lunedì 11 settembre 2017

"Non servite un concetto di uomo, ma la persona umana amata da Dio, fatta di carne e ossa, storia, fede, speranza, sentimenti, delusioni, frustrazioni, dolori, ferite..." (ai Vescovi) "Oggi c’è bisogno di passione" (al CELAM) - VIAGGIO APOSTOLICO IN COLOMBIA 6-11 SETTEMBRE 2017 /3 (Cronaca, testi, foto e video)


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN COLOMBIA
6-11 SETTEMBRE 2017

Giovedì 7 settembre 2017
BOGOTÁ

11.00Incontro con i Vescovi nel salone del Palazzo Cardinalizio
15.00Incontro con il Comitato Direttivo del CELAM nella Nunziatura Apostolica


Papa Francesco dopo il saluto ai giovani colombiani, è rientrato nel Palazzo cardinalizio dove ha incontrato i vescovi della Colombia. E a loro ha rivolto un lungo discorso.



INCONTRO CON I VESCOVI DELLA COLOMBIA
Salone del Palazzo Cardinalizio (Bogotá)
Giovedì, 7 settembre 2017


La pace sia con voi

Così il Risorto salutò il suo piccolo gregge dopo aver vinto la morte; e così consentitemi di salutarvi in questo modo all’inizio del mio viaggio.

Vi ringrazio per le parole di benvenuto. Sono contento perché i primi passi che compio in questo Paese mi portano a incontrare voi, Vescovi della Colombia, per abbracciare in voi tutta la Chiesa colombiana e per stringere la vostra gente al mio cuore di Successore di Pietro. ...
Vengo per annunciare Cristo e per compiere nel suo nome un cammino di pace e di riconciliazione. Cristo è la nostra pace! Egli ci ha riconciliati con Dio e tra di noi!

Sono convinto che la Colombia abbia qualcosa di originale, qualcosa di molto originale che richiama fortemente l’attenzione: non è mai stata una meta completamente realizzata, né una destinazione totalmente raggiunta, né un tesoro totalmente posseduto. 
... La Colombia è così.

Per questo, come pellegrino, mi rivolgo alla vostra Chiesa. Sono vostro fratello, desideroso di condividere Cristo Risorto, per il quale nessun muro è eterno, nessuna paura è indistruttibile, nessuna piaga è incurabile.

Non sono il primo Papa che vi parla nella vostra casa. Due dei miei più grandi predecessori sono stati ospiti qui: il beato Paolo VI, che venne poco dopo la conclusione del Concilio Vaticano II per incoraggiare l’attuazione collegiale del mistero della Chiesa in America Latina; e san Giovanni Paolo II nella sua memorabile visita apostolica del 1986. Le parole di ambedue sono una risorsa permanente, le indicazioni che delinearono e la stupenda sintesi che offrirono sul nostro ministero episcopale costituiscono un patrimonio da custodire. Non sono “invecchiati”. Vorrei che quanto vi dico venga recepito in continuità con quello che essi hanno insegnato.

Custodi e sacramento del primo passo

«Fare il primo passo» è il motto della mia visita e anche per voi questo è il mio primo messaggio. Sapete bene che Dio è il Signore del primo passo. Egli ci anticipa sempre. 
...

Custodite dunque, con santo timore e con commozione, quel primo passo di Dio verso di voi e, per mezzo del vostro ministero, verso la gente che vi è stata affidata, nella consapevolezza di essere voi stessi sacramento vivente di quella libertà divina che non ha paura di uscire da se stessa per amore, che non teme di impoverirsi mentre si dona, che non ha necessità di altra forza che l’amore.

Dio ci precede, siamo tralci e non siamo la vite. Pertanto, non fate tacere la voce di Colui che ci ha chiamati, e non pensate che siano la somma delle vostre povere virtù o le lusinghe dei potenti di turno ad assicurare il risultato della missione che Dio vi ha affidato. Al contrario, mendicate, mendicate nella preghiera quando non potete né dare, né darvi, perché abbiate qualcosa da offrire a quelli che si accostano costantemente al vostro cuore di Pastori. La preghiera nella vita del Vescovo è la linfa vitale che passa attraverso la vite, senza la quale il tralcio marcisce diventando infecondo. Pertanto, lottate con Dio, e più ancora nella notte della sua assenza, finché Egli non vi benedica (cfr Gen 32,25-27). Le ferite di questa quotidiana e prioritaria battaglia nella preghiera saranno fonte di risanamento per voi; sarete feriti da Dio per diventare capaci di curare.

