venerdì 30 ottobre 2015

“La via” dei cristiani di fronte al potere. Omaggio a Silvano Fausti SJ di Giuseppe TROTTA SJ

“La via” dei cristiani di fronte al potere. 
Omaggio a Silvano Fausti SJ
di Giuseppe TROTTA SJ 


Silvano Fausti, gesuita della comunità di Villapizzone a Milano, è morto lo scorso 24 giugno. Per decenni ha annunciato e fatto scoprire la Parola di Dio attraverso le sue lectio e i suoi libri. Lo ricordiamo con questo testo, che si ispira al lavoro comune di preparazione degli incontri sugli Atti degli apostoli, tenutisi nella chiesa di San Fedele dal 2013 al 2015. In queste pagine ritroviamo un tema ricorrente nelle meditazioni di Silvano: il rapporto fra potere religioso, economico e politico alla luce delle vicende delle Chiese delle origini. 


Nella sua ricostruzione dello sviluppo delle prime comunità cristiane, l’evangelista Luca dedica all’opera missionaria di Paolo gran parte degli Atti degli apostoli. Le fonti – come gli appunti di viaggio lasciati da qualcuno dei compagni dell’Apostolo delle genti – sono a volte rielaborate con intento apologetico, per accreditare il cristianesimo – chiamato “la via” dagli stessi cristiani – agli occhi dei romani e difenderlo dalle accuse di pagani ed ebrei. Infatti se le relazioni interne alle comunità sono descritte in termini di profonda comunione e condivisione, smussando i contrasti che pur non mancarono, quelle con gli esterni sono spesso presentate come conflittuali, arrivando fino alla persecuzione per motivi religiosi, economici o politici. Questi conflitti sono sovente risolti grazie all’intervento dei funzionari dell’impero romano, chiamati ad arbitrare le contese. 

Un episodio – la rivolta degli argentieri a Efeso – illustra bene le tensioni tra i cristiani e gli altri abitanti dell’impero romano.

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Anche se Paolo sarà ingiustamente detenuto per molti anni a causa dell’ignavia dei governatori della Giudea, Felice e Festo (cfr Atti 23-26), più volte Luca ci mostra l’intervento risolutivo dell’autorità romana a difesa dell’Apostolo nelle dispute che lo coinvolsero. A Efeso il comportamento del cancelliere è esemplare: non prende parte per alcuno, ma fa rispettare la legge, imponendo che ci sia un regolare arbitrato fra le parti e soprattutto prevenendo l’uso della violenza, perché pace e giustizia sussistono solo insieme. E questo anche contro gli interessi economici, perché chi governava avrebbe potuto favorire gli artigiani, visto il profitto e il lustro che il culto di Artemide procurava alla città. 

I primi cristiani, di cui Paolo è l’esempio, non chiedono altro all’autorità politica: che garantisca pace e giustizia imponendo a tutti il rispetto della legge. Come prende le distanze da un certo sistema economico, così “la via” si mantiene anche indipendente dal potere politico, per non compromettersi e non perdere la libertà di parola essenziale all’annuncio del Vangelo (cfr TROTTA G., «Parresia», in Aggiornamenti Sociali 06-07 [2015] 516-519), ma soprattutto perché non ne ha bisogno, si diffonde per virtù propria. 

Pur potendo contare sull’appoggio di funzionari imperiali amici, Paolo non ne approfitta per far valere le proprie ragioni, ma evita di alimentare il conflitto, seguendo il loro consiglio di non affrontare pubblicamente gli avversari. Se Paolo avesse fatto lobbying per far prevalere la propria posizione, avrebbe minato la sincerità e la gratuità con cui annunciava il Vangelo, utilizzando mezzi inopportuni. Infatti, la bontà del fine perseguito – in questo caso far prevalere la verità – non può avallare il ricorso a qualsiasi mezzo. Il Concilio Vaticano II era consapevole di questo quando scriveva: «la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (CONCILIO VATICANO II, costituzione pastorale Gaudium et spes, 1965, n. 76).

Comunicare il Vangelo 
Quanto accaduto a Efeso mostra che la prima attività politica dei cristiani è stata l’annuncio stesso del Vangelo e delle sue conseguenze sul piano esistenziale, per le scelte personali e collettive. La condotta di Paolo e degli altri cristiani mette in questione l’intreccio fra religione, economia e politica, smascherando una commistione sempre perniciosa, in ogni luogo ed epoca. Anche i cristiani non possono illudersi di evangelizzare, quando, in nome di una comune appartenenza ecclesiale, esercitano una pressione indebita per giungere alla promulgazione di leggi o gestiscono fondi e opere pubbliche a proprio vantaggio con una logica clientelare. Al contrario stanno solo confezionando oggetti di culto per garantirsi il proprio benessere. 

Questo rischio non è però confinato solo alle dimensioni economiche e politiche. Se il Pane e la Parola da spezzare e condividere sono i primi sacramenti affidati alla Chiesa, la vicenda di Efeso interroga la nostra pastorale sacramentale. Il modo in cui amministriamo i sacramenti potrebbe farne una fonte di guadagno o una specie di pratica magica, che resta esterna ed estranea alla vita di chi li riceve, una specie di prezzo da pagare alla Chiesa per ottenere la certificazione della propria fede, senza una reale comunicazione della grazia. A questo proposito, il documento preparatorio del Sinodo sulla famiglia, sollecitando un rinnovamento dei percorsi catechistici, afferma: «La comunità cristiana rinunci a essere un’agenzia di servizi, per diventare invece il luogo in cui le famiglie nascono, si incontrano e si confrontano insieme, camminando nella fede e condividendo percorsi di crescita e di reciproco scambio» (cfr Instrumentum laboris, 23 giugno 2015, n. 53).

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