lunedì 31 agosto 2020

«Per noi la croce è uno “scandalo”, mentre Gesù considera “scandalo” il fuggire dalla croce, che vorrebbe dire sottrarsi alla volontà del Padre, alla missione che Lui gli ha affidato per la nostra salvezza.» Papa Francesco Angelus 30/08/2020 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 30 agosto 2020



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’odierno brano evangelico (cfr Mt 16,21-27) è collegato a quello di domenica scorsa (cfr Mt 16,13-20). Dopo che Pietro, a nome anche degli altri discepoli, ha professato la fede in Gesù come Messia e Figlio di Dio, Gesù stesso incomincia a parlare loro della sua passione. Lungo il cammino verso Gerusalemme, spiega apertamente ai suoi amici ciò che lo attende alla fine nella città santa: preannuncia il suo mistero di morte e di risurrezione, di umiliazione e di gloria. Dice che dovrà «soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21). Ma le sue parole non sono comprese, perché i discepoli hanno una fede ancora immatura e troppo legata alla mentalità di questo mondo (cfr Rm 12,2). Loro pensano a una vittoria troppo terrena, e per questo non capiscono il linguaggio della croce.

Di fronte alla prospettiva che Gesù possa fallire e morire in croce, lo stesso Pietro si ribella e gli dice: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai!» (v. 22). Crede in Gesù – Pietro è così – ha fede, crede in Gesù, crede; lo vuole seguire, ma non accetta che la sua gloria passi attraverso la passione. Per Pietro e gli altri discepoli – ma anche per noi! – la croce è una cosa scomoda, la croce è uno “scandalo”, mentre Gesù considera “scandalo” il fuggire dalla croce, che vorrebbe dire sottrarsi alla volontà del Padre, alla missione che Lui gli ha affidato per la nostra salvezza. Per questo Gesù risponde a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (v. 23). Dieci minuti prima, Gesù ha lodato Pietro, gli ha promesso di essere la base della sua Chiesa, il fondamento; dieci minuti dopo gli dice “Satana”. Come mai si capisce questo? Succede a tutti noi! Nei momenti di devozione, di fervore, di buona volontà, di vicinanza al prossimo, guardiamo Gesù e andiamo avanti; ma nei momenti in cui viene incontro la croce, fuggiamo. Il diavolo, Satana – come dice Gesù a Pietro – ci tenta. È proprio del cattivo spirito, è proprio del diavolo allontanarci dalla croce, dalla croce di Gesù.

Rivolgendosi poi a tutti, Gesù aggiunge: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (v. 24). In questo modo Egli indica la via del vero discepolo, mostrando due atteggiamenti. Il primo è «rinunciare a se stessi», che non significa un cambiamento superficiale, ma una conversione, un capovolgimento di mentalità e di valori. L’altro atteggiamento è quello di prendere la propria croce. Non si tratta solo di sopportare con pazienza le tribolazioni quotidiane, ma di portare con fede e responsabilità quella parte di fatica, quella parte di sofferenza che la lotta contro il male comporta. La vita dei cristiani è sempre una lotta. La Bibbia dice che la vita del credente è una milizia: lottare contro il cattivo spirito, lottare contro il Male.

Così l’impegno di “prendere la croce” diventa partecipazione con Cristo alla salvezza del mondo. Pensando a questo, facciamo in modo che la croce appesa alla parete di casa, o quella piccola che portiamo al collo, sia segno del nostro desiderio di unirci a Cristo nel servire con amore i fratelli, specialmente i più piccoli e fragili. La croce è segno santo dell’Amore di Dio, è segno del Sacrificio di Gesù, e non va ridotta a oggetto scaramantico oppure a monile ornamentale. Ogni volta che fissiamo lo sguardo sull’immagine di Cristo crocifisso, pensiamo che Lui, come vero Servo del Signore, ha realizzato la sua missione dando la vita, versando il suo sangue per la remissione dei peccati. E non lasciamoci portare dall’altra parte, nella tentazione del Maligno. Di conseguenza, se vogliamo essere suoi discepoli, siamo chiamati a imitarlo, spendendo senza riserve la nostra vita per amore di Dio e del prossimo.

