venerdì 26 agosto 2016

Giovanni Paolo I il Papa «apostolo del Concilio» a cui tanto somiglia Papa Francesco

Il 26 agosto 1978 un Conclave brevissimo elesse il patriarca di Venezia. Il suo pontificato durò solo 33 giorni, ma fu ricco di innovazioni. Il passaggio dal "noi" all'"io", l'abolizione della sedia gestatoria, l'umiltà di parlare di sé, il chiamare accanto bambini durante l'udienza generale: c'è molto Giovanni Paolo I nei gesti e nelle parole di papa Francesco.

Quello che lo elesse fu un Conclave a suo modo storico: fu breve, brevissimo (durò appena un giorno); fu il primo che vide esclusi dal voto i cardinali ultraottantenni (così come stabilito daPaolo VI con il motu proprio Ingravescentem Aetatem, del 21 novembre 1970) e fu il primo ad essere seguito in diretta, in mondovisione, dalle tv di tutto il pianeta. Albino Luciani pensava di essere fuori dalla cerchia dei "papabili". A sua sorella aveva confidato: «Difficile trovare una persona adatta ad andare incontro a tanti problemi, che sono croci pesantissime. Per fortuna io sono fuori pericolo. E' già gravissima responsabilità dare il voto in questa circostanza». Non andò come auspicato dal Patriarca di Venezia. I 111 cardinali elettori entrarono nella Cappella Sistina la sera del 25 agosto 1978. La fumata bianca si levò alta nel cielo alle 18,24 del giorno successivo, il 26 agosto, trentotto anni fa. 
Giovanni Paolo I con il card. Karol Wojtyla

Una curiosità: tra gli scrutatori venne sorteggiato anche un cardinale polacco, Karol Wojtyla.

Guardando oggi quel che accadde allora, si scopre che in Giovanni Paolo I c'è molto papa Francesco. O meglio: si avverte che molte novità introdotte da Albino Luciani sono state portate a compimento da Jorge Mario Bergoglio. Semplicità, umiltà, profonda fede in Dio trasmessa con modi familiari e con linguaggio colloquiale. Il pastore venuto da Canale d'Agordo (Belluno) e il pastore giunto da Buenos Aires hanno molti tratti simili. Albino Luciani fu il primo pontefice a desiderare di parlare alla folla dopo l'elezione ma, poiché non era consuetudine, preferì rinunciare. Non a caso, poi, la cerimonia di inizio pontificato così com'è stata vissuta da papa Francesco (e, prima di lui, da papa Benedetto XVI e da papa Giovanni Paolo II) è figlia delle radicali novità volute dall'ex patriarca di Venezia nel 1978. Giovanni Paolo I iniziò il suo ministero petrino il 3 settembre di quell'anno con una Messa celebrata nella Piazza antistante la Basilica. Per la prima volta nella storia un Papa non fu incoronato. Luciani cambiò anche il linguaggio abolendo il termine intronizzazione. D'altronde fu il Papa che rifiutò trono, sedia gestatoria (ripristinata in seguito solo in certe determinate occasioni, e unicamente per motivi di visibilità) e il pluralis maiestatis. Il Papa smise di esprimersi usando il "noi". E passò all'"io". 

Le sue uniche quattro udienze generali sono tutte caratterizzate da temi o da gesti particolari. La prima è dedicata all'umiltà: il Papa chiama a sé un chierichetto per far capire il senso di questo modo d'essere. La seconda udienza è dedicata alla fede e in quella speciale occasione Giovanni Paolo I recita una poesia di Trilussa. La terza è dedicata alla speranza. Il Papa parla della iucunditas e cita San Tommaso d'Aquino. Nella quarta e ultima udienza generale, un giorno prima della morte, il Papa parla della carità, cita alcuni passaggi della Populorum progressio (l'enciclica di Paolo VI) e, dicendo anche del progresso divino, invita, a dare un aiuto al Papa, Daniele, un bambino frequentante la quinta elementare. 

