venerdì 27 gennaio 2017

Il monito di Bauman sulla Shoah «Attenti, l’orrore resta in agguato»


Ancora oggi, quando si parla dello sterminio degli ebrei nell’Europa nazista, sono in molti coloro che fanno ricorso all’idea di follia collettiva, per spiegare questo male assoluto.

Una follia collettiva non riconosciuta dai testimoni diretti, se pensiamo che già Primo Levi, nel 1975, scriveva di avere incontrato ad Auschwitz, tra le file degli aguzzini, uomini come lui, né pazzi e nemmeno sadici. Uomini comuni. Eppure, davanti a quel che resta dell’universo concentrazionario di Auschwitz è ricorrente il pensiero rivolto a quella parte demoniaca degli uomini che è sempre pronta a emergere nella storia, quasi che in ciascuno di noi fosse incistato un «piccolo Hitler», pronto a prevalere su tutto al presentarsi di una buona occasione.

Lo stesso Zygmunt Bauman, nell’introduzione al suo saggio Modernità e Olocausto (in edicola il 26 gennaio insieme al «Corriere», con la prefazione inedita di Donatella Di Cesare), confessa di avere osservato lo sterminio degli ebrei in modo distratto, come fosse un evento straordinario, lontano dal quotidiano, fino a che la moglie Janina, scrivendo la sua storia di sofferenza e persecuzione nel 1986 (Inverno nel mattino. Una ragazza nel ghetto di Varsavia, il Mulino, 1994) non gli suggerì un nuovo modo di guardare all’Olocausto. Una tragedia che aveva colpito gli ebrei, ma che riguardava tutti e, in particolare, il nostro modo di stare dentro il quotidiano; capace di condizionare il nostro agire, oltre che di incidere sul nostro pensiero e sulle nostre scelte.
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Proprio l’intuizione di Hilberg di considerare in prevalenza i documenti di parte nazista per spiegare il lavoro dei burocrati, frammentato e a volte anche caotico, che andava oltre l’odio rivolto agli ebrei (dato che molti di loro non erano antisemiti), sarà alla base della straordinaria intuizione di Bauman, che scorge nella «modernità» il motore dell’Olocausto.

La civiltà moderna, scrive Bauman, caratterizzata da uno sfruttamento razionale delle risorse, materiali e umane, dalla tecnologia in continua evoluzione e da una evidente cultura burocratica alla base del funzionamento dello Stato e della società; con le sue quattro burocrazie principali (delle istituzioni pubbliche, delle forze armate, dell’economia e del partito) «ha rappresentato senza alcun dubbio la condizione necessaria», senza la quale l’Olocausto sarebbe stato impensabile.
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Le conseguenze da trarre, sono un monito: senza la civiltà moderna, non vi sarebbe stato alcun Olocausto, perché «la distruzione di massa degli ebrei non fu solo una forma estrema di antagonismo e di oppressione» o di odio collettivo. Non dimentichiamo che l’antisemitismo da solo, nella storia, non aveva mai portato a simili tragedie. E in secondo luogo, quando si giunge «all’omicidio di massa», a causa della frammentazione dei compiti che si differenziano e si articolano in varie istituzioni e burocrazie pubbliche e private, «le vittime si ritrovano sole».

La guerra degli Alleati contro i nazisti non poteva deviare i suoi progetti, per fermare le deportazioni e distruggere gli impianti di sterminio; le nazioni democratiche, a causa della crisi economica e alimentare, non erano in grado accogliere gli ebrei in fuga; il Vaticano doveva difendere le proprie chiese e i propri conventi dalla furia hitleriana, così come la Croce Rossa internazionale doveva tutelare i militari internati più che occuparsi della salvezza degli ebrei.

Sono solo alcuni esempi della cecità burocratica e politica intrisa di modernità che provocò, nei fatti, l’abbandono degli ebrei a se stessi.

Esistono dunque ragioni di preoccupazione se questa analisi è vera, scrive Bauman, «poiché oggi sappiamo di vivere in un tipo di società che rese possibile l’Olocausto e che non conteneva alcun elemento in grado di impedire il suo verificarsi».

La storia può dunque ripetersi? Per Raul Hilberg, sulla cui opera si fonda in gran parte l‘acuta riflessione di Bauman, la storia si è già ripetuta; «nell’indifferenza e sotto gli occhi delle democrazie occidentali, si è concretizzata, in Ruanda, la tragedia dei Tutsi». L’abisso si è aperto di nuovo di fronte all’intera umanità. E quali sono, oggi i segni premonitori che gli Stati democratici e opulenti non sanno o non vogliono leggere?

Per questo, ci ammonisce Bauman con preoccupazione e passione, «è sempre più necessario studiare la lezione dell’Olocausto. È in gioco molto di più che il tributo alla memoria di milioni di vittime». Il suo saggio, allora, ritorna a essere necessario, perché interroga il nostro agire di uomini, posti di fronte alle nuove vittime.

Bauman, scrive Donatella Di Cesare, «ha fatto della Shoah il caleidoscopio attraverso cui guardare nell’abisso disumano» della modernità, suggerendo che «la frantumazione delle responsabilità», capace di allontanarci dalle conseguenze delle nostre azioni, è una delle eredità avvelenate di Auschwitz.