La Vergine Maria, unita al suo Figlio fino al calvario, ci aiuti a non indietreggiare di fronte alle prove e alle sofferenze che la testimonianza del Vangelo comporta per tutti noi.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

dopodomani, primo settembre, ricorre la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. Da questa data, fino al 4 ottobre, celebreremo con i nostri fratelli cristiani di varie Chiese e tradizioni il “Giubileo della Terra”, per ricordare l’istituzione, 50 anni fa, della Giornata della Terra. Saluto le diverse iniziative promosse in ogni parte del mondo e, tra queste, il Concerto che si svolge oggi nella cattedrale di Port-Louis, capitale di Mauritius, dove purtroppo si è verificato recentemente un disastro ambientale.

Seguo con preoccupazione le tensioni nella zona del Mediterraneo orientale, insidiata da vari focolai di instabilità. Per favore, faccio appello al dialogo costruttivo e al rispetto della legalità internazionale per risolvere i conflitti che minacciano la pace dei popoli di quella regione.

E saluto tutti voi qui convenuti oggi da Roma, dall’Italia e da diversi Paesi. Vedo le bandiere lì, e saluto la Comunità Religiosa di Timor Est in Italia. Bravi, con le bandiere! I pellegrini di Londrina e Formosa, in Brasile; e i giovani di Grantorto, diocesi di Vicenza. Benvenuti! Vedo anche bandiere polacche, saluto i polacchi; bandiere argentine, anche gli argentini. Benvenuti tutti!

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 30 agosto 2020

La prefazione di Alex Zanardi e Francesco Totti al libro di Papa Francesco "Mettersi in gioco. Pensieri sullo sport"

La prefazione di Alex Zanardi e Francesco Totti
al libro di Papa Francesco 
"Mettersi in gioco. Pensieri sullo sport"



Caro Papa ti scrivo. 
“Esempio e passione, il campione nasce se ha un orizzonte”

Pubblicata oggi (29/08/2020) dalla Gazzetta dello Sport la prefazione di Alex Zanardi, inviata prima dell’incidente, al libro di Papa Francesco dedicato allo sport: una toccante testimonianza sui valori di un atleta


Cos’è il benessere? Fortuna, successo, denaro o piuttosto saper soddisfare la propria anima comprendendo davvero cosa fare nella vita. Se è questa la risposta, occorrerebbe domandarselo con lucidità. Perché capita di prendere decisioni che poi, a distanza di tempo, riconsideriamo. Vediamo gli altri correre verso una meta e, nel timore di lasciarci alle spalle qualcosa d’importante, proviamo ad agganciare il gruppo senza nemmeno domandarci dove il gruppo stia andando.

Se non è il correre l’aspetto più piacevole dell’avanzare verso un orizzonte, se il grande obiettivo altro non è che una buona scusa per fare qualcosa che amiamo, sapete che c’è? Correre è molto faticoso! Credo si capisca ciò che voglio dire. Sono un privilegiato, uno che dalla vita ha avuto in dono più di una occasione. E, lo ammetto, forse è grazie a questo che ho compreso la cosa fondamentale: per me, salire su un’auto da corsa o su una Handbike non era importante per provare a vincere; ho vinto, dopo e perché avevo compreso che desideravo tantissimo salirci.

