lunedì 2 marzo 2015

Ricordando Shahbaz Bhatti

A quattro anni dalla morte di Shahbaz Bhatti, il suo ricordo nel luogo memoriale dei martiri e testimoni della fede

Quattro anni fa veniva assassinato in un attentato terroristico Shabhaz Bhatti, ministro per le minoranze in Pakistan.

La Comunità di Sant’Egidio, a cui il ministro ucciso era legato da una lunga amicizia e da una stretta collaborazione, ha ricordato l’anniversario della morte, avvenuta il 2 marzo 2011 a Islamabad, insieme all’Associazione dei Pakistani cristiani in Italia.

Luogo di questa memoria, una liturgia eucaristica celebrata a Roma presso la Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, che è anche luogo memoriale dei martiri del XX e XXI secolo. Presente alla cerimonia il rappresentante dell’ambasciata pakistana a Roma.

“Vogliamo vivere questo tempo di Quaresima ‘ai piedi di Gesù’ come ha scritto Shabhaz nel suo testamento spirituale” - ha detto il rettore della basilica don Angelo Romano durante l’omelia – “invochiamo il Signore perché il popolo pakistano, di cui Bhatti è figlio, non sia più vittima della violenza”.

Nel corso della liturgia, particolarmente toccante è stato il gesto dei bambini, che in processione si sono recati a baciare la Bibbia appartenuta a Shahbaz e conservata presso la Basilica. (fonte: Comunità di Sant'Egidio)

... “Finché avrò vita – si legge nel testamento di Bhatti – continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi e i poveri”. Un servizio che continua grazie alla sua associazione, fondata nel 2002, e che oggi è guidata dal fratello Paul Bhatti. Al microfono di Benedetta Capelli così ricorda quella drammatica giornata:

R. – Ogni volta che arriva questo mese di marzo, chiaramente si riaccende la memoria di quel momento, quando io ero medico qui in Italia: mio fratello, già da qualche tempo, mi continuava a richiamare in Pakistan, per andare a lavorare insieme con lui. Avevo una vita tutto sommato tranquilla, per me e per la mia famiglia; mia madre viveva con lui e mio padre era deceduto un mese prima del suo assassinio. Quel giorno stavo andando in clinica, a Treviso: era mattina, ho sentito la notizia del suo assassinio. E’ stata una notizia veramente scioccante e ha completamente cambiato la mia vita e quella della mia famiglia per sempre! Immediatamente mi sono preoccupato per mia madre, perché mia madre viveva con lui… Poi ho saputo che lei avevo sentito addirittura gli spari, quando hanno ucciso mio fratello, perché era vicino casa. Nonostante tutto, io ho visto come mia madre sia stata coraggiosa, quanto ha trovato forza nella sua fede. Addirittura quando sono andato a dirle che avrei voluto continuare la missione di mio fratello, lei mi ha detto: “Sì, perché la sua missione deve continuare!”. Io ero molto arrabbiato e quando sono tornato in Pakistan pensavo di dire addio per sempre al mio Paese. Ma poi sono rimasto lì, e sono rimasto anche volentieri. Avevo la carica e avevo la voglia di continuare la sua missione, vedevo i lavori bellissimi che aveva fatto; ho vissuto l’amore che lui aveva condiviso con le altre fedi, con i musulmani, con i politici e con le guide religiose di varie fedi. E’ stata un’esperienza bellissima! Nella mia carriera in Pakistan ho avuto più appoggio dai musulmani che da persone di altre religioni. Sono sicuro che, prima o poi, si vedrà la pace, vedremo i risultati della missione di Shahbaz, il suo sogno di una convivenza pacifica e specialmente la protezione dei più poveri, di quelli più emarginati e dei perseguitati si avvererà.

D. – A quattro anni distanza, cosa ha seminato – secondo lei – il “sacrificio commovente”, come lo aveva definito Benedetto XVI, di suo fratello?



Vedi anche alcuni dei nostri post precedenti: