sabato 27 maggio 2017

Il papa, Bassetti e il programma del Vangelo di Massimo Toschi

Il papa, Bassetti 
e il programma del Vangelo
di Massimo Toschi

Nel suo discorso ai vescovi papa Francesco ha parlato delle sette chiese dell'Apocalisse, confrontandole con le nostre chiese. In questo quadro, il nuovo presidente della Cei, che ha spiegato di non avere un programma da presentare, può basarsi sul Vangelo e su null'altro. 
Il commento di Massimo Toschi


La Chiesa italiana ha celebrato la 70sima assemblea della Conferenza episcopale. Finalmente, dopo il convegno ecclesiale di Firenze, comincia faticosamente a muoversi e a iniziare il viaggio per passare al Vangelo e a nient’altro. Dunque un passaggio faticoso, ma necessario, in cui bisogna abbandonare le antiche teorie dei valori negoziabili, e delle complicità con disegni politici, che hanno rischiato di spaccare il Paese.

Nel suo discorso ai vescovi, papa Francesco ha scelto la via della penitenza e della purificazione, piuttosto che quella del progetto. Ha confrontato le nostre chiese con le sette chiese dell’Apocalisse, ha indicato i peccati, il venir meno del primato della preghiera, di quello della lettura della Bibbia e del primato dei poveri.

La penitenza e la purificazione sono la fonte della collegialità e del camminare insieme. Come dice papa Francesco: respiro e passo sinodale rivelano ciò che siamo e il dinamismo di comunione che anima le nostre decisioni.

Il papa, ponendosi in ginocchio di fronte alle chiese dell’Apocalisse, discerne le chiusure e le resistenze che si vivono nelle nostre comunità. «Come la Chiesa di Efeso – ha affermato − forse a volte anche noi abbiamo abbandonato l’amore, la freschezza e l’entusiasmo di un tempo». Abbiamo perso la carità dilatata e siamo stati avvinti dalla stanchezza, avendo rifiutato il fuoco dell’Evangelo.

«Come la Chiesa di Smirne – ha aggiunto il papa − forse anche noi, nei momenti della prova, siamo vittima della stanchezza, della solitudine, del turbamento per l’avvenire». Abbiamo le ginocchia infiacchite, ci ripieghiamo nelle nostre comunità, dimentichiamo i poveri e la pace e perdiamo il senso del futuro.

«Come la Chiesa di Pergamo ha detto il pontefice − forse anche noi talvolta cerchiamo di far convivere la fede con la mondanità spirituale, la vita del Vangelo con logiche di potere e di successo, forzatamente presentate come funzionali all’immagine sociale della Chiesa». Ecco il pelagianesimo, il cristianesimo politico, che ha devastato le nostre comunità negli ultimi trenta anni. Si sono serviti due padroni, ma in realtà ci siamo inginocchiati all’ideologia del potere.

«Come la Chiesa di Tiatira – ha proseguito Francesco − siamo forse esposti alla tentazione di ridurre il Cristianesimo a una serie di principi privi di concretezza». Si rimane alla dottrina e si perdono la vita e le persone e soprattutto si perde l’incontro con i poveri e ci fermiamo ai sapienti.

«Come la Chiesa di Sardi – ha aggiunto il papa – possiamo forse essere sedotti dell’apparenza, dall’esteriorità e dall’opportunismo, condizionati dalle mode e dai giudizi altrui. La differenza cristiana, invece, fa parlare l’accoglienza del Vangelo con le opere, l’obbedienza concreta, la fedeltà vissuta; con la resistenza al prepotente, al superbo e al prevaricatore; con l’amicizia ai piccoli e la condivisione ai bisognosi. Lasciamoci mettere in discussione dalla carità, facciamo tesoro della sapienza dei poveri, favoriamone l’inclusione; e, per misericordia, ci ritroveremo partecipi del libro della vita. Come la Chiesa di Filadelfia siamo chiamati alla perseveranza, a buttarci nella realtà senza timidezze». Ecco la perseveranza come misura della missione, come alimento alla gioia della missione, senza venire meno all’impegno missionario, anche quando la fatica si fa grande e talora intollerabile.

«Come la Chiesa di Laodicea – ha continuato il pontefice − conosciamo forse la tiepidezza del compromesso, l’indecisione calcolata, l’insidia dell’ambiguità». Ecco, siamo cristiani tiepidi, né freddi né caldi, e per questo Dio ci vomita. 

Il papa chiede alle nostre comunità la purificazione di parole e di comportamenti. Chiede a tutti la penitenza e la purificazione. Dunque un cristianesimo a caro prezzo.

Nell’indicare questo orizzonte, papa Francesco ha citato Bonhoeffer e Teresina, due santi, potremmo dire due martiri – del martirio a caro prezzo e della missione nella piccolezza. Essi narrano la missione per il tempo che ci sta dinanzi.

In questo quadro, i vescovi hanno eletto il nuovo presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti. Egli si è presentato senza un programma. In realtà, il programma della Chiesa italiana sta nelle sette chiese dell’Apocalisse, ciascuna con i suoi peccati e con le sue grazie.

Sicuramente, il 20 giugno il cardinale Bassetti salirà a Barbiana con papa Francesco, anche se non è confermato. Andare a Barbiana, salire a Barbiana, diventa la grande parabola della Chiesa italiana, che mette al centro i poveri e la pace per ascoltare il loro magistero.
Non occorrono i programmi, basta il Vangelo e nient’altro.
Non si tratta di improvvisare, ma di seguire la novità di Dio, che nella pace e nei poveri ogni giorno bussa alle porte delle nostre comunità.

Don Milani come icona e testimone della Chiesa italiana indica la “scelta religiosa” come linea di purificazione dal potere. La lanciò un grande vescovo italiano, che veniva da Firenze: mons. Enrico Bartoletti, amico e maestro di Milani, che nella formula “scelta religiosa” vuole indicare l’uscita dal cristianesimo politico come condizione per il rinnovamento e la purificazione della Chiesa italiana. Non occorrono programmi, ma occorre semplicemente la fede per cantare le beatitudini, come dice Milani nelle righe conclusive della lettera a Pipetta.

La Chiesa che sale a Barbiana con il vescovo di Roma e con il presidente della Cei, riconosce la visita di Dio in don Lorenzo e si inginocchia davanti alla scuola, alla chiesa e alla tomba, i tre segni della presenza di Dio nel mistero di questo prete, che ha fatto della parola la semina più grande e senza limiti.

Salire a Barbiana, avendo davanti le sette lettere alle sette chiese dell’Apocalisse, perché la preghiera dello Spirito santo ci conduca, lui che è il padre dei poveri e per questo ci chiama alla resistenza al prepotente, al superbo, al prevaricatore; con l’amicizia ai piccoli e la condivisione con i poveri… 
Non si tratta di unire i “poveretti ai potenti”, ma – come dice papa Francesco – di fare tesoro della sapienza dei poveri e, per misericordia, ci ritroveremo partecipi del libro della vita.

E nella sua conferenza stampa di esordio il nuovo presidente della cei ha ricordato sei persone che lo hanno ispirato nella sua vita di vescovo. È partito dal citatre Giorgio La Pira e ha concluso con Giuseppe Dossetti. È la prima volta che un presidente della Cei cita Dossetti come ispiratore del rinnovamento evangelico della chiesa italiana. 
È un buon segno per camminare insieme seguendo le orme del Signore.
(Fonte: CittaNuova) 

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