Rendere visibile la vostra identità di sacramento del primo passo di Dio

Di fatto, rendere tangibile l’identità di sacramento del primo passo di Dio, esigerà un continuo esodo interiore. «Non vi è infatti invito più efficace ad amare che essere primi nell’amare» (Agostino, De cat. rud., I, 4.7, 26: PL 40), e, pertanto, nessun ambito della missione episcopale può prescindere da questa libertà di compiere il primo passo. La condizione di possibilità per l’esercizio del ministero apostolico è la disposizione ad avvicinarsi a Gesù lasciando alle spalle «ciò che siamo stati, perché possiamo essere ciò che non eravamo» (Id., En. in ps., 121,12: PL 36).
...

Non misuratevi con il metro di quelli che vorrebbero che foste solo una casta di funzionari piegati alla dittatura del presente. Abbiate invece sempre fisso lo sguardo nell’eternità di Colui che vi ha scelti, pronti ad accogliere il decisivo giudizio delle sue labbra.

Nella complessità del volto di questa Chiesa colombiana, è molto importante preservare la singolarità delle sue differenti e legittime forze, le sensibilità pastorali, le peculiarità regionali, le memorie storiche, le ricchezze delle peculiari esperienze ecclesiali. La Pentecoste permette che tutti ascoltino nella propria lingua. Per tale ragione, cercate con perseveranza la comunione tra voi. Non stancatevi di costruirla attraverso il dialogo franco e fraterno, condannando come la peste i progetti nascosti. Siate solleciti nel compiere il primo passo l’uno verso l’altro. Anticipatevi nella disponibilità a comprendere le ragioni dell’altro. Lasciatevi arricchire da quello che l’altro può offrirvi e costruite una Chiesa che offra a questo Paese una testimonianza eloquente di quanto si può progredire quando si è disposti a non rimanere nelle mani di pochi. Il ruolo delle Provincie Ecclesiastiche in rapporto allo stesso messaggio di evangelizzazione è fondamentale, perché sono diverse e armonizzate le voci che lo proclamano. Per questo, non accontentatevi di un mediocre impegno minimo, che lasci i rassegnati nella tranquilla quiete della loro impotenza, mentre al tempo stesso placa quelle speranze che avrebbero bisogno del coraggio di essere riposte più sulla forza di Dio che sulla propria debolezza.

Riservate una particolare sensibilità per le radici afro-colombiane della vostra gente, che tanto generosamente hanno contribuito a disegnare il volto di questa terra.

Toccare la carne del corpo di Cristo

Vi invito a non avere paura di toccare la carne ferita della vostra storia e della storia della vostra gente. Fatelo con umiltà, senza la vana pretesa di protagonismo e con il cuore indiviso, libero da compromessi o servilismi. Solo Dio è il Signore e la nostra anima di Pastori non si deve sottomettere a nessun’altra causa.

La Colombia ha bisogno del vostro sguardo, lo sguardo proprio, tipico di Vescovi, per sostenerla nel coraggio del primo passo verso la pace definitiva, la riconciliazione, verso il ripudio della violenza come metodo, il superamento delle disuguaglianze che sono la radice di tante sofferenze, la rinuncia alla strada facile ma senza uscita della corruzione, il paziente e perseverante consolidamento della res publica, che richiede il superamento della miseria e della disuguaglianza.

Si tratta ovviamente di un compito arduo ma irrinunciabile: la strada è ripida e le soluzioni non sono ovvie. Dall’altezza di Dio, che è la croce del suo Figlio, otterrete la forza; con l’umile lucina degli occhi del Risorto percorrerete la via; ascoltando la voce dello Sposo che sussurra al cuore, riceverete i criteri per discernere di nuovo, in ogni incertezza, la giusta direzione.

Uno dei vostri illustri letterati scrisse parlando di uno dei suoi mitici personaggi: «Non immaginavo che fosse più facile iniziare una guerra che concluderla» (Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine, cap. 9). Tutti sappiamo che la pace esige dagli uomini un coraggio morale diverso. La guerra deriva da quanto di più basso c’è nel nostro cuore, la pace invece ci spinge ad essere più grandi di noi stessi. Poi, lo scrittore aggiungeva: «Non pensavo che ci sarebbero volute tante parole per spiegare quello che si provava nella guerra, in realtà ne bastava una sola: paura» (ibid., cap. 10). Non è necessario che vi parli di tale paura, di questa radice avvelenata, frutto amaro e nefasta eredità di ogni conflitto. Desidero incoraggiarvi a continuare a credere che si può agire diversamente, ricordando che non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura; lo stesso Spirito testimonia che siete figli destinati alla libertà della gloria ad essi riservata (cfr Rm 8,15-16).

