domenica 16 novembre 2014

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 50/2013-2014 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)





Traccia di riflessione 
sul Vangelo della domenica 

di Santino Coppolino

Vangelo: Mt 25,14-30



"Signore, so che sei un uomo duro", dice il terzo servo al suo Padrone. Sostiene di conoscere il suo Signore ma ne ha un'immagine distorta che non corrisponde a verità, diametralmente opposta a quella che abbiamo visto con i suoi due conservi. Come può essere "un uomo duro" uno che, non solo non vuole indietro i suoi averi, ma addirittura invita i suoi servitori a prendere parte a tutti i suoi beni, non li tratta più da schiavi (douloi) ma li fa padroni con lui ?
La radice del peccato del "servo malvagio", così come quella di Adamo (Gen 3,10) e dei due figli della 'Parabola del Padre Misericordioso'(Lc 15, 11-32), sta nella cattiva opinione che hanno del Signore.
"E' sempre la natura del rapporto con Dio che determina il comportamento dell'uomo, l'assunzione della responsabilità oppure la fuga. In realtà, il servo non ha mai accettato il dono che il Signore gli ha fatto, mai riconosciuto la gratuità del suo padrone"(A. Mello). Egli nasconde il suo talento perché ha paura di perderlo e teme la punizione, il suo rapporto con il Signore non è quello di un figlio ma di un ragioniere. Pensa di restituire intatto il suo talento ma in realtà lo soffoca, affidandolo alla terra, lo consegna alla morte. Il talento era una unità di misura (d'oro o d'argento) che era pari a circa 30/35 kg, l'equivalente pressappoco di 6000/7000 giornate di lavoro di un operaio, una cifra veramente ragguardevole. 
Esso non rappresenta, come per tanto tempo è stato scritto e predicato, le doti naturali da mettere a frutto o i beni da moltiplicare, il talento che il Signore ci affida è il suo amore per noi, la nostra vita che siamo chiamati a moltiplicare nella nostra risposta d'amore verso tutti i fratelli, soprattutto gli ultimi, i poveri. Amando come Lui ci ama fa di noi dei  figli uguali al Padre. Se facciamo fruttificare la nostra vita nell'amore a Dio e ai fratelli, vedremo moltiplicarsi le nostre capacità di amare, più amiamo più diventiamo capaci di amare. Se invece non amiamo, non investiamo la nostra vita, se la 'sotterriamo' nel tentativo di conservarla, la perderemo.