sabato 28 febbraio 2015

"Abramo amico di Dio, amico degli uomini" di Gregorio Battaglia, ocarm (VIDEO INTEGRALE)

"Abramo amico di Dio,
 amico degli uomini"
 di Gregorio Battaglia, ocarm 
(VIDEO INTEGRALE)


I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2015
della Fraternità Carmelitana 
di Barcellona P.G. (ME)


AFFIDATI AD UNA PROMESSA
Il cammino umano e di fede dei Patriarchi




4 FEBBRAIO 2015

ABRAHAMO: L’UOMO DELL’OSPITALITÀ E DELL’AMICIZIA

Abrahamo è soprattutto l’uomo della tenda. Essa serve ad illustrare in modo plastico la sua condizione di “straniero e pellegrino”. E’ vero che egli ha avuto la promessa di una terra, ma adesso egli la percorre in lungo ed in largo senza poter avanzare alcuna pretesa su di essa. Così egli impara a crescere nella fiducia nel “Dio della promessa”, ben sapendo che i tempi del compimento sono conosciuti unicamente da Lui.
Questa sua condizione di uomo senza diritti lo porta a sperimentare la gratuità ed anche il valore dell’essere accolti. Man mano che egli va invecchiando scopre, con grande suo stupore, che il mondo non è soltanto il luogo dell’inimicizia e dell’invidia, ma è anche uno spazio ospitale. L’inizio del capitolo XVII si premura di farci sapere che Abrahamo ha già raggiunto la bella età di “novantanove anni”, ma l’invecchiamento fisico corrisponde in lui ad una acquisizione sempre più profonda di una grande maturità umana.
Ed è proprio in questo capitolo che per la prima volta si parla del “sorridere” di Abramo. Dio si è fatto ancora presente nella vita di Abrahamo, apparendogli e rinnovando con lui la sua alleanza, il suo patto ed in più cambiandogli il suo nome: “Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abraham” (Gen 17,5). Il cambiamento di nome sembra in effetti un piccolo dettaglio poco significativo, tanto che nelle traduzioni il nome resta sempre lo stesso, ma l’inserimento di una “h”, che è una lettera aspirata, significa che la sua vita è interiormente mossa dallo Spirito. La maturità che Abrahamo lascia trasparire, è allo stesso tempo frutto della sua esperienza di vita, ma, ancor di più, è dono che gli viene conferito dalla presenza del Dio vivente. Di fronte alle contraddizioni che chiudono gli orizzonti della sua vita in modo brutale ed umiliante, egli impara man mano a scoprire nel mistero delle cose la luminosità affiorante di un sorriso: il sorriso di Dio. Egli va rendendosi conto che più impara a sostare e a guardarsi attorno e più il mondo gli sorride, anzi è lo steso sorriso di Dio a venirgli incontro. Così di fronte all’annuncio divino della prossima maternità della moglie Sara egli può aprirsi ad un sorriso contenuto e disteso: “Allora Abrahamo si prostrò con la faccia a terra e rise” (Gen 17,17).
Alla soglia dei cento anni Abrahamo si presenta come un uomo, che è sempre meno tentato dalla fretta o dalla voglia di fare da sé. Il suo prostrarsi a terra e l’accettazione del rito della circoncisione sono espressione significativa del suo stato interiore, sempre più aperto a credere che non c’è “qualcosa impossibile per il Signore” (Gen 18,14).

1. Abrahamo: dal sentirsi ospitato al dare ospitalità
Nel suo peregrinare di luogo in luogo Abrahamo ha potuto sperimentare le doppiezze e le ipocrisie degli uomini, ma allo stesso tempo ha potuto gustare il dono dell’accoglienza, che gli ha permesso di poter abitare una terra, che gli è stata promessa, ma che di fatto non gli appartiene. Egli è un semplice “immigrato”, che riceve tutto come dono, ma è proprio questa esperienza a far maturare in lui la sapienza dell’ospitalità. Abrahamo ha già dimostrato di saper condurre una guerra, quando si è trattato di intervenire a favore del nipote Lot (cf Gen 14, 1-16), ma nel prosieguo del cammino ha sempre meglio compreso il valore dell’ospitalità, che ormai per lui è una legge, che condiziona le sue scelte ed il suo modo di stare in questo mondo.
Tutta la tradizione ebraica vede in Abrahamo un’autentica vocazione all’ospitalità. Essa ha la forza di infrangere i labirinti delle diffidenze e delle chiusure autoreferenziali per andare incontro all’altro senza paura della sua diversità. In effetti la via dello shalom, della fecondità della vita è strettamente legata alla pratica dell’ospitalità, che tenta di costruire una società dove le diversità si possano riconciliare ed integrare tra di loro.
La legge dell’ospitalità permette di superare quell’inevitabile insicurezza, che la venuta dell’estraneo produce in chi si sente di casa nel proprio territorio. Essa costituisce, in effetti, il più importante codice sociale, che in tante culture permette di trasformare la paura ed il sospetto in apertura di credito all’altro, anche se non è stata ancora possibile una sia pur minima conoscenza. La legge dell’ospitalità colloca di fatto tutti e due,    ...

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