Voi vedete con i vostri occhi e conoscete come pochi la deformazione del volto di questo Paese, siete custodi degli elementi fondamentali che lo rendono uno, nonostante le sue lacerazioni. Proprio per questo, la Colombia ha bisogno di voi per riconoscersi nel suo vero volto carico di speranza malgrado le sue imperfezioni, per perdonarsi reciprocamente nonostante le ferite non del tutto cicatrizzate, per credere che si può percorrere un’altra strada anche quando l’inerzia spinge a ripetere gli stessi errori, per avere il coraggio di superare quanto può renderla miserabile nonostante i suoi tesori.

Vi incoraggio – questo lo sento come un dovere, mi viene dall’anima, sento di dirlo –, abbiate il coraggio – voglio proprio trasmettervi questo coraggio –, vi incoraggio a non stancarvi di fare di ciascuna delle vostre Chiese un grembo di luce, capace di generare le nuove creature di cui questa terra ha bisogno. Rifugiatevi nell’umiltà della vostra gente per rendervi conto delle loro segrete risorse umane e di fede, ascoltate quanto la loro spogliata umanità brama grazie alla dignità che soltanto il Risorto può conferire. Non abbiate paura di migrare dalle vostre apparenti certezze alla ricerca della vera gloria di Dio, che è l’uomo vivente. Coraggio! Vi incoraggio in questo cammino.

La parola della riconciliazione

Molti possono contribuire alla sfida di questa Nazione, ma la vostra missione è peculiare. Voi non siete tecnici né politici, siete Pastori. Cristo è la parola di riconciliazione scritta nei vostri cuori e avete la forza di poterla pronunciare non solo sui pulpiti, nei documenti ecclesiali o negli articoli dei periodici, ma più ancora nel cuore delle persone, nel segreto santuario delle loro coscienze, nell’ardente speranza che li attira all’ascolto della voce del cielo che proclama: «Pace agli uomini, che Dio ama» (Lc 2,14). Voi dovete pronunciarla con la fragile, umile, ma invincibile risorsa della misericordia di Dio, l’unica capace di abbattere, di sconfiggere la cinica superbia dei cuori autoreferenziali.

Alla Chiesa non interessa altro che la libertà di pronunciare questa Parola, essere libera di pronunciare questa Parola. Non servono alleanze con una parte o con l’altra, bensì la libertà di parlare ai cuori di tutti. Proprio lì avete l’autonomia e il potere di inquietare, lì avete la possibilità di sostenere una inversione di rotta.

Il cuore umano, molte volte ingannato, concepisce l’insensato progetto di fare della vita un continuo aumento di spazi per depositare ciò che accumula. Ma è un inganno. Proprio qui è necessario che risuoni la domanda: A che serve guadagnare il mondo intero se rimane il vuoto nell’anima (cfr Mt 16,26)?

Dalle vostre labbra di legittimi Pastori di Cristo, quali siete, la Colombia ha il diritto di essere interpellata dalla verità di Dio, che ripete continuamente: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). E’ un interrogativo che non può essere taciuto, nemmeno quando chi lo ascolta non può far altro che abbassare lo sguardo, confuso, e balbettare la propria vergogna per averlo venduto, magari al prezzo di qualche dose di stupefacente o un errato concetto di ragion di Stato, oppure per la falsa coscienza che il fine giustifica i mezzi.

Vi prego di tenere sempre lo sguardo fisso all’uomo concreto. Non servite un concetto di uomo, ma la persona umana amata da Dio, fatta di carne e ossa, storia, fede, speranza, sentimenti, delusioni, frustrazioni, dolori, ferite, e vedrete che questa concretezza dell’uomo smaschera le fredde statistiche, i calcoli manipolati, le strategie cieche, le informazioni distorte, ricordandovi che «in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo».

Una Chiesa in missione

Tenendo conto del generoso lavoro pastorale che già svolgete, permettetemi di presentarvi ora alcune ansie che porto nel mio cuore di Pastore, desideroso di esortarvi a essere sempre di più una Chiesa in missione. I miei Predecessori hanno già insistito su alcune di queste sfide: la famiglia, la vita, i giovani, i sacerdoti, le vocazioni, i laici, la formazione. Nei decenni scorsi, nonostante il grande lavoro, forse sono diventate ancora più faticose le risposte per rendere efficace la maternità della Chiesa nel generare, nutrire e accompagnare i suoi figli.

