mercoledì 17 febbraio 2016

Papa Francesco: Viaggio in Messico (12-18 FEBBRAIO 2016) / 5 - Visita all'Ospedale pediatrico (cronaca, foto testi e video)

 14 febbraio 2016 

Dopo aver fatto ritorno in nunziatura con l’elicottero, nel tardo pomeriggio Francesco ha visitato l’ospedale pediatrico “Federico Gomez” di Città del Messico, un rinomato centro di eccellenza per la medicina pediatrica nel Centro e Sud America, dove ha incontrato in forma privata i bambini con loro familiari del reparto oncologico. È un ospedale pubblico con 212 posti letto che si occupa dei bambini più poveri: si occupa solo di malattie gravi, curando bambini che provengono da tutto il Paese ed era stato visitato da Giovanni Paolo II nella sua prima visita nel Paese del gennaio 1979. 

Al Suo arrivo il Papa è stato accolto dalla “Primera Dama” Angelica Rivera, la moglie del Presidente Enrique Piña Nieto, dal Ministro della Salute e dal Direttore dell’ospedale che – alla presenza del Board dei benefattori della struttura – lo hanno accompagnato all’auditorium “Jesús Kumate”, dove si trovavano riuniti alcuni degenti con i genitori ed il personale medico e paramedico dell’ospedale. Nell’auditorium il Santo Padre, dopo l’indirizzo di saluto della “Primera Dama”, ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito.

Signora Prima Dama,
Signora Ministro della Salute,
Signor Direttore,
Membri del Patronato,
Famiglie qui presenti,
Amiche a amici, cari bambini, 
buonasera!

Ringrazio Dio per l’opportunità che mi dona di poter venire a visitarvi, di incontrarmi con voi e le vostre famiglie in questo Ospedale. Poter condividere un pochino della vostra vita, di quella di tutte le persone che lavorano come medici, infermieri, membri del personale e volontari che li assistono, tanta gente che sta lavorando per voi.

C’è un passo nel Vangelo che ci racconta la vita di Gesù quando era bambino. Era molto piccolo, come alcuni di voi. Un giorno i suoi genitori, Giuseppe e Maria, lo portarono al Tempio per presentarlo a Dio. E lì si incontrano con un anziano che si chiamava Simeone, il quale, quando lo vede, molto deciso e con molta gioia e gratitudine, lo prende in braccio e comincia a benedire Dio. Vedere il bambino Gesù provocò in lui due cose: un senso di gratitudine e il desiderio di benedire. Ossia, a questo anziano venne voglia di rendere grazie a Dio e di benedire.

Simeone è il “nonno” che ci insegna questi due atteggiamenti fondamentali della vita: quello di ringraziare e quello di benedire.

Qui io benedico voi; i medici vi benedicono, ogni volta che vi curano, gli infermieri, tutto il personale, tutti quelli che lavorano vi benedicono, voi bambini, però anche voi dovete imparare a benedire loro e a chiedere a Gesù che abbia cura di loro perché loro hanno cura di voi. Io qui (e non solo per l’età) mi sento molto vicino a questi due insegnamenti di Simeone. Da un lato, attraversando quella porta e vedendo i vostri occhi, i vostri sorrisi – alcuni birbanti! – i vostri volti, mi ha fatto venire il desiderio di rendere grazie. Grazie per l’affetto che avete nell’accogliermi; grazie perché vedo l’affetto con cui siete curati qui, l’affetto con cui siete accompagnati. Grazie per lo sforzo di tanti che stanno facendo del loro meglio perché possiate riprendervi presto. E’ così importante sentirsi curati e accompagnati, sentirsi amati e sapere che state cercando il modo migliore di curarci; per tutte queste persone dico: grazie, grazie.

E nello stesso tempo, desidero benedirvi. Voglio chiedere a Dio che vi benedica, accompagni voi e i vostri familiari, tutte le persone che lavorano in questa casa e fanno in modo che quei sorrisi continuino a crescere ogni giorno. A tutte le persone che non solo con medicinali bensì con la “affettoterapia” aiutano perché questo tempo sia vissuto con più gioia. E’ tanto importante la “affettoterapia”! Tanto importante. A volte una carezza aiuta tanto a stare meglio.