Che volesse attingere al tesoro di misericordia del Vangelo, tanto nella forma quanto nella sostanza, Luciani lo confessò in un libro uscito nel 1976, Illustrissimi, un insieme di lettere scritte ai più svariati personaggi della storia e della finzione letteraria.«Personalmente», scrisse Albino Luciani, «quando parlo da solo a Dio e alla Madonna, più che adulto, preferisco sentirmi fanciullo. La mitria, lo zucchetto, l'anello scompaiono; mando in vacanza l'adulto e anche il vescovo, per abbandonarmi alla tenerezza spontanea, che ha un bambino davanti a papà e mamma. (...) Il rosario, preghiera semplice e facile, a sua volta, mi aiuta a essere fanciullo, e non me ne vergogno punto».

Lo confermò diventato Papa con il programmatico nome di Giovanni Paolo I. «Noi siamo oggetto, da parte di Dio, di un amore intramontabile», disse all'Angelus di domenica 10 settembre 1978. E proseguì: «Sappiamo: Dio ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. E' papà; più ancora è madre. Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti. I figlioli, se per caso sono malati, hanno un titolo di più per essere amati dalla mamma. E anche noi se per caso siamo malati di cattiveria, fuori di strada, abbiamo un titolo di più per essere amati dal Signore. Con questi sentimenti io vi invito a pregare insieme al Papa per ciascuno di noi». 

L'accento sulla tenerezza di Dio, patrimonio comune di tutta la Chiesa e dunque di tutti i Papi, ha in ogni caso un precedente illustre. Prima di papa Francesco a insistere su questo aspetto fu papa Giovanni Paolo I. Ma c'è dell'altro che lega profondamente i due Pontefici.



Alla vigilia della sua elezione, citando Avito di Vienne - santo vescovo del VI secolo - Albino Luciani appuntava nella sua agenda personale: «Se il Vescovo di Roma è messo in discussione, non è il Vescovo, ma l’intero episcopato che vacilla». In un’omelia inedita, l’esatto momento della sua elezione a Vescovo di Roma, il cardinale argentino Eduardo Francisco Pironio lo ricordava così: «Ero proprio di fronte a lui, e lo guardavo. Ed eravamo tutti i cardinali in attesa del suo sì. Il suo sì a Cristo, un sì alla Chiesa come servitore, un sì all’umanità come pastore buono. Io l’ho visto con una serenità profonda, che proveniva da una interiorità che non si improvvisa». 

Con un consenso unanime, «che aveva il sapore dell’acclamazione» - secondo l’espressione attribuita al cardinale belga Léon-Joseph Suenens -, dopo un Conclave rapidissimo, durato soltanto ventisei ore, il 26 agosto 1978, Albino Luciani saliva al soglio di Pietro. O meglio, vi discendeva, come Servus servorum Dei, abbassandosi al vertice dell’autorità che è quella del sevizio voluto da Cristo, se nella agenda personale del pontificato siglava in calce, con queste parole, l’essere ministri nella Chiesa: «Servi, non padroni della Verità». 

Non fu dunque senza significato quella convergenza massiccia e spontanea dei centoundici elettori, per la maggior parte dei quali si trattava della prima esperienza di Conclave, e che non parevano disposti a sbrigare solo un 'cambio della guardia'. Quanto basta per dire che quella scelta era stata espressione di una comune mentalità ecclesiale ed era arrivata come frutto di una più lontana e attenta riflessione. E proprio questa unanimità rivelava che non era un Papa programmato per un determinato progetto politico. Il Conclave che elesse il successore di Paolo VI è stato il primo dopo la conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II. E quell’elezione voleva significare la volontà di progredire nell’attuazione degli orientamenti. I cardinali avevano mirato pertanto alla virtù dirimente della pastoralità. E avevano scelto il pastore. Non ci fu bisogno di particolari valutazioni o compromessi sul suo nome. Il valore di Luciani, riconosciuto da tempo, era tutto nella sua fisionomia incentrata sull’essenziale. Era il pastore nutrito di umana e serena saggezza e di forti virtù evangeliche, che precede e vive nel gregge con l’esempio, senza alcuna separazione tra la vita personale e la vita pastorale, tra la vita spirituale e l’esercizio di governo, nell’assoluta coincidenza tra quanto insegnava e quanto viveva. 