Il mondo di oggi, ipertecnologico, consumista e in continua evoluzione, ha ramificato le strade percorribili al punto da poter anche spaventare un ragazzo che sta iniziando il suo percorso. Le possibilità sono tante e quel ragazzo, nel troppo, può anche far fatica a capire cosa sognare. Come riuscire allora? E noi, che di lì siamo in qualche modo già passati, che strumenti abbiamo per esortare i nostri ragazzi a essere curiosi, a spiegare loro che, per quanto difficile possa essere riconoscere la propria strada, sarà la stessa appartenenza a quel percorso a svelare come dentro ognuno di noi alberghi sempre abbastanza talento per riuscire? Indicare esempi positivi può essere la risposta che regala loro ispirazione. E, non importa l’ambito, sono certo che questa abbondi attorno a noi. In chi lavora con impegno e non solo nello sport. In tante delle nostre relazioni e anche nelle grandi vocazioni mostrate da alcune persone. Perché in fondo, ogni cosa fatta al meglio delle proprie capacità, rappresenta un grande gesto sportivo che ha il potere di ispirarci. Il segreto per accorgersene è saper guardare. Sembra semplice, ma non lo è.

Occorre egual talento ai nostri occhi per riconoscerlo nelle cose o in chi guardiamo per scorgere ispirazione in misura sufficiente a cambiarci la vita. Se questo è l’intento credo che lo sport faciliti il compito: su questo terreno ogni domenica accade qualcosa di evidente. E noi, con qualche capello bianco in testa, possiamo aiutare i nostri ragazzi a decifrare il messaggio che molti atleti ci passano quando tagliano un traguardo davanti a tutti. Quello che non risiede nel successo ottenuto in quell’attimo, perché si aggiunge soltanto al bene che ha colorato meravigliosamente il loro cammino. Passione è la parola. Quella cosa meravigliosa che fa accadere le cose e che può benedire la nostra vita se le consentiamo di guidarla. Capire quanto appassionato lavoro ci sia stato dietro la lunga costruzione del gesto di un atleta, ci aiuta a spiegare ai ragazzi chi sia davvero il fuoriclasse. Un uomo che ha capito per tempo quanto importante sia percorrere con gioia il cammino piuttosto che farsi dominare dall’illusione di doverlo concludere prima degli altri.

Davanti o meno al mondo con cui sei in gara, la felicità deriva da altro. Ogni giorno una cosa, un passo. Grande o piccolo che possa essere, colorerà la nostra vita facendoci avanzare fin troppo velocemente verso l’orizzonte che abbiamo deciso di inseguire. Questa è l’inconsapevole forma d’ispirazione che lo sport e i suoi grandi campioni possono regalarci. Forse, assieme ai capelli bianchi, l’unica cosa in comune che sento umilmente di avere col Santo Padre, che ha voluto realizzare quest’opera, è il desiderio di far riflettere nel modo migliore chi guarda e vive lo sport. Che assieme a tante storture, va detto, sa anche regalarci storie meravigliose di cui anche noi, volendo, possiamo essere protagonisti.

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Totti ringrazia Papa Francesco: 
“Il campione sia testimonial anche nella vita quotidiana”

L’ex capitano della Roma avrà l’onore di firmare le righe di apertura di una pubblicazione che raccoglie le udienze del Santo Padre dedicate allo sport


Ho sempre preferito parlare con i fatti ed esprimermi con il pallone. Ci sono però occasioni speciali, come questa, che mi rendono orgoglioso di poter descrivere le mie emozioni, illustrando l’importanza di una pubblicazione che raccoglie i discorsi pronunciati da papa Francesco nelle udienze dedicate alle diverse realtà sportive”. A parlare è Francesco Totti, ex capitano della Roma che in una lettera pubblicata su ‘Avvenire’, racconta l’orgoglio per questa investitura da parte di Papa Francesco: “Sono particolarmente onorato del compito che mi è stato attribuito per il Santo Padre, potendo firmare le righe di apertura di un testo che si propone di raggiungere tutto il ‘nostro’ movimento, abbracciandolo idealmente, facendolo sentire il centro nevralgico di un messaggio che è fede, vita e speranza e sa sublimare i valori che ci caratterizzano e di cui cerchiamo di essere fieri testimonial nella nostra attività giornaliera.
“Del resto – racconta Francesco Totti – la religione cristiana è stata sempre importantissima nella mia vita. Ho avuto l’onore di conoscere tre Pontefici. Il mio primo incontro è stato quasi fortuito con Giovanni Paolo II, quando avevo solo sette anni. Papa Francesco mi ha accolto una prima volta, pochi mesi dopo la sua elezione e la sua umiltà mi ha messo subito a mio agio trasmettendomi sicurezza e umanità. Poi l’incontro, il 2 settembre 2016, insieme ai giocatori del San Lorenzo prima di una partita con la Roma. Un’emozione indescrivibile. È grazie a questa sua sensibilità nei riguardi dello sport che nasce questa pubblicazione di cui ancora lo ringrazio. Spero possa diventare per tutti coloro che la riceveranno una importante fonte di ispirazione nella vita quotidiana”.
(fonte: redazione Forzaroma 29/08/2020)