Conoscete l’indio Juan Diego voi, o no? [“Sì!”] Vediamo: alzi la mano chi lo conosce… Quando lo zio del piccolo Juan era malato, lui era molto preoccupato e angustiato. In quel momento, appare la Vergine di Guadalupe e gli dice: “Non si turbi il tuo cuore e non ti inquieti cosa alcuna. Non ci sono qui io, che sono tua Madre?”. Abbiamo la nostra Madre: chiediamole di offrirci al suo Figlio Gesù.

E adesso, ai bambini chiedo una cosa: chiudiamo gli occhi, chiudiamo gli occhi e domandiamo quello che il nostro cuore oggi desidera. Un momento di silenzio con gli occhi chiusi e dentro chiediamo quello che vogliamo… E adesso insieme diciamo a nostra Madre: Ave Maria…

Che il Signore e la Vergine di Guadalupe vi accompagnino sempre. Tante grazie! E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Non dimenticatevi! Il Signore vi benedica.


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È stato un incontro commovente e pieno di umanità.
Accolto da grida festose, il Papa ha voluto salutare uno ad uno dei bambini – la maggior parte dei quali in sedia a rotelle – distribuendo abbracci, carezze, baci sulla fronte. Ha parlato e giocato con i bambini ha dispensato carezze, ha anche spiegato il Rosario; a un bimbo, che lo ha abbracciato calorosamente, ha somministrato la medicina. Il Pontefice ha ricevuto abbracci, lettere, disegni, bigliettini con fiori di carta.

Ma le immagini dicono più delle parole... ecco qualche esempio di  “affettoterapia”!!!












 












La ragazzina malata, l'Ave Maria
e quell'abbraccio muto del Papa
di Marina Corradi

All'ospedale pediatrico "Federico Gomez" di Città del Messico il Papa andava a incontrare il dolore dei bambini: quello degli innocenti, che da sempre e più di ogni altro appare inaccettabile agli uomini. Quella sofferenza che nei Fratelli Karamazov suscita in Dostoevskij il famoso interrogativo: “Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza”.

Dunque il Papa è entrato nelle stanze del dolore innocente - nel video di romereports.com si sentono distintamente i pianti dei piccoli malati. E si è trovato di fronte Alexia, 15 anni, malata di osteosarcoma, una grave forma di tumore osseo. Alexia sedeva in carrozzella, il capo avvolto da un turbante a nascondere la calvizie della chemioterapia. Il volto della ragazza, che dà le spalle agli obiettivi, nelle riprese non si vede: si vede invece la faccia del Papa, in piedi davanti a lei.

La giovane malata dunque intona l'Ave Maria di Schubert. Ha una voce sottile e cristallina, che non teme di cimentarsi con le note più acute. Attorno a lei, improvvisamente, tutti fanno silenzio - come per un ordine che nessuno ha impartito. La quindicenne leva il suo canto limpido, e il Papa si china su di lei, assorto - quasi come se nemmeno lui si aspettasse quel canto, da una fanciulla poco più che bambina, in un reparto oncologico. 

E a chi sta a guardare quel minuto a Città del Messico la domanda di Dostoevskij torna in mente, con tutta la ribellione che il dolore dei bambini genera, sempre. È una pietra miliare nell'ateismo, quell'antica domanda: se davvero Dio è così buono, perchè lascia soffrire i bambini? E non c'è alcuna risposta che possa aggiustare lo scandalo: se non il chinare la fronte davanti alla sofferenza di Cristo in croce - cui anche i bambini, come agnelli, misteriosamente partecipano. Ma l'Ave Maria della fanciulla messicana, con la sua quieta limpidezza, addirittura suggerisce l'idea che, perfino a 15 anni - quanti forse ne aveva la Madonna nel giorno del suo "sì" all'Angelo - il dolore possa essere accettato, e offerto. 

È un mistero, quella preghiera chiara di una ragazza inseguita dal cancro. Forse per questo Francesco, chino su di lei, si commuove. E alla fine semplicemente, muto, la stringe fra le braccia.
(fonte: Avvenire)



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