Penso alle famiglie colombiane, alla difesa della vita dal seno materno fino alla sua fine naturale, alla piaga della violenza e dell’alcolismo, non di rado diffusa nelle famiglie, alla fragilità del vincolo matrimoniale e l’assenza dei padri di famiglia con le sue tragiche conseguenze di insicurezza e orfanezza. Penso a tanti giovani minacciati dal vuoto dell’anima e presi dalla droga come via di uscita, o dallo stile di vita facile o dalla tentazione sovversiva. Penso ai numerosi e generosi sacerdoti e alla sfida di sostenerli nella fedele e quotidiana scelta per Cristo e per la Chiesa, mentre alcuni altri continuano a portare avanti la comoda neutralità di quelli che non scelgono nulla per rimanere soli con se stessi. Penso ai fedeli laici sparsi in tutte le Chiese particolari, che resistono faticosamente nel lasciarsi radunare da Dio che è comunione, anche quando non pochi proclamano il nuovo dogma dell’egoismo e della morte di ogni solidarietà, parola che vogliono togliere dal dizionario. Penso all’immenso sforzo di tutti per approfondire la fede e renderla luce viva per i cuori e lampada per fare il primo passo.

Non vi porto ricette né veglio lasciarvi una lista di compiti. In fondo vorrei pregarvi che, realizzando in comunione la vostra gravosa missione di Pastori in Colombia, conserviate la serenità. Non so se dirvelo ora, però, se esagero, perdonatemi, ma mi viene in mente che questa è una virtù di cui c’è più bisogno: conservate la serenità. Non perché voi non l’abbiate, ma è che c’è bisogno di averne di più. Sapete bene che di notte il maligno continua a seminare zizzania, ma abbiate la pazienza del Padrone del campo, confidando nella buona qualità dei vostri semi. Imparate dalla sua longanimità e magnanimità. I suoi tempi sono lunghi perché è smisurato il suo sguardo d’amore. Quando l’amore è scarso, il cuore diventa impaziente, turbato dall’ansia di fare cose, divorato dalla paura di aver fallito. Credete soprattutto nell’umiltà del seme di Dio. Fidatevi della potenza nascosta del suo lievito. Orientate il cuore al fascino stupendo che attrae e fa vendere tutto pur di possedere quel tesoro divino.

In effetti, che cosa di più forte potete offrire alla famiglia colombiana della forza umile del Vangelo dell’amore generoso che unisce l’uomo e la donna, rendendoli immagine dell’unione di Cristo con la Chiesa, messaggeri e custodi della vita? 
...

Che cosa potete offrire ai vostri giovani? Loro vogliono sentirsi amati, diffidano di quelli che li sottovalutano, chiedono coerenza limpida e aspettano di essere coinvolti. Accoglieteli, pertanto, con il cuore di Cristo e aprite loro spazi nella vita delle vostre Chiese. Non partecipate ad alcun negoziato che svenda le loro speranze. Non abbiate paura di alzare serenamente la voce per ricordare a tutti che una società che si lascia sedurre dal miraggio del narcotraffico trascina se stessa in quella metastasi morale che mercanteggia l’inferno e semina dovunque la corruzione, e nello stesso tempo ingrassa i paradisi fiscali.

Che cosa potete dare ai vostri sacerdoti? Il primo dono è quello della vostra paternità, che assicuri che la mano che li ha generati e unti non sia ritirata dalla loro vita. Viviamo nell’era dell’informatica e non ci è difficile raggiungere i nostri sacerdoti in tempo reale con qualche programma di messaggi. Ma il cuore di un padre, di un Vescovo, non può limitarsi a comunicare col suo presbiterio in maniera precaria, impersonale ed esteriore. Non può lasciare il cuore del Vescovo la preoccupazione, la sana inquietudine su dove vivono i suoi sacerdoti. Vivono veramente secondo Gesù? O si sono improvvisati altre sicurezze come la stabilità economica, l’ambiguità morale, la doppia vita o l’aspirazione miope alla carriera? I sacerdoti hanno necessità, urgente e vitale, della vicinanza fisica e affettiva del loro Vescovo. Hanno bisogno di sentire che hanno un padre.

