giovedì 2 agosto 2012

Terremoto Emilia due mesi dopo

Con la gente, due mesi dopo il terremoto

​Ci sono aziende che per non chiudere hanno dislocato l’attività in Veneto o anche in Trentino: e i pullmann degli operai partono dall’Emilia all’alba e tornano a tarda sera. In certe manifatture si lavora anche di notte, pur di non perdere le ordinazioni: perché chi lascia andare via i clienti è perduto, e dunque non si può mollare. I tecnici dei Comuni discutono di agibilità sotto ai gazebi, nei quaranta afosi gradi della Bassa. Le parrocchie hanno la chiesa segnata di crepe, ma gli oratori accolgono ogni mattina i ragazzini. 
In Emilia e nel Mantovano una strenua volontà di tenere duro sembra scontrarsi con la burocrazia farraginosa che imbroglia la ricostruzione con le sue carte; con un aiuto dallo Stato che non è quello sperato, e forse con una sottovalutazione complessiva della gravità del sisma, tale che le donazioni alla Protezione civile sono, a oggi, meno di un terzo di quelle per l’Abruzzo. Se chiedi a un emiliano come va, due mesi dopo, c’è chi ti risponde amaro: male, ci stiamo impantanando e siamo stanchi, e chi può se ne va. C’è chi ti parla della paura che ancora abita i paesi, per cui la notte ti sembra di sentire la terra che trema, ma non è vero: è solo il tarlo dell’ansia, che rode. Oppure ti dicono di una Bassa sospesa come una bolla in questa calura d’agosto, dove nell’apparenza irreale dei capannoni vuoti si aspetta settembre, per cercare di ripartire. «Non siete e non sarete soli», aveva detto Benedetto XVI a Rovereto sulla Secchia. Una promessa delusa allora, in quelle parole?

“Eravamo soli, c’era tanto spazio, così abbiamo ospitato anche le famiglie dei vicini. Ci si fa compagnia, ciascuno ha la propria tenda, mangiamo insieme.” Racconta Giuliano. “Ci aiutano volontari da mezza Italia, sono privati, portano cibo, acqua, generi di prima necessità. Tiriamo avanti così, finché dura la bella stagione.”
“E poi che succederà?” Chiedo.
“Non ho idea” mi risponde “la mia casa è quella, e non è più agibile. Non ne ho un’altra.
Leggi tutto: Il “castello” di Giuliano

Come si vive in una tendopoli autogestita dai senzatetto? Stringi stringi, viene a crearsi un microcosmo sociale analogo a quello delle grandi cascine emiliane di cinquant’anni fa (ma non ci sono tetti, mobili ed edifici di mattoni), nel quale riemergono abitudini e relazioni che l’individualismo ha sepolto da decenni...
Ma non è un idillio, sia chiaro, anche se il terremoto ha creato legami e spazzato via – per una volta – la vita atomizzata che è la regola nella cosiddetta modernità. Non è un idillio perchè la vita nei campi è scomoda – il caldo, le zanzare, le tende, le brande, la convivenza comunque forzata… – e perchè il domani è incerto e le ferite del terremoto ci sono ancora tutte: si riaprono appena viene pronunciata la parola “casa”

Sito web che indica tutti i campi autogestiti Terremoto Emilia 2012




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