venerdì 20 novembre 2015

Volti, nomi e storie delle vittime degli attentati di Parigi

Ogni nome ha una faccia. Ogni nome ha una storia. Sono 129 le vittime degli attentati terroristici di venerdì 13 novembre a Parigi. Ma dietro il lungo elenco, dietro quel numero, ci sono persone. Tra loro studenti, giovani genitori, appassionati di musica, coppie di innamorati
Per questo, gli account twitter @histoiredefr e @ParisVictims da alcuni giorni stanno postando le fotografie di coloro che hanno perso la vita negli attacchi alla capitale francese. L'obiettivo è spiegato in un tweet: “In questi giorni di lutto nazionale, onoriamo le vittime degli attentati. Un volto, un nome, una storia”.

Ci sono i giovani del concerto rock (un eccidio: 82 morti), coppie, amici e persone che stavano lavorando tra le 129 vittime (sono oltre 90 i feriti gravi) delle stragi a ripetizione compiute dai terroristi venerdì sera a Parigi. Morire andando a un concerto, assistendo a una partita di calcio, mangiando al ristorante: chi ha concepito il folle orrore di Parigi ha voluto colpire, colpirci, nel nostro quotidiano più ordinario, un venerdì di festa, di riposo dopo una settimana di lavoro. Com’era prevedibile trattandosi di una capitale internazionale, non tutte le vittime sono francesi. Tra loro l’italiana Valeria Solesin, che si trovava al concerto rock al Bataclan con il fidanzato e un’amica. Ma c’erano anche cittadini belgi, tunisini, svedesi, britannici... uomini e donne, bianchi e neri, cristiani, laici e musulmani... evidentemente, i fanatici non fanno distinzioni. Falcidiati in luoghi di svago, in una serata cominciata all’insegna della spensieratezza. Nella sala da concerto, al ristorante, al bar, per strada, tutti, indistintamente, fino a un attimo prima dell’inimmaginabile si stavano divertendo, stavano ridendo e sorridendo alla vita proprio come sorridono tutti nelle foto che i loro cari hanno postato sui social network. 

Parigi: i nomi e i volti dei giovani a cui è stata spezzata la vita e i sogni

Attentati a Parigi, quei volti 
ora chiedono giustizia
di Aldo Cazzullo

Le 129 persone uccise dai terroristi hanno lasciato segni profondi. Venivano da 19 Paesi diversi. Il dolore per la loro morte è condiviso da tutto il mondo

La cosa peggiore è riconoscere, all’uscita della Morgue, i lineamenti di queste ragazze e di questi ragazzi, logorati dal tempo e dalla sofferenza, sul volto delle madri e dei padri venuti a riconoscerli. 

La cosa peggiore è avere 129 vite solo da immaginare. Vite di artisti, di ricercatori, di scrittori: immaginare quanto sarebbero state belle le loro canzoni, le loro scoperte, le loro opere. Immaginare quanto sarebbero stati belli i loro figli. Vite infinite. 

La cosa peggiore è che, ora che tutti sono stati riconosciuti, non resta nessuno che possa pensare: lui, o lei, potrebbe essere ancora vivo. 

La cosa peggiore è l’ignoranza di assassini che non sanno cosa significhi aver portato un bambino nella pancia o averla accarezzata, aver pianto quand’è nato, essersi svegliati di notte quando piangeva, essersi preoccupati quando faceva tardi con gli amici, aver gioito per la sua laurea, aver provato un misto di orgoglio e di nostalgia a vederlo partire per una grande città. 

La cosa peggiore è pensare a tutti i genitori condannati a sopravvivere a un figlio, e alla pena che la strage di Parigi rinnova dentro di loro. 

La cosa migliore è considerare quanto il dolore ormai appartenga al mondo, quanto sia globale e condiviso: le vittime venivano da 19 Paesi diversi. 

La cosa migliore è la consapevolezza che le vittime sono più forti e lasciano segni più profondi dei carnefici. 

La cosa migliore è riascoltare la dichiarazione della madre di Valeria Solesin, le uniche parole in italiano sentite in questi giorni alla tv francese - «nostra figlia mancherà molto a noi e anche al nostro Paese», e concludere che è davvero così. 

La cosa migliore è rileggere Pasolini, in morte del fratello Guido: «Quanto sia il dolore di mia madre, mio e di tutti questi fratelli e madri non mi sento ora di esprimere. Certo è una realtà troppo grande, questa di saperli morti, per essere contenuta nei nostri cuori di uomini». Ma «senza il loro martirio non si sarebbe trovata la forza sufficiente a reagire contro la bassezza, e la crudeltà e l’egoismo». «Noi alla società non chiediamo lacrime; chiediamo giustizia». (fonte: Corriere della Sera)

Perché non siano solo numeri, ma volti, nomi e storie guarda: 


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