Sulle spalle dei sacerdoti pesa spesso la fatica del lavoro quotidiano della Chiesa.
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Curate specialmente, per favore, l’itinerario formativo dei sacerdoti, a partire dalla nascita della chiamata di Dio nei loro cuori. La nuova Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, recentemente pubblicata, è una valida risorsa, ancora da applicare, affinché la Chiesa in Colombia sia all’altezza del dono di Dio che mai ha smesso di chiamare al sacerdozio tanti suoi figli.

Non trascurate, per favore, la vita dei consacrati e delle consacrate. Essi costituiscono lo schiaffo cherigmatico ad ogni mondanità e sono chiamati a bruciare qualsiasi riflusso di valori mondani nel fuoco delle beatitudini vissute sine glossa e nel totale abbassamento di se stessi nel servizio. Per favore, non considerateli come “risorse utili” per le opere apostoliche; piuttosto, sappiate riconoscere in essi il grido dell’amore consacrato della Sposa: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20).

Riservate la stessa preoccupazione formativa ai laici, dai quali dipende non solo la solidità delle comunità di fede, ma gran parte della presenza della Chiesa negli ambiti della cultura, della politica, dell’economia. Formare nella Chiesa significa porsi in contatto con la fede vivente della Comunità viva, introdursi in un patrimonio di esperienze e di risposte suscitati dallo Spirito Santo, perché è Lui che insegna tutte le cose (cfr Gv 14,26).

E prima di concludere – è già un po’ lungo – un pensiero vorrei rivolgere alle sfide della Chiesa in Amazzonia, regione della quale siete giustamente orgogliosi, perché è parte essenziale della meravigliosa biodiversità di questo Paese.
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Cari fratelli,
vi invito a rivolgerci spiritualmente a Nostra Signora del Rosario di Chiquinquirá, la cui immagine avete avuto la delicatezza di portare dal suo Santuario alla magnifica Cattedrale di questa città perché anch’io la potessi contemplare.
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Vi ringrazio per tutto quello che fate.


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Prima della conclusione della giornata con la Messa nel parco di Simon Bolivar, papa Francesco ha tenuto il suo ultimo discorso della prima giornata in Colombia al direttivo del Consiglio episcopale latino americano (Celam)



INCONTRO CON IL COMITATO DIRETTIVO DEL CELAM
Nunziatura Apostolica (Bogotá)
Giovedì, 7 settembre 2017


Cari fratelli,

grazie per questo incontro e per le calorose parole di benvenuto del Presidente della Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano. Avrei voluto incontrarvi nella sede del CELAM, ma non ho potuto per le esigenze del programma, molto fitto. Vi ringrazio per la cortesia di essere qui in questo momento.

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Quattro anni fa, a Rio de Janeiro, ho avuto l’opportunità di parlarvi dell’eredità pastorale di Aparecida, ultimo evento sinodale della Chiesa Latinoamericana e dei Caraibi.
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Mi soffermai allora sulle tentazioni, ancora presenti, della ideologizzazione del messaggio evangelico, del funzionalismo ecclesiale e del clericalismo, perché c’è sempre in gioco la salvezza che Cristo ci porta. Questa deve arrivare al cuore dell’uomo con la forza di interpellare la sua libertà, invitandolo a un esodo permanente dalla propria autoreferenzialità verso la comunione con Dio e con i fratelli.

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Non si può, pertanto, ridurre il Vangelo a un programma al servizio di uno gnosticismo di moda, a un progetto di ascesa sociale o a una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove, né tantomeno questa si può ridurre a un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale.

La Chiesa è la comunità dei discepoli di Gesù; la Chiesa è Mistero e Popolo (Lumen gentium, 5; 9), o meglio ancora: in essa si realizza il Mistero attraverso il Popolo di Dio.

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Aparecida è un tesoro la cui scoperta è ancora incompleta. Sono sicuro che ognuno di voi scopre quanto si è radicata la sua ricchezza nelle Chiese che portate nel cuore. Come i primi discepoli mandati da Gesù nel suo progetto missionario, anche noi possiamo raccontare con entusiasmo “tutto quanto abbiamo fatto” (cfr Mc 6,30).
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Sapete bene che la rinnovata consapevolezza che all’inizio di tutto c’è sempre l’incontro con Cristo vivo richiede che i discepoli coltivino la familiarità con Lui; diversamente il volto del Signore si offusca, la missione perde forza, la conversione pastorale retrocede. Pregare e coltivare il rapporto con Lui è, pertanto, l’attività più improrogabile della nostra missione pastorale.