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“Mettersi in gioco”, i pensieri di Francesco sullo sport


FUOCO ALL’ORIZZONTE - La follia sconosciuta della croce. Dio non vuole assomigliare ai potenti, è venuto per le vittime e i torturati del mondo - Commento al Vangelo - XXII domenica del Tempo Ordinario (A) a cura di P. Ermes Ronchi

FUOCO ALL’ORIZZONTE
La follia sconosciuta della croce. Dio non vuole assomigliare ai potenti, è venuto per le vittime e i torturati del mondo.


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». [...] Matteo 16,21-27


per i social



La follia sconosciuta della croce. Dio non vuole assomigliare ai potenti, lui è venuto per le vittime e i torturati del mondo, e da allora la nostra storia con Lui ruota attorno allo scandalo della croce.

FUOCO ALL’ORIZZONTE

Termina qui il vagabondaggio libero e felice sulle strade e lungo le sponde del lago: all'orizzonte si staglia Gerusalemme.
Si profila la follia sconosciuta della croce. Dio non vuole assomigliare ai potenti, lui è venuto per le vittime e i torturati del mondo, e da allora la nostra storia con Lui ruota attorno allo scandalo della croce.
Accettare Gesù come Messia è ammissibile, ma che lui debba morire in modo orrendo, è inaccettabile, e Pietro si rifiuta. Gesù allora lo invita ad aprirsi al nuovo che irrompe: “Pietro, torna a metterti dietro a me. Seguimi nel modo giusto, il tuo cuore ne è capace”.
Non è solo Pietro ad opporsi, ma anche gli altri. E allora Gesù allarga a tutti lo stesso invito e ne detta le condizioni.

Se uno “vuol” venire…
Ma perché dovrei volere questo? Qual è la molla? Lo rivelerà poco dopo: se vuoi salvare la tua vita.
Grande energia della sequela, istinto vitale e bello!

…rinneghi se stesso. Parole pericolose. Non significa annullarsi, diventare sbiadito o incolore.
Gesù non vuole dei frustrati al suo seguito, ma gente dai pieni talenti.
Non vuole uno sterminato corteo di gente con la croce addosso, ma l'immenso andare insieme verso più vita.
Significa che non sei tu la misura di tutto, e che il segreto è ben oltre te.
Sostituiamo la parola croce con la parola amore, e la frase diventa: chi vuole venire con me, prenda tutto il “suo” amore, tutto quello di cui è capace, e mi segua.
Gesù dice: vivi le mie stesse passioni e lì troverai vita.
Egli guarda all'orizzonte dei giorni supremi, sapendo che il male si scioglierà solo portandolo, sulla croce. Croce da “prendere”, da scegliere: ricordati che non avere nessuno per cui valga la pena perdere la vita, è già morire.

Perdere per trovare. È la fisica dell'amore.
Tutti, io per primo, abbiamo paura del dolore; ci sia concesso però di non aver paura del dolore che viene dall’amore.
Dimentica che esisti quando dici che ami ( J. Twarkowski), e troverai vita.

