domenica 1 marzo 2015

Semplicità e radicalità per chi si vuol chiamare Cristiano... parola di cardinale (S.E. Cardinale Montenegro, per tutti sempre P. o Don Franco)

Costruire una comunità aperta, «non un rifugio sicuro», altrimenti «si rischia che diventi solo un ripostiglio, luogo dove viene accantonata anche roba inutile, perché essa è il luogo concreto in cui Dio si rivela, spezza la sua forza di risurrezione per ciascuno di noi e dove l’uomo si libera». Il cardinale Francesco Montenegro, tornato nella sua Agrigento dopo avere ricevuto la porpora nell’ultimo Concistoro, è stato accolto dai fedeli in occasione del Pontificale per la festa di San Gerlando, patrono della città e della diocesi. La celebrazione si è svolta nella chiesa di San Domenico, non nella cattedrale di San Gerlando chiusa da quattro anni per pericolo di crollo, mentre la processione con le reliquie del santo è stata annullata a causa del maltempo. «Si è comunità quando insieme si va con Cristo e verso Cristo e con lui verso gli altri – ha detto Montenegro nell’omelia –. Sbaglia chi cerca nella comunità quell’atmosfera di favola che, facendo dire 'e vissero felici e contenti', esclude dagli altri o li esclude. Il non dialogo è esclusione ». E ancora: «Non si fa comunità solamente per riempire il tempo libero o per stare bene insieme tra brava gente – ha aggiunto il cardinale Montenegro –. Essa non è una semplice possibilità di socializzazione, ma il luogo dove l’amicizia deve diventare fraternità, la collaborazione lavoro comune per portare la liberazione che Dio vuole per gli uomini, i programmi fedeltà a Dio che opera nella storia, i rapporti interpersonali amore disinteressato verso tutti i fratelli». 
Vivere il Vangelo fino in fondo è l’unico modo per essere credibili. Una radicalità che in questo territorio significa anche non dimenticare che l’accoglienza va garantita sempre e comunque a chi bussa alle porte di casa nostra. La diocesi di Agrigento, Lampedusa in particolare, vive la difficoltà degli sbarchi di migranti provenienti dall’Africa, ma non si può essere cristiani e rifiutare di accogliere i migranti. Lo ha ribadito anche nel suo messaggio per la Quaresima, durante la celebrazione delle Ceneri ad Agrigento, il cardinale Montenegro, che è anche presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale italiana e della fondazione Migrantes. Guardando all’interno delle comunità ecclesiali, ha usato toni molto duri nei confronti degli operatori pastorali che storcono il naso di fronte alla nuova ondata di arrivi sulle coste siciliane. «Il digiuno, se diventa carità, pulisce il cuore e gli occhi, e fa riconoscere il volto di Cristo nei fratelli vicini e lontani… anche nelle colonne di schiavi che i faraoni e gli Erode di oggi continuano a condannare alla fame e anche alla morte. Gli sbarchi nella nostra terra sono l’aperta denuncia delle tragedie legate al terrorismo, ai genocidi, agli attentati, ai disastri ecologici – ha sottolineato –. E noi credenti, davanti a tutto questo, non possiamo restare spettatori, né possiamo sentirci a posto con la nostra fede se pensiamo che questa gente (per qualcuno gentaglia) deve tornarsene indietro perché sono un inquietante disturbo. Convinciamoci che rifiutarli e disprezzarli è rifiutare e disprezzare Cristo». E qui ha aggiunto: «Stento a capire come ci si possa definire buoni cristiani o impegnati operatori pastorali, se poi si nutrono sentimenti antievangelici o si resta indifferenti dinanzi a tanti fratelli immigrati. Agli operatori pastorali che pensano così consiglio, anche per coerenza personale, di sospendere il loro servizio nelle comunità. Il Vangelo o si accoglie e si annunzia tutto o non si è cristiani». (Fonte: Avvenire 26/02/2015) 

Mercoledì 18 febbraio con la celebrazione delle Sacre Ceneri ha avuto inizio la Quaresima. Il card. Francesco Montenegro ha presieduto il sacro rito nella chiesa Sant’Alfonso di Agrigento. Di seguito vi proponiamo il testo integrale dell’Omelia che il cardinale ha tenuto durante la Santa Messa. Nella prima celebrazione da cardinale, S.E. Montenegro ha espresso un monito a quegli operatori pastorali e cristiani in genere che nutrono sentimenti anticristiani o restano indifferenti dinanzi ai bisogni dei più deboli, a quanti vivono in questa condizione di incoerenza con il Vangelo il cardinale ha consigliato di sospendere il loro servizio nella comunità in cui operano.

Il 24 febbraio, nella cappella del Coretto della Cattedrale di Agrigento, l'arcivescovo, Francesco Montenegro, ha presieduto i vespri solenni in onore di San Gerlando alla presenza del Capitolo della Cattedrale di Agrigento, del serminario di Agrigento, dei fedeli convenuti per onorare il santo patrono della città e arcidiocesi di Agirgento.