Ai suoi discepoli entusiasti della missione compiuta, Gesù disse: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto» (Mc 6,31). Noi abbiamo ancora più bisogno di questo “stare soli con il Signore” per ritrovare il cuore della missione della Chiesa in America Latina nelle attuali circostanze. C’è tanta dispersione interiore e anche esteriore! I numerosi eventi, la frammentazione della realtà, l’istantaneità e la velocità del presente, potrebbero farci cadere nella dispersione e nel vuoto. Ritrovare l’unità è un imperativo.

Dove si trova l’unità? Sempre in Gesù. Ciò che rende permanente la missione non è l’entusiasmo che infiamma il cuore generoso del missionario, benché sempre necessario; piuttosto è la compagnia di Gesù mediante il suo Spirito. Se non partiamo con Lui in missione, ben presto perderemo la strada, rischiando di confondere le nostre vane necessità con la sua causa. Se la ragione del nostro andare non è Lui, sarà facile scoraggiarsi in mezzo alla fatica del cammino, o di fronte alla resistenza dei destinatari della missione, o davanti ai mutevoli scenari delle circostanze che segnano la storia, o per la stanchezza dei piedi dovuta all’insidioso logorio provocato dal “nemico”.

Non fa parte della missione cedere allo scoraggiamento, quando forse, passato l’entusiasmo degli inizi, arriva il momento in cui toccare la carne di Cristo diventa molto duro. In una situazione come questa, Gesù non fomenta le nostre paure. E poiché sappiamo bene che da nessun altro possiamo andare perché solo Lui ha «parole di vita eterna» (Gv 6,68), è necessario di conseguenza approfondire la nostra chiamata.

Che cosa significa concretamente andare con Gesù in missione oggi in America Latina? L’avverbio “concretamente” non è un dettaglio stilistico, ma appartiene al nucleo della domanda. Il Vangelo è sempre concreto, mai un esercizio di sterili speculazioni. Conosciamo bene la ricorrente tentazione di perdersi nel bizantinismo dei “dottori della legge”, di domandarsi fino a che punto si può arrivare senza perdere il controllo del proprio territorio delimitato o del presunto potere che i limiti garantiscono.

Molto si è detto circa “la Chiesa in stato permanente di missione”. Uscire, partire con Gesù è la condizione di questa realtà. Uscire, sì, ma con Gesù. Il Vangelo parla di Gesù che, essendo uscito dal Padre, percorre con i suoi i campi e i villaggi di Galilea. Non si tratta di un percorso inutile del Signore. Mentre cammina, incontra; quando incontra, si avvicina; quando si avvicina, parla; quando parla, tocca col suo potere; quando tocca, cura e salva. Condurre al Padre coloro che incontra è la meta del suo permanente uscire, sul quale dobbiamo riflettere continuamente e fare un esame di coscienza. La Chiesa deve riappropriarsi dei verbi che il Verbo di Dio coniuga nella sua missione divina. Uscire per incontrare, senza passare oltre; chinarsi senza noncuranza; toccare senza paura. Si tratta di mettersi giorno per giorno nel lavoro sul campo, lì dove vive il Popolo di Dio che vi è stato affidato. Non ci è lecito lasciarci paralizzare dall’aria condizionata degli uffici, dalle statistiche e dalle strategie astratte. Bisogna rivolgersi alla persona nella sua situazione concreta; da essa non possiamo distogliere lo sguardo. La missione si realizza sempre in un corpo a corpo.

Una Chiesa capace di essere sacramento di unità

Si vede tanta dispersione intorno a noi! 
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La Chiesa, senza pretese umane, rispettosa del multiforme volto del continente, che considera non uno svantaggio ma una perenne ricchezza, deve continuare a prestare l’umile servizio al vero bene dell’uomo latinoamericano. Deve lavorare senza stancarsi per costruire ponti, abbattere muri, integrare la diversità, promuovere la cultura dell’incontro e del dialogo, educare al perdono e alla riconciliazione, al senso di giustizia, al ripudio della violenza e al coraggio della pace. Nessuna costruzione duratura in America Latina può prescindere da questo fondamento invisibile ma essenziale.