E quando all’orizzonte intravedo una croce io non ci sto, e con Pietro mi sento un po’ tradito. Allora mi soccorre Geremia, il profeta sedotto, che tuttavia si sente solo e incompreso, e protesta la sua amarezza.
Anche Pietro è deluso nel suo entusiasmo. Dio che seduce e poi delude? Sì, perché ti chiama a pensare come lui, a seguire le sue vie lontane dalle nostre vie, lontane dal tuo vecchio cuore.
Dove trovare l’energia per seguirlo? Ancora Geremia: “nel mio cuore c’era un fuoco ardente, mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo...”
Anche il profeta vuole “trovare vita”. Quella cosa che tutti cerchiamo, ovunque, in tutti i giorni sotto il sole.
E la vita è ciò che arde.
Senza il fuoco di Dio per me, io sarei niente.
Guadagnerei il mondo ma perderei me stesso.

per Avvenire

Se qualcuno vuole venire dietro a me... Vivere una storia con lui, ha un avvio così leggero e liberante: se qualcuno vuole. Se vuoi. Tu andrai o non andrai con Lui, scegli, nessuna imposizione; con lui «maestro degli uomini liberi», «fonte di libere vite» (D.M. Turoldo), se vuoi. Ma le condizioni sono da vertigine. (…)


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXII Domenica Tempo Ordinario – Anno A



Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

  XXII Domenica Tempo Ordinario – Anno A

30 agosto 2020  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, il Signore Gesù ci ha invitati a camminare con Lui per le vie liberanti dell’amore, della giustizia e della fraternità. Consapevoli di quanto sia impegnativa questa scelta, innalziamo al Padre le nostre invocazioni e preghiere ed insieme diciamo: 

R/ Attiraci a te, o Signore 


Lettore 

- O Dio nostro Padre, sostieni con il tuo Spirito la tua Chiesa pellegrina nei sentieri del tempo e della storia. Fa’ che non abbia a cadere nella tentazione di innamorarsi di se stessa, delle proprie istituzioni e realizzazioni, ma, dimentica di sé, sappia camminare insieme agli uomini e donne del nostro tempo con la stessa povertà e la stessa passione per gli altri, per i perduti e gli esclusi del tuo Figlio Gesù. Preghiamo

- Dona, o Padre, resilienza e coraggio a tutte le comunità cristiane perseguitate o impedite di poter esprimere con libertà la loro fede in Cristo Gesù. Ti affidiamo, soprattutto, i tanti animatori pastorali dell’Amazzonia, fatti oggetto di pressione e di violenza anche mortale da parte del potere politico. Preghiamo

- Nel mondo di oggi, o Padre, crescono i dittatori e i demagoghi, e cresce anche la voglia di costruire grandi croci per gli altri. Fa’ nascere nel cuore dei poveri e di tutte le popolazioni provate dalla fame, dalla guerra e dalle malattie il germoglio della speranza per poter sognare un mondo più giusto e più umano. Preghiamo

- Abbi pietà, o Padre, del nostro Paese, delle sue paure, delle sue ipocrisie, delle sue meschinità e della sua incapacità di pensare in grande e a lungo termine. Ti vogliamo affidare il mondo giovanile, desideroso di futuro, ma terribilmente tentato di fare a meno della fede e di ogni rapporto con il tuo Vangelo: fa’ che ragazzi e ragazze ritrovino il gusto della ricerca del senso della vita e della vera libertà fuori dagli schemi omologanti della cultura dell’egoismo oggi dominante. Preghiamo

- Volgi, o Padre, il tuo sguardo sui nostri parenti ed amici ammalati e su tutti i malati. Dona resistenza e amore a quanti li assistono: familiari, infermieri e medici. Preghiamo

- O Dio Padre misericordioso, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e di tutte le vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime dell’abbandono e dell’emarginazione nelle nostre periferie. Dona a tutti di sperimentare la comunione dei santi della Gerusalemme celeste. Preghiamo

Colui che presiede 

Accogli, o Padre misericordioso, le nostre preghiere, anche quelle che sono rimaste nascoste in fondo al nostro cuore. Concedi a tutti noi di poter seguire il tuo Figlio Gesù per la via del dono e dell’offerta di sé, per essere con Lui nella gloria della resurrezione. Te lo chiediamo perché Lui è nostro Signore e Fratello nei secoli dei secoli. Amen.



