giovedì 31 maggio 2012

Il terremoto in Emilia e gli "stranieri"

Accanto alla fabbrica crollata della Meta, poco oltre le strisce bianche rosse che transennano l'area coperta di macerie, decine di operai musulmani pregano in ginocchio, prostrati verso la Mecca. Poco più in là, piangono i loro colleghi anche i sikh e l'occasione del dolore aggiunge un carico simbolico a una scena che in questa parte d'Italia, in realtà, ormai è parte del paesaggio sociale. Perché il cuore della Valle Padana corrisponde esattamente al luogo più multietnico del Paese, quello dove la presenza "straniera" è tre volte superiore alla media nazionale e gli immigrati sono parte integrante (e importante) dell'economia e della società.

«Nel crollo della ditta Meta di S.Felice sul Panaro, uno degli operai rimasto vittima era Kumar, 27 anni, del Punjab. La comunità sikh si è radunata davanti ai cancelli per «aiutare e pregare». «Kumar era stato chiamato dal proprietario perché la ditta doveva andare avanti. E lui – ha detto Singh Jetrindra, rappresentante della comunità – è dovuto andare a lavorare perché non poteva perdere il posto». Kumar è morto assieme ad un altro operaio. Marocchino. Entrambi erano padri di due figli. Questi stranieri che vengono qui a rubarci la morte a noi.
Non è vero che i morti sono tutti uguali. Gli stranieri che muoiono in Italia non hanno quasi mai un cognome. Talvolta, neanche un nome. Nei lanci d’agenzia sono un pachistano, un marocchino, rumeno. Nella concitazione della cronaca non c’è tempo per mettere in fila consonanti dalla pronuncia incerta. I vivi, quelli sì che sono tutti uguali. Anche quando vengono trattati diversamente, come gli stranieri in Italia. 
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Tra le migliaia di sinistrati che il terremoto dell’Emilia Romagna si è lasciato dietro, ci sono anche centinaia d’immigrati. Tra questi, molti romeni rimasti senza un tetto. Gazeta Românească, il settimanale dei romeni in Italia, ha raccolto le loro testimonianze in un reportage realizzato nella provincia di Ferrara, pubblicato nel numero in edicola oggi.La situazione degli romeni è particolarmente difficile, perché non tutti hanno i documenti in regola. Quelli che non sono registrati all’anagrafe, documenta Gazeta Românească, non ottengono facilmente accesso agli aiuti della Protezione Civile. 

In Emilia il terremoto ha danneggiato gravemente migliaia di abitazioni, costringendo gli abitanti a rifugiarsi nelle tendopoli messe a disposizione dalla macchina dei soccorsi. Insieme agli italiani ci sono naturalmente anche gli immigrati, che nella maggior parte dei casi abitano strutture fatiscenti e quindi più esposte ai rischi di crollo dovuti al sisma
Guarda le foto degli immigrati nella tendopoli


A Cavezzo, provincia di Modena, il sisma ha distrutto il 70 per cento dei palazzi. Quattro le vittime. Una donna l’hanno estratta viva dalle macerie in serata. Eppure il paese parla d’altro. Della paura degli sciacalli. E di “quelli là”, gli extracomunitari. Non a caso sono stati allestiti due campi: uno per gli italiani, l’altro per gli stranieri. «E dire che lavoriamo da sempre qui, e paghiamo le tasse».

Dopo il sisma che ha colpito l’Emilia-Romagna si è mobilitata la solidarietà della società civile. Anche la comunità indiana di San Felice, nel modenese, dà il proprio contributo. Ogni giorno provvede infatti, gratuitamente e di propria spontanea volontà, a distribuire del cibo (di ottima qualità e preparato a norma di legge dalle cucine nei pressi del tempio Sikh) secondo turni ben stabiliti (in base alle varie esigenze lavorative di coloro che, privandosi del proprio tempo libero e delle proprie risorse, decidono di aiutare chi in stato di difficoltà) 

“Ieri abbiamo servito 350 pasti, stasera saranno un po’ di più. Il menù è un po’ difficile da fare, ieri sera abbiamo servito pasta con capperi e poi altre, diciamo così, specialità. Qui ci sono tantissime etnie quindi cerchiamo di garantire a tutti almeno un minimo di possibilità di mangiare”. 
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