sabato 30 settembre 2017

La grande fuga. I giovani e la fede di Giuseppe Savagnone

La grande fuga. I giovani e la fede  

di Giuseppe Savagnone









Le nuove generazioni fuggono dalla Chiesa e dalla pratica cristiana. Ma neppure credono più in una religione, quale che sia. Il dato è innegabile. Lo si percepisce nell’esperienza quotidiana e ora esso è ampiamente confermato da due indagini statistiche serie i cui risultati sono stati recentemente pubblicati (R. Bichi – P. Bignardi [a cura di], Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2016; F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Il Mulino, Bologna 2016).

Oggi quasi metà dei giovani dai 18 ai 29 anni, in Italia, non credono in Dio, o perché pensano che non esista, o perché sono del tutto indifferenti al problema, o perché ci credono a intermittenza, qualche volta sì qualche volta no, o perché, pur ammettendo l’esistenza di una forza superiore, escludono che sia Dio. Colpisce l’accelerazione impressionante del fenomeno se si pensa che negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso gli atei erano tra il 10 e il 15% della popolazione giovanile.

Per contro, il gruppo dei giovani «cattolici convinti e attivi» negli ultimi vent’anni si è ridotto del 30% circa, anche se resiste, attestandosi sul 10,5%, per lo più come espressione dell’associazionismo ecclesiale. Gli altri sono «cattolici per educazione e tradizione», per molti dei quali il cristianesimo, più che una questione di fede, è una identità culturale a cui non vogliono rinunziare.

Fa riflettere il fatto che l’80% dei giovani «non credenti» è passato per il battesimo e la prima comunione, circa i due terzi per la cresima. I tre quarti hanno frequentato il catechismo. Sono perciò giovani che hanno abbandonato dopo l’iniziazione cristiana. È il fallimento del catechismo come viene praticato quasi ovunque. La grande fuga dei ragazzi si verifica di solito a conclusione di esso, come se i sacramenti che dovrebbero introdurli nella pienezza della vita cristiana fossero invece quelli del congedo da essa e dalla Chiesa.

Qualcuno sottolinea che è normale – soprattutto nell’attuale contesto culturale – che i giovani sentano il bisogno di una presa di distanza dalla dimensione religiosa che ha caratterizzato la loro infanzia, e che ciò non significa che non vi ritorneranno, magari riappropriandosene in modo più critico e personale. Sarà… In ogni caso, poiché di questo recupero non ci sono molti indizi, almeno all’interno dell’arco di età che queste inchieste coprono (e che giunge fino ai 29 anni), sarebbe bene interrogarsi seriamente sul modo di cambiare il metodo dell’iniziazione, sostituendo le attuali modalità del catechismo per la prima comunione con altre più appropriate.

Si parla anche di questo in un Seminario internazionale, a cui sono stato invitato, organizzato in questi giorni a Roma dalla Segreteria del Sinodo sui giovani del 2018 e i cui lavori verranno pubblicati come documenti preparatori al Sinodo. Ma il problema che nel Seminario e poi nello stesso Sinodo si deve affrontare va ben oltre la questione del catechismo. Si tratta, per la comunità cristiana, di trovare un linguaggio appropriato a una società che purtroppo non è pagana, come qualcuno dice, ma post-cristiana. Perché il paganesimo si pose davanti al cristianesimo in un atteggiamento di radicale rifiuto, ma il suo scandalo comportava anche una curiosità, un interesse di fronte a qualcosa che veniva percepito come nuovo. La civiltà post-cristiana, invece, guarda ad esso come a un film già visto mille volte, di cui si ricordano a memoria i passaggi e che non ha più niente da dire. La reazione dei giovani oggi, nei confronti dell’annuncio evangelico, non è il rifiuto, ma la noia. E, per una «Buona notizia», non c’è niente di peggio.

La responsabilità di mostrare che quello a cui siamo ormai abituati e che lascia indifferenti le nuove generazioni non è il Vangelo, ma una sua lettura del passato, ormai semi-incomprensibile ai cosiddetti Millenials (giovani del nuovo millennio), non è solo dei vescovi e dei preti, ma di tutti coloro che hanno avuto un incontro autentico con Cristo e ne sono stati folgorati. Spetta a loro – che in larga misura sono laici – liberare il prezioso tesoro del messaggio cristiano dal ciarpame di un tradizionalismo conformista e farne risplendere la forza rivoluzionaria, in un mondo appiattito sull’individualismo neo-liberale e sul consumismo neo-capitalistico.

Ma non basta la proposta di una presa coscienza: è necessario offrire alle nuove generazioni dei modelli credibili. Papa Francesco ci sta provando. Troppi però – preti e laici – ancora mostrano un volto di Chiesa che esclude il pensiero, lo spirito critico, il dubbio costruttivo, la ricerca, la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Una Chiesa che merita, da parte delle nuove generazioni, la risposta dell’indifferenza e che trascina in essa anche il Dio di cui è fatta un ostaggio. La grande fuga dei giovani può essere fermata. Ma dipende da ognuno di noi essere all’altezza dell’immagine di cristiano che può compiere questo miracolo
(Fonte: Rubrica "I Chiaroscuri" - 14.09.2017)