"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 43/2019-2020 (A)

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

XXII Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A) 

Vangelo:



Il brano è una splendida sintesi sull'identità di Gesù e sul progetto d'amore del Padre sull'umanità, e la deludente realtà di Simon Pietro (e di tutti i credenti) con la sua incapacità di sognare al di là delle proprie attese. Lo scandalo della croce getta una luce sull'abisso che esiste fra il cuore del Padre e quello dell'uomo, tra il suo volto d'amore e le immagini sataniche che di lui ci siamo fatte. «Davanti alla infamia della croce anche Pietro - la roccia - diventa pietra di scandalo , diabolico inciampo per il Signore stesso» (cit.). Volere sfuggire in ogni modo e con qualsiasi mezzo alla morte è il desiderio primo di ogni uomo, ma è anche il principio e il fondamento dei nostri egoismi che, invece di salvarci, ci conducono alla perdizione. Ascoltiamo la Parola, la "riconosciamo", ma siamo sempre tentati di ridurla a misura umana proiettando su Dio i nostri desideri. Pietro ha ben compreso che Gesù è il Messia di Dio, ma la verità di Cristo e di Dio non è quella che lui intende. La fede nel Padre di Gesù non è un bel pacchetto preconfezionato di nozioni teologico-filosofiche a buon mercato da mandare e ripetere a memoria, ma un cammino lento, faticoso e progressivo che dura tutta la vita, con la compagnia scomoda e dolorosa della Parola della croce. Attraverso l'incontro con il Volto del Crocifisso Risorto siamo chiamati a passare dal peccato, che conduce alla morte, alla Vita di Grazia, dalla durezza del cuore al cuore misericordioso del Padre, da una fede rachitica ad una robusta e matura, tenendo sempre presente che non siamo noi i maestri da seguire, mettendo i nostri piedi - da bravi discepoli - sulle orme del solo ed unico Maestro: Gesù. 


sabato 29 agosto 2020

“Mettersi in gioco”, i pensieri di Francesco sullo sport

“Mettersi in gioco”,
i pensieri di Francesco sullo sport

Un volumetto della Libreria Editrice Vaticana raccoglie una serie di considerazioni del Papa, tratte dai discorsi rivolti in questi anni agli atleti di varie discipline. Tre campioni firmano la prefazione: Alex Zanardi, Francesco Totti e l’ex maratoneta Tegla Loroupe

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Un “manuale” che suggerisce la possibilità di vivere lo sport – ma anche la vita stessa – secondo le indicazioni concrete di un coach d'eccezione: Papa Francesco. Ecco il senso e il valore del nuovo volume Mettersi in gioco. Pensieri sullo sport (pagine 124 - euro 5,00), edito dalla Libreria Editrice Vaticana con il patrocinio di Athletica Vaticana.

Il libro – realizzato con uno stile semplice e diretto tipico del magistero di Papa Bergoglio – raccoglie i pensieri del Pontefice tratti dai suoi discorsi più significativi agli sportivi e da lui stesso condivisi nelle molteplici occasioni che lo hanno visto insieme ad atleti: grandi campioni, donne e uomini con disabilità fisica o intellettiva, ma anche bambini e giovani delle periferie della vita.

Le citazioni raccolte – selezionate da Lucio Coco e proposte in un formato tascabile e accessibile a tutti – sono la base per un allenamento spirituale e una vera e propria bussola per tutti coloro che intendono orientarsi nella ricerca delle motivazioni più autentiche della propria passione. Lo confermano le tre testimonianze, che fanno da prefazioni alle parole del Santo Padre, firmate da Francesco Totti, dalla ex maratoneta kenyana Tegla Loroupe (responsabile del Team dei rifugiati del Comitato olimpico internazionale) e da Alex Zanardi che ha inviato il suo contributo poco prima del grave incidente.

