lunedì 15 febbraio 2016

"Il «villaggio globale» di Papa Francesco" di mons. Bruno Forte



Il «villaggio globale» di Papa Francesco
di mons. Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto



L’incontro a l’Avana di Papa Francesco con il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, Kirill, aggiunge un altro, importante tassello al ruolo internazionale del ministero dell’attuale Vescovo di Roma, evidenziandone in particolare la dimensione ecumenica, l'apertura alle soluzioni più audaci e l’incisività sull'intero “villaggio globale”. Non sorprende, perciò, che si vadano moltiplicando riflessioni e bilanci sull'attuale pontificato. In questo quadro anche la rivista Italianieuropei, espressione dell'omonima Fondazione presieduta da Massimo D’Alema, dedica un numero (l’ultimo del 2015) a Papa Francesco, intitolandolo “L’impronta di una nuova Chiesa”. A parte una certa forzatura del titolo, che sembra dimenticare come la Chiesa sia viva e vegeta dopo duemila anni perché - “semper reformanda” per essere all'altezza dei doni e delle attese del suo Fondatore - ha vissuto continui rinnovamenti e sempre nuovi slanci, i contributi raccolti offrono prospettive non poco stimolanti. Inaugura il fascicolo una riflessione di Paolo Corsini centrata sulla tesi che “l'impronta ‘impolitica' che papa Francesco assegna al suo pontificato determina il rifiuto di ogni ingerenza e invasione in campo politico e insieme una maggiore autonomia della Chiesa”: la tesi ha un indubbio fondo di verità, perché nulla è più lontano dalle intenzioni del Papa venuto “quasi dalla fine del mondo” che il volersi immischiare nelle beghe del politichese nostrano o di qualunque altro Paese del mondo. C'è tuttavia il rischio che la sottolineatura del carattere “impolitico” di questo atteggiamento ne impoverisca la singolare forza politico - profetica: la libertà da ogni collateralismo fa in realtà crescere e non diminuire l'autorità morale della Chiesa e di conseguenza, in senso ampio e nobile, il suo peso “politico”. L'orizzonte in cui si muove Francesco non è certamente quello del vantaggio di una parte sull'altra o peggio della difesa d'interessi legati al potere, fossero pure quelli della Chiesa: prioritari in lui sono l'attenzione ai poveri, lo stimolo alla giustizia, il servizio alla pace, cause per le quali non esita a spendersi, dando proprio così e in questo senso alto un carattere intensamente “politico” alla sua azione. Lo si è visto, per limitarci solo a due esempi, nelle parole rivolte ai parlamentari italiani di ogni colore riuniti per la Messa in San Pietro il 27 marzo 2014, quando non esitò a stigmatizzare i politici “lontani dal popolo”, “sepolcri imbiancati”, “classe dirigenziale” che si è “chiusa nel proprio gruppo, nel proprio partito, nelle lotte interne”, “gente dal cuore indurito” che dalla condizione di “peccatori” rischia di scivolare facilmente in quella di “corrotti”, o nel discorso tenuto il 24 Settembre 2015 al Congresso degli Stati Uniti, dove in un esercizio finissimo di “diplomazia profetica” ha usato temi e richiami cari al linguaggio degli States (dal motivo del “sogno”, l'“american dream”, alle figure di Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton) per richiamare tutte le sfide a lui care, inquietanti per la politica della Superpotenza mondiale, come il no al commercio delle armi, il rifiuto della violenza come via per la risoluzione dei conflitti o la “lotta contro la povertà e la fame combattuta costantemente su molti fronti, specialmente nelle sue cause”. I contributi di Stefano Zamagni sull'economia di mercato secondo Papa Francesco, di Vittorio Possenti sull'antropologia come chiave della politica, e di Marco Impagliazzo su “Bergoglio, l'Europa e i migranti”, completano