venerdì 9 ottobre 2015

L’arca del duro canto di Luigino Bruni

Un uomo di nome Giobbe/3 -
La sofferenza vista e compresa dell’innocente

è inizio di resurrezione
L’arca del duro canto

di Luigino Bruni





Stordito, Giobbe si rivolge a Dio e gli dice: ‘Padrone dell’universo, non può essere che una tempesta abbia infuriato davanti a te e ti abbia fatto confondere Iyov (Giobbe) con Oyév (nemico)?’ 
Per quanto strano possa sembrare, di tutte le domande poste da Giobbe questa è l’unica a meritare una risposta” (Elie Wiesel, Personaggi biblici attraverso il Midrash).

I discorsi più alti e veri che si levano dalla terra sono quelli dei poveri, le cui carni ferite contengono una verità che i trattati dei professori non possono conoscere. È la verità di Giobbe, che dà forza ai suoi discorsi di maledizione e di imprecazione. Le sue grandi domande senza risposta sono molto più convincenti e vere delle risposte senza grandi domande degli esperti del suo tempo e del nostro. Se oggi fossimo capaci di ascoltare le domande, spesso mute, dei poveri feriti dalla vita e dalla nostre strutture di peccato, potremmo avere qualche barlume di luce per rischiarare le tante crisi del nostro tempo, che non capiremo finché non reimpareremo a leggere le parole incise nelle pelle delle vittime.

Dopo il Prologo, con il capitolo tre entriamo nel cuore del poema di Giobbe, costruito sui suoi dialoghi con gli amici, con se stesso, con la vita, con Dio. “Tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui. Partirono, ciascuno dalla sua contrada, Elifaz di Teman, Bildad di Suach e Sofar di Naamà, e si accordarono per andare a condividere il suo dolore e a consolarlo. Alzarono gli occhi da lontano, ma non lo riconobbero. Levarono la loro voce e si misero a piangere” (2,11-12). Tutto fa pensare che sono amici veri: vengono a sapere della sua sventura, lo vanno a trovare, siedono e piangono con lui. Amici che non lo riconobbero da lontano, perché Giobbe, per le pene che pativa, stava diventando altro, troppo lontano dal primo Giobbe, e da loro.
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Siamo soli nei grandi attraversamenti della vita; in mezzo a quelle acque tumultuose nessuna compagnia può affiancarci e pareggiarci. Nemmeno la mano più cara che stringerà la nostra nell’ultimo guado della vita potrà seguirci fino alla fine della lotta, quando, con la sola nostra mano mendicheremo la benedizione finale. 
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Il diluvio della Genesi aveva annullato l’ordine della creazione, ri-confuso luce e tenebre, acqua e terra; il diluvio che si è abbattuto sulla vita di Giobbe ha cancellato ogni ordine etico, trasformato il suo cosmo nel caos. Giobbe era giusto come Noè, ma mentre Noè fu salvato da Elohim, Giobbe è la vittima delle grandi acque. Sommerso e inondato da un diluvio ingiusto, non vede più la luce, l’armonia, la felicità, la bellezza e l’ordine della vita. E la maledice, in un canto di maledizione radicale e scandaloso, senza però mai arrivare a maledire Dio (anche se arriva sulla soglia). Ma se leggiamo il suo poema con ‘l’intelligenza delle scritture’, facciamo una scoperta sbalorditiva: il suo canto di maledizione è anche la costruzione di una nuova e diversa arca di salvezza. Nell’arca di Giobbe non salgono i suoi figli e gli animali, ma tutti i disperati, gli sconsolati, i depressi, gli abbandonati, i falliti, gli scomunicati, tutte le vittime inconsolabili e inconsolate della storia. È così che la Bibbia ci ama e ci salva, paradossalmente e realmente. Come, analogamente, ci salvano la grande poesia e la grande letteratura, che riscattano e salvano il principe Myskin, Cosette e Jean Valjean, il ‘pastore errante dell’Asia’, mentre li raggiungono, li incontrano, abitano la loro sventura. La ‘resurrezione’ di questi miserabili arriva quando vediamo, descriviamo, amiamo le loro sofferenze. Se non fosse così le nostre poesie, l’arte e i capolavori letterari sarebbero solo finzione, e non conterrebbero nessuna verità e nessuna salvezza. E invece non è così, lo sappiamo e lo sentiamo tutti i giorni, quando nei dolori grandi e nelle sventure della vita continuiamo ad essere amati dai poeti e dalle scritture, che ci prestano i loro salmi e le loro parole per accompagnare le nostre notti mute. E ci accompagnano e ci amano anche quando non possiamo leggere né le poesie né la Bibbia, perché non le capiamo, non abbiamo mai imparato a leggere, o perché le abbiamo dimenticate. L’autore del libro di Giobbe ha incluso tutti i vinti e i disperati nel libro della vita e di Dio solo perché ha pronunciato le loro stesse parole. La resurrezione è dentro la passione, l’abbandonato è già risorto. Sta anche qui la speranza non vana che nella storia, questa infinita processione di innocenti sofferenti, possa essere iscritta una giustizia, misteriosa ma vera. Tutti possiamo entrare nell’arca di Giobbe. L’arcobaleno dell’alleanza si estende fino a colorare tutto il cielo e tutta la terra

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