Mettersi in gioco si inserisce nel progetto “We Run Together”, lanciato da Papa Francesco lo scorso 20 maggio e affidato ad Athletica Vaticana che ha appena portato a termine un’asta di beneficienza sportiva volta a contribuire attivamente alla lotta contro il Covid-19 e nel 2021, se le condizioni sanitarie lo consentiranno, organizzerà un Meeting inclusivo di atletica leggera nel Centro sportivo delle Fiamme Gialle a Castelporziano.

Il libro sarà presentato a Roma lunedì 7 settembre, alle ore 11.30, nella suggestiva cornice dello stadio “Nando Martellini”, tra la bellezza delle Terme di Caracalla e l'universalità della sede della FAO. Con atlete e atleti, interverranno Giovanni Malagò, presidente del Comitato olimpico nazionale italiano, Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico, monsignor Melchor Sánchez de Toca, sotto-segretario del Pontificio consiglio della cultura, insieme ad atlete, atleti e protagonisti del mondo sportivo. A moderare l'incontro sarà Alessandro Gisotti, vicedirettore editoriale del Dicastero per la comunicazione.
(fonte: Vatican News, articolo di Giampaolo Mattei 29/08/2020)

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Anticipazione. I pensieri del Papa sullo sport

Francesco tratta lo sport come palestra di vita e come canale speciale per promuovere la pace e l’unità: "gli atleti offrono una testimonianza di disciplina, sano agonismo e gioco di squadra"
Vedi anche il post precedente:


"La lingua malvagia può uccidere tre volte" di Enzo Bianchi

"La lingua malvagia può uccidere tre volte" 
di Enzo Bianchi


Bisaccia del mendicante 
"Jesus" - Agosto 2020




Se il decalogo contiene le parole della legge, l’ottava parola – «Non pronuncerai falsa testimonianza verso il tuo prossimo» (Es 20,16; Dt 5,20) – è la legge della parola. Quando manca di verità, di lealtà e di libertà, la parola degenera e crea corruzione e morte nei rapporti interpersonali.Tutti conosciamo questa triste deriva per esperienza: nelle storie d’amore, in famiglia, nei rapporti di lavoro e nella vita sociale. Se non si è sinceri gli uni verso gli altri, i rapporti degenerano e finiscono. 
La menzogna è un veleno potente e mortale.Ma chi è responsabile della maldicenza? Anzitutto chi dice male di qualcuno. Questa tentazione viene dal desiderio che gli altri parlino bene di noi, dalla pulsione ad abbassare gli altri per innalzare noi stessi. Proporzionalmente all’egocentrismo, cresce l’esercizio della maldicenza. Se gli altri sono apprezzati e stimati, l’egocentrico tenta di eliminarli, di sminuire i riconoscimenti loro manifestati, insinuando maldicenze nei loro confronti. Queste giungono poco a poco fino alla calunnia, che è falsa imputazione del male a un altro. «Calunniate, calunniate: qualcosa resterà sempre!», scriveva un intellettuale francese del XVIII secolo.

Il malato di narcisismo, spinto dall’invidia, passa facilmente dalla maldicenza alla calunnia, fino a pervertire la realtà: il bene compiuto dall’altro è da lui giudicato come male. La calunnia è un’arma fatta di parole («labbra come armi»: Sal 12,5), che soltanto gli umani possono brandire. È significativo: gli animali aggrediscono e uccidono, ma non possono ricorrere alla menzogna.
Non si pensi che la calunnia sia limitata alle circostanze in cui produce conseguenze legali, ma va riconosciuta nella banalità della menzogna quotidiana: pettegolezzi, mormorazioni, diffamazione… E quando la menzogna si diffonde – soprattutto oggi attraverso i media –, non solo la fiducia è ferita e conculcata, ma lascia il posto alla diffidenza, alla paura dell’altro, alla ricerca dell’immunitas che sconfigge ogni possibilità di vita comune.
Secondo le Scritture, la verità della parola sta nella sua capacità di fare dell’altro un “tu”: obbedire alla responsabilità è fedeltà/verità (emet) che deve essere sempre per l’altro e mai contro di lui. La verità è verità della fedeltà e della grazia che abbraccia tutti, è sempre al servizio dell’amore reciproco e della libertà. «La verità vi renderà liberi» (Gv 8,32), diceva Gesù. E Bonhoeffer annotava efficacemente: «Colui che pretende di “dire la verità” sempre, dappertutto e a chiunque, è un cinico che esibisce un morto simulacro della verità… Egli offende il pudore, viola la fiducia, tradisce la comunità in cui vive e sorride con arroganza sulle rovine che ha causato. Esige vittime, si sente come un dio e non sa di essere al servizio di Satana».