il quadro dell'approccio politico all'azione di Francesco, intendendolo nei suoi ampi orizzonti e alla luce della passione centrale per la causa della giustizia per tutto l'uomo in ogni uomo. Un altro filone di riflessione presente nel fascicolo di Italianieuropei è quello riguardante l'idea di Chiesa che il Papa argentino sta promuovendo: la riflessione di Alberto Melloni su “Riforma della Chiesa, riforma del Papato” tocca i temi centrali del programma di Francesco. Come si è visto “in actu exercito” nella realizzazione del cammino sinodale sulla famiglia, articolato in due tappe precedute da un'amplissima consultazione delle Chiese locali e dove il dialogo franco e plurale è stato fortemente incoraggiato dal Papa in prima persona, la Chiesa che Francesco vuole è quella in cui la collegialità dei vescovi e la sinodalità dell'intero popolo di Dio da concetti teologici, legati alla primavera del Concilio Vaticano II, diventino sempre più vissuto ecclesiale. Il discorso del 17 Ottobre 2015 in occasione dei cinquant'anni dall'istituzione del Sinodo dei Vescovi è in tal senso un vero e proprio manifesto: “Fin dall'inizio del mio ministero come Vescovo di Roma ho inteso valorizzare il Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell'ultima assise conciliare. Per il Beato Paolo VI, il Sinodo dei Vescovi doveva riproporre l'immagine del Concilio ecumenico e rifletterne lo spirito e il metodo… A lui faceva eco, vent'anni più tardi, San Giovanni Paolo II, allorché affermava che ‘forse la collegiale responsabilità pastorale può esprimersi nel Sinodo ancor più pienamente'”. Dopo aver ricordato il contributo di Benedetto XVI al volto di una Chiesa sinodale, Francesco concludeva: “Dobbiamo proseguire su questa strada. Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. Una Chiesa sinodale è una comunità dove la dignità e il protagonismo di ogni battezzato sono riconosciuti e promossi e dove il servizio delle Chiese regionali e della Chiesa universale impegna sempre più la responsabilità collegiale di tutti i vescovi intorno al Successore di Pietro e con la sua guida: è la Chiesa di cristiani adulti e responsabili che il Vaticano II aveva disegnato nei suoi documenti e che - a distanza di oltre cinquant'anni - deve ancora pienamente realizzarsi. Una comunità dove il genio femminile è riconosciuto e valorizzato (lo sottolinea Annachiara Valle) e dove la novità evangelica è stile che impegna tutti i battezzati, nessuno escluso (come evidenzia Domenico Rosati), “una Chiesa dei poveri, che non vuol dire solo una Chiesa che vuol bene ai poveri, che già non è poco, non solo una Chiesa madre dei poveri, ma una Chiesa ‘povera'”, come scrive don Giovanni Nicolini. È questa la Chiesa che Francesco “sogna”, ben sapendo che perché il sogno diventi realtà sarà necessario il coinvolgimento convinto non solo dell'intero episcopato, ma anche e nella maniera più ampia possibile quello di tutta la comunità cristiana. In tal senso, come mostra Andrea Grillo nel suo contributo su “Cosa è veramente accaduto al Sinodo?”, la recente assemblea sinodale nelle sue due tappe è stata una straordinaria esperienza di collegialità, dove l'esercizio della corresponsabilità pastorale ha aiutato a maturare un nuovo linguaggio, che potrebbe definirsi “inclusivo”, e ha aperto orizzonti di accoglienza, accompagnamento e integrazione, la cui fecondità potrà rivelarsi pienamente solo col tempo e la recezione del messaggio e dello stile voluti da Francesco. Più che “l'impronta di una nuova Chiesa” si tratta, insomma, di un ampio processo di maturazione in atto, avviato coraggiosamente e sostenuto convintamente dal Papa venuto da lontano, che dimostra sempre più di saper guardare veramente lontano.
(fonte: Il Sole 24 ore - 14/02/2016)