Pensando a S. Gerlando l'arcivescovo ha presentato alcune brevi considerazioni:
"Viviamo in un tempo - ha detto il card. Montenegro - che ha bisogno di profezia e di speranza; di testimonianza e di amore; di presenza e di servizio; di incarnazione e di comunione; di cristiani che sanno farsi carico dei feriti di questo mondo; di testimoni appassionati. (Neppure i tempi di Gerlando furono facili). C’è bisogno di donne e uomini che si lasciano portare dall’ebbrezza della Pasqua; che non riducono la profezia a buonismo; che non vogliono essere voci anonime tra le tante; che rifiutano il ruolo di lucignoli fumiganti ma vogliono essere fiamme ardenti; non compiacenti verso un cristianesimo della festa ma da vivere nella quotidianità". 
"Ci vogliono insomma santi" ha esclamato l'arcivescovo e citando Giovanni Paolo II che ricordava ai giovani “Non abbiate paura di essere i Santi nel Nuovo Millennio” ha detto: "Essere santi, infatti, non significa essere dei Mastrolindo, ma persone vere, coraggiose, capaci di andare contro corrente, perché 'la santità è la misura alta della vita cristiana ordinaria' (NMI 31). È santo chi è capace di essere straordinario nel fare le cose ordinarie.
Spesso - ha proseguito - non si considerano il lavoro, lo studio, i rapporti di amicizia come opportunità per vivere la santità. Il calciatore, invece, diventa santo giocando la sua partita e facendo gol, il ragioniere facendo calcoli, la casalinga badando alla casa. Paolo VI diceva: 'Cristiano, sii cosciente; cristiano, sii coerente; cristiano, sii fedele; cristiano, sii forte; in una parola: cristiano, sii cristiano'. Vivere la santità non è fare miracoli, quelli che meravigliano, semmai quelli di ogni giorno possibili a tutti, ma è “vivere una vita in modo tale che non si potrebbe spiegare se Dio non esistesse”. S. Gerlando è santo perché ha fatto bene il Vescovo!..
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Un passaggio dell'omelia del card. Montenegro in occasione del Pontificale di San Gerlando patrono di Agrigento:

... La comunità è il risultato di una scelta di fede: consegnarsi cioè senza calcoli alla sorpresa divina per lasciare il segno del suo passaggio. La comunità c’è per essere nel mondo lievito di rinnovamento e rendere visibile l'amore di Dio. Una comunità che si chiude, che resta anonima e insignificante per la storia rende Cristo muto e blocca la risurrezione. I credenti insieme devono essere protagonisti e forze vive nel movimento in avanti del territorio in cui si vive e perciò dell'umanità, così da essere punto di riferimento per quanti lottano seriamente per la liberazione dell'uomo. Questo per dire che non si fa comunità solamente per riempire il tempo libero o per stare bene insieme tra brava gente, essa non è una semplice possibilità di socializzazione, ma il luogo dove l’amicizia deve diventare fraternità, la collaborazione lavoro comune per portare la liberazione che Dio vuole per gli uomini, i programmi fedeltà a Dio che opera nella storia, i rapporti interpersonali amore disinteressato verso tutti i fratelliPer questo motivo sono incomprensibili gli arroccamenti delle e nelle parrocchie, la mancanza di dialogo tra i gruppi di una stessa parrocchia e la scarsità di collaborazione tra le comunità di uno stesso territorio, quasi che ognuno sia detentore del Signore e Lui non fosse uno solo e uno per tutti. Mentre cantiamo sino a sfiatarci: “Dov’è carità e amore, là c’è Dio”, la frammentazione rende attuale la denuncia di Paolo: “«Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!»…”.Con Lui dobbiamo chiederci: “Ma Cristo è stato forse diviso?” (cfr 1 Cor. 1,12-13). La Chiesa non è la somma delle tante parrocchie, né la parrocchia è la somma di gruppi, né la propria comunità è una roccaforte da difendere. 
Cristo ci chiede di essere un’unica Chiesa che sta con le porte aperte per guardare meglio la strada ed andarvi. Una cosa è certa: la comunione, quando è vera non cancella le identità. Si è comunità quando insieme si va con Cristo e verso Cristo e con Lui verso gli altri. Sbaglia chi cerca nella comunità quell’ atmosfera di favola che facendo dire: “e vissero felici e contenti”, esclude dagli altri o li esclude. Il non dialogo è esclusione. Non mi stancherò di ripetere che una parrocchia ben organizzata, ma chiusa in se stessa e non aperta sia al dialogo con la chiesa diocesana sia alla missione, non è ancora la Chiesa di Cristo. È come una pentola in cui continuano a bollire i legumi sino a quando lentamente si disfano, solo perché non si vuole versarli nei piatti a cui gli altri possono attingere. Così facendo si costruisce una comunità solo per noi e non per il Regno e la si usa per i propri interessi e non per incontrare Dio e i fratelli. Ciò vuol dire mettersi fuori strada.
Gesù ci chiede di essere comunità aperte e tutti, agli altri e non solo tra i componenti di essa (se fosse chiusa non può definirsi comunità)...