La Chiesa conosce come pochi quell’unità sapienziale che precede qualunque realtà in America Latina. Convive quotidianamente con quel patrimonio morale su cui poggia l’edificio esistenziale del continente. Sono sicuro che, mentre sto parlando di questo voi, potreste dare un nome a questa realtà. Con essa dobbiamo continuamente dialogare. Non possiamo perdere il contatto con questo substrato morale, con questo humus vitale che abita nel cuore della nostra gente e in cui si percepisce la mescolanza quasi indistinta, ma al tempo stesso eloquente, del suo volto meticcio: non unicamente indigeno, né ispanico, né lusitano, né afroamericano, ma meticcio, latinoamericano!

Guadalupe e Aparecida sono manifestazioni programmatiche di questa creatività divina. Sappiamo bene che ciò fa parte del fondamento su cui poggia la religiosità popolare del nostro popolo; fa parte della sua singolarità antropologica; è un dono con cui Dio ha voluto farsi conoscere alla nostra gente. Le pagine più luminose della storia della nostra Chiesa sono state scritte proprio quando abbiamo saputo nutrirci di questa ricchezza, parlare a questo cuore nascosto che palpita custodendo, come un piccolo fuocherello acceso sotto apparenti ceneri, il senso di Dio e della sua trascendenza, la sacralità della vita, il rispetto per il creato, i legami di solidarietà, la gioia di vivere, la capacità di essere felici senza condizioni.

Per parlare a questa anima che è profonda, per parlare all’America Latina profonda, alla Chiesa non resta altra strada che imparare continuamente da Gesù. Dice il Vangelo che Egli parlava solo in parabole (cfr Mc 4,34). Immagini che coinvolgono e rendono partecipi, che trasformano quanti ascoltano la sua Parola in personaggi dei suoi racconti divini. Il santo Popolo fedele di Dio in America Latina non comprende altro linguaggio su di Lui. Siamo invitati ad andare in missione non con freddi concetti che si accontentano del possibile, ma con immagini che continuamente moltiplicano e dispiegano le loro forze nel cuore dell’uomo, trasformandolo in grano seminato nella terra buona, in lievito che aumenta la sua capacità di trarre il pane dalla massa, in seme che nasconde la potenzialità della pianta feconda.

Una Chiesa capace di essere sacramento di speranza

Molti si lamentano di un certo deficit di speranza nell’America Latina di oggi. A noi non è permessa la “ombrosità lamentosa”, perché la speranza che abbiamo viene dall’alto. Inoltre, sappiamo bene che il cuore latinoamericano è stato addestrato alla speranza. Come diceva un cantautore brasiliano: «La speranza è equilibrista; danza sull’instabile corda con il suo ombrello» (João Bosco, L’ubriaco e la equilibrista). Quando si pensa che sia esaurita, eccola qui nuovamente dove meno ce l’aspettavamo. Il nostro popolo ha imparato che nessuna delusione è in grado di piegarlo. Segue Cristo flagellato e mite, sa aspettare che il cielo si rischiari e sta saldo nella speranza della sua vittoria, perché – in fondo – è consapevole di non appartenere totalmente a questo mondo.

E’ fuor di dubbio che la Chiesa in queste terre sia in modo particolare un sacramento di speranza, ma è necessario vigilare sulla concretizzazione di questa speranza. Tanto più trascendente quanto più deve trasformare il volto immanente di quelli che la possiedono. Vi prego di vigilare sulla concretizzazione della speranza, e permettetemi di ricordarvi alcuni dei suoi volti già visibili in questa Chiesa latinoamericana.

La speranza in America Latina ha un volto giovane

Si parla spesso dei giovani – si declamano statistiche sul continente del futuro –; alcuni riportano notizie sulla loro presunta decadenza e su quanto siano assopiti, altri approfittano del loro potenziale come consumatori, non pochi propongono loro il ruolo di manovalanza dello spaccio della droga e della violenza. Non lasciatevi catturare da simili caricature sui giovani. Guardateli negli occhi e cercate in loro il coraggio della speranza. Non è vero che sono pronti a ripetere il passato. Aprite loro spazi concreti nelle Chiese particolari a voi affidate, investite tempo e risorse nella loro formazione. Proponete programmi educativi incisivi e obiettivi da realizzare, chiedendo loro, come i genitori chiedono ai figli, di mettere in atto le loro potenzialità ed educando il loro cuore alla gioia della profondità, non della superficialità. Non accontentatevi della retorica o di scelte scritte nei piani pastorali e mai messe in pratica.
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La speranza in America Latina ha un volto femminile

