa Caterina 12/a
lunedì 18-20
sabato 16-18
BARI Sede della comunitá di Sant'Egidio
Piazza Odegitria 15
Lunedi 26 febbraio e giovedi 1 marzo dalle 18 alle 20