Esperto di umanità e delle ferite del mondo, delle esigenze dell’immensa moltitudine dei derelitti che vivono fuori dall’opulenza, un sacerdote di vasta e profonda sapienza che sapeva coniugare in felice e geniale sintesi nova et vetera. E se il Concilio voleva essere «un segno della misericordia del Signore sopra la sua Chiesa», come prospettato nella giovannea Gaudet Mater Ecclesia - ed effettivamente è stato la sede in cui la Chiesa ha scelto 'la medicina della misericordia' -, era stato eletto un apostolo del Concilio, che aveva fatto del Concilio il suo noviziato episcopale, di cui spiegò con cristallina lucidità gli insegnamenti e ne tradusse rettamente in pratica, con coraggio perseverante, le direttive. Anzi le incarnava. Naturaliter et simpliciter. In primis nella povertà, che per Luciani costituiva la fibra del suo essere sacerdote e nell’essere propter homines, nella feriale, evangelica carità. 

Con l’inedita scelta del binomio 'Giovanni Paolo', aveva eretto l’arco di congiunzione di coloro che erano stati le colonne portanti di tale opera. Colonne che furono da taluni giudicate staccate. Luciani conosceva questo dissidio serpeggiante in seno alla Chiesa e lo considerava offensivo della verità e nemico dell’unità e della pace. La scelta del binomio è stata pertanto una delle espressioni non rare dell’intuito geniale con cui il Papa di origini bellunesi sapeva con prontezza afferrare le questioni, vedendone con sicurezza il fondo, e sciogliere il nodo delle situazioni e dei problemi difficili nella Chiesa. 

Nel corso del pur breve pontificato si sono così manifestate le priorità di un Pontefice che ha fatto progredire la Chiesa lungo la dorsale di quelle che sono le strade maestre indicate dal Concilio: la risalita alle fonti del Vangelo e una rinnovata missionarietà, la collegialità, il servizio nella povertà ecclesiale, il dialogo con la contemporaneità, la ricerca dell’unità con i fratelli ortodossi, il dialogo interreligioso, la ricerca della pace. In ognuna di queste priorità lo abbiamo visto esprimersi, nei gesti e nelle parole dei trentatré giorni di pontificato. Come frutto di un lavoro da tempo cominciato, attraverso un magistero inauditamente suadente e attrattivo, piantato nella radicale scelta teologica di un linguaggio semplice, conversevole e accessibile, di quel sermo humiliscanonizzato da sant’Agostino, che è comprensivo del mondo e degli uomini ed è con essi dialogante e comprensibile, affinché il messaggio della salvezza possa giungere a tutti. Ed è proprio sull’espressione di queste priorità il filo diretto con il presente. 

La stringente e provocante attualità di Luciani. Non occorre perciò chiedersi quale sarebbe stata la strada che con lui avrebbe percorso la Chiesa. L’immagine che della Chiesa nutriva Giovanni Paolo I è quella del discorso delle Beatitudini, dei poveri di spirito, più vicina al dolore delle genti e alla loro sete di carità, che non si nasconde né si confonde con la logica degli scribi e dei farisei, né con quella dei manipolatori ideologici o degli spiriti mondani mischiati nella trama dei partiti. È quella che affonda le radici nel mai dimenticato tesoro di una Chiesa antichissima, senza trionfi mondani, che vive della luce riflessa di Cristo, vicina all’insegnamento dei grandi Padri, e alla quale era risalito il Concilio. È qui che va riconsiderato lo spessore della sua opera. È qui che va ripresa la valenza storica del suo pontificato. 
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Albino Luciani non è passato come una meteora, il suo passaggio ha lasciato un segno duraturo e bruciante con la sua sconvolgente pietà. Non explevit tempora multa. È rimasta nel tempo come la brace sotto la cenere, forte e indeclinabile testimonianza di ciò che è l’essenza, il fondamento autentico del vivere nella Chiesa e per la Chiesa. Non si è chiuso perciò con lui un capitolo della storia dei Papi, non si torna indietro, non si incomincia da capo. Ciò che la Chiesa sta rivivendo nel suo interno da Giovanni XXIII, dal Concilio Vaticano II, da Paolo VI, non è una parentesi. 

Se il governo di Albino Luciani non poté dispiegarsi nella storia egli ha concorso più di ogni altro a rafforzare oggi e a testimoniare oggi il disegno di una Chiesa che con il Concilio è risalita alle sorgenti, più essenziale, più evangelica. Non parrà poco. Perché il segno di questa storia è quello della Grazia che entra nel mondo, e per vie misteriose lo compenetra per vincere, come l’alba la notte, le ipocrite finzioni, le inenarrabili alienazioni di questa nostra umanità lacerata. Fuori e dentro la Chiesa.