sabato 10 settembre 2016

La misericordia al tempo di papa Francesco di Enzo Bianchi

La misericordia al tempo
 di papa Francesco 

di Enzo Bianchi




L’11 ottobre del 1962, aprendo il concilio da lui voluto, papa Giovanni pronunciò la prolusione che dal suo incipit tutti conosciamo come “Gaudet mater ecclesia ”, “La chiesa che è madre gioisce”. Si tratta di un discorso ispirato, profetico, che segna un prima e un dopo nella vita della chiesa; un discorso che indicava al concilio una via nuova da percorrere, una via che non esprimeva condanna, come era avvenuto nei ventuno concili universali celebrati nella storia, ma annunciava la fede con mitezza e misericordia. È sufficiente citare uno stralcio di quella famosa allocuzione:

Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo con più luminosità il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando … La chiesa … vuole mostrarsi madre piena di amore per tutti, tenera, paziente, mossa da misericordia e da bontà anche verso i figli da lei separati.
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Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza … Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo a essa rischia di distruggerla.
(Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus 20.21, 11 aprile 2015).
Questa è la giustizia degli scribi e dei farisei, dei giusti incalliti che la proiettano su Dio, la giustizia di cui Gesù ha detto: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). In Dio la giustizia è sovrana, ma non è la nostra giustizia: è una giustizia che ha la misericordia come lato esposto all’esterno, come dinamica quando si mette in movimento e si realizza, perché “Dio è” innanzitutto “amore” (1Gv 4,8.16), misericordia, grazia, tenerezza nella sua essenza. Al riguardo, mi basta qui ricordare la rivelazione del Nome di Dio consegnato a Mosè: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e compassionevole” (Es 34,6) ...
Siamo bisognosi di misericordia
Innanzitutto, per fare misericordia occorre essere consapevoli della misericordia che Dio ha fatto a noi. Solo se non ci crediamo giusti, conoscendo quindi la misericordia di Dio, saremo abilitati a fare misericordia agli altri, i quali sono solidali con noi nel cedere al male, nel peccare. Se invece, a causa di una nostra pretesa giustizia, giudichiamo gli altri o addirittura li disprezziamo, come il fariseo della parabola (cf. Lc 18,9-14), siamo da iscrivere tra quelli che il papa definisce i corrotti e gli ipocriti. Spesso il papa ha parole di fuoco per quelli che si pensano giusti e migliori degli altri, mentre è comprensivo e misericordioso verso quelli che, come il pubblicano della stessa parabola, osano soltanto dire, senza tenere la testa dritta con alterigia: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13).
Purtroppo molti tra gli uomini e le donne del nostro tempo sono tenuti lontano dal Signore proprio dalla pretesa giustizia dei credenti, dei “cristiani del campanile”, di quelli che vantano un’appartenenza alla chiesa sentendosi già salvati, e sovente allontanano i peccatori, emarginano quelli che hanno un comportamento che contraddice la legge e li pone “fuori del campo”. Ma Cristo ha voluto morire fuori dell’accampamento (cf. Eb 13,12), per questo l’autore della Lettera agli Ebrei significativamente esorta: “Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, condividendo la sua vergogna” (Eb 13,13), a costo di essere annoverati come lui tra i peccatori. E invece dentro di noi, da sempre detti cristiani, abita il virus del giusto incallito, del religioso che si crede salvo. Per fare misericordia, per riconciliare è dunque assolutamente necessario abbassarsi, conoscere l’umiliazione e sentirsi solidali nel peccato con i nostri fratelli e sorelle in umanità.
Il volto misericordioso della chiesa
Infine, per papa Francesco misericordia significa dare alla chiesa tutta un volto di misericordia: la chiesa quale “ mater misericordiae ”, titolo che le spetta, come spetta a Maria, icona della chiesa. L’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia (19 marzo 2016) vuole essere un grande invito rivolto a tutti affinché la chiesa assuma un volto misericordioso. Sappiamo che questo documento crea ad alcuni difficoltà, soprattutto a quanti, presenti anche nella chiesa, sono maestri esperti nell’inoculare il sospetto, il dubbio, la paura. Costoro temono che la misericordia diventi un “lasciar fare”, varco verso una superficialità che toglie la responsabilità, che finisca per favorire un cristianesimo debole, dove non c’è più la grazia a caro prezzo.
Ma la grazia è stata conquistata a caro prezzo da Gesù Cristo nella sua passione e morte in croce (cf. 1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,18) proprio perché fosse donata a noi con abbondanza, perché fosse possibile a Dio “rendere giusto il peccatore” (cf. Rm 4,5). Solo chi è raggiunto dall’incandescente perdono gratuito di Dio può sentire in sé il bisogno di conversione e lasciarsi riconciliare. Solo chi si sente amato gratuitamente, senza aver meritato l’amore, conosce veramente il volto di Dio, cioè Gesù Cristo che lo ha narrato ( exeghésato: Gv 1,18), passando tra di noi, facendo il bene e facendo arretrare il demonio, guarendo e liberando (cf. At 10,38).
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