Non è necessario che mi dilunghi per parlare del ruolo della donna nel nostro continente e nella nostra Chiesa. Dalle sue labbra abbiamo imparato la fede; quasi con il latte del suo seno abbiamo acquisito i tratti della nostra anima meticcia e l’immunità di fronte ad ogni disperazione. Penso alle madri indigene o “morenas”, penso alle donne delle città con il loro triplo turno di lavoro, penso alle nonne catechiste, penso alle consacrate e alle così discrete “artigiane” del bene. Senza le donne la Chiesa del continente perderebbe la forza di rinascere continuamente. Sono le donne che, con meticolosa pazienza, accendono e riaccendono la fiamma della fede. È un serio dovere comprendere, rispettare, valorizzare, promuovere la forza ecclesiale e sociale di quanto le donne realizzano. Hanno accompagnato Gesù missionario; non si sono allontanate dai piedi della croce; in solitudine hanno aspettato che la notte della morte restituisse il Signore della vita; hanno inondato il mondo con l’annuncio della sua presenza risuscitata. Se vogliamo una fase nuova e vitale della fede in questo continente, non la otterremo senza le donne. Per favore, non possono essere ridotte a serve del nostro recalcitrante clericalismo; esse sono, invece, protagoniste nella Chiesa latinoamericana: nel loro uscire con Gesù; nel loro perseverare, anche nelle sofferenze del suo Popolo; nel loro aggrapparsi alla speranza che vince la morte; nel loro gioioso modo di annunciare al mondo che Cristo è vivo, ed è risorto.

La speranza in America Latina passa attraverso il cuore, la mente e le braccia dei laici

Vorrei ribadire quanto recentemente ho detto alla Pontificia Commissione per l’America Latina. È indispensabile superare il clericalismo che rende infantili i Christifideles laici e impoverisce l’identità dei ministri ordinati.

Anche se si è compiuto un notevole sforzo e alcuni passi sono stati fatti, le grandi sfide del continente rimangono sul tavolo e continuano ad attendere l’attuazione serena, responsabile, competente, lungimirante, articolata, consapevole, di un laicato cristiano che, in quanto credente, sia disposto a contribuire: nei processi di un autentico sviluppo umano, nel consolidamento della democrazia politica e sociale, nel superamento strutturale della povertà endemica, nella costruzione di una prosperità inclusiva fondata su riforme durature e capaci di tutelare il bene sociale, nel superare le disuguaglianze e salvaguardare la stabilità, nel delineare modelli di sviluppo economico sostenibili che rispettino la natura e il vero futuro dell’uomo – che non si esaurisce nel consumismo illimitato –, come pure nel rifiuto della violenza e nella difesa della pace.

Di più: in questo senso la speranza deve sempre vedere il mondo con gli occhi dei poveri e a partire dalla situazione dei poveri. Essa è povera come il chicco di grano che muore (cfr Gv 12,24), ma che ha la forza di spargere i piani di Dio.
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Sono sicuro che in questo difficile e confuso, ma provvisorio momento che viviamo, le soluzioni dei problemi complessi che ci sfidano nascono dalla semplicità cristiana che si nasconde ai potenti e si mostra agli umili: la purezza della fede nel Risorto, il calore della comunione con Lui, la fraternità, la generosità e la solidarietà concreta che pure sgorgano dall’amicizia con Lui.

Tutto questo lo vorrei riassumere in una espressione che vi lascio come sintesi, sintesi e ricordo di questo incontro. Se vogliamo servire, come CELAM, la nostra America Latina, dobbiamo farlo con passione. Oggi c’è bisogno di passione. Mettere il cuore in tutto quello che facciamo. Passione del giovane innamorato e dell’anziano saggio, passione che trasforma le idee in utopie praticabili, passione nel lavoro delle nostre mani, passione che ci trasforma in incessanti pellegrini nelle nostre Chiese come – permettetemi di ricordarlo – san Toribio di Mogrovejo, che non si installò nella sua sede: di 24 anni di episcopato, 18 li passò nei paesini della sua diocesi. Fratelli, per favore, vi chiedo passione, passione evangelizzatrice.

Affido voi, fratelli Vescovi del CELAM, le Chiese locali che rappresentate e l’intero popolo dell’America Latina e dei Caraibi, vi affido alla protezione della Vergine, invocata con i nomi di Guadalupe e Aparecida, con la serena certezza che Dio, che ha parlato a questo continente con il volto meticcio e moreno di sua Madre, non mancherà di far risplendere la sua luce benigna nella vita di tutti. Grazie.

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