Infine, non lo si dimentichi: un altro responsabile della maldicenza è chi la ascolta! Prestare orecchio alla maldicenza, accogliere parole che diffamano o calunniano non è un atteggiamento passivo. Alla maldicenza occorre fare resistenza, mostrandosi indisponibili ad accoglierla. C’è infatti nel silenzio di chi ascolta la calunnia il rischio dell’approvazione. Occorre invece reagire, dare segno di disapprovazione, per mettere un argine e suscitare l’interrogativo circa la responsabilità della parola. Secondo i rabbini, chi ascolta una maldicenza e la accoglie commette un peccato più grave di chi la diffonde: se non ci fosse nessuno ad ascoltare, il maldicente tacerebbe. Si legge in un testo illuminante proveniente da questa tradizione: «Non per niente la lingua malvagia si chiama “triforcuta”, perché uccide tre volte: uccide chi parla, chi ascolta e colui del quale si parla». Occorre dunque essere vigilanti nell’ascolto delle parole, occorre allenarsi al discernimento per riconoscere la verità dalle falsità ed eventualmente opporre resistenza.

 (Fonte: Comunità di Bose)

venerdì 28 agosto 2020

RAZZISMO - Usa: Giornata di preghiera contro il razzismo indetta dai vescovi per oggi e il 9 settembre

RAZZISMO

Usa: Giornata di preghiera 
contro il razzismo indetta dai vescovi


A 57 anni dal discorso di Martin Luther King "I have a dream", a Washington si commemora la marcia del 1963. L'iniziativa delle Chiese statunitensi, addolorate per i fatti del Wisconsin

di Lisa Zengarini




Resta alta la tensione a Kenosha, dopo l’uccisione di due manifestanti per mano di un diciassettenne armato durante gli scontri e le proteste seguite al grave ferimento di Jacob Blake, l’afroamericano colpito alle spalle il 23 agosto da un agente di polizia. Su quest'ultima vicenda è intervenuto l’arcivescovo di Milwaukee, monsignor Jerome Edward Listecki, che – in una nota pubblicata sul sito diocesano – ha lanciato un appello contro il razzismo e la violenza che, afferma, “non può mai essere il mezzo per ottenere la pace e la giustizia”. “I peccati della violenza, ingiustizia, razzismo e odio devono essere eliminati dalle nostre comunità con atti di misericordia, con la protezione e la cura della dignità di ogni persona umana, nel rispetto del bene comune e con una indefessa ricerca dell'uguaglianza e della pace", sottolinea la nota.


Riparare ai peccati del razzismo
All’appello di monsignor Listecki si sono uniti i vescovi degli Stati Uniti che hanno invitato i cattolici a unirsi a una speciale giornata di preghiera e digiuno contro razzismo, oggi, nel 57.mo anniversario del celebre discorso di Martin Luther King “I have a dream” o, alternativamente, il 9 settembre, festa di San Pietro Clavier. In una nota monsignor Shelton J. Fabre, presidente della Commissione ad hoc contro il razzismo della Conferenza episcopale (Usccb), invita in particolare tutti i fedeli a partecipare a Messe di riparazione contro i peccati del razzismo, a recitare il Rosario per la guarigione da questa piaga e a chiedere l’intercessione dei Santi che si sono battuti per l’uguaglianza razziale, come san Pietro Claver e santa Katharine Drexel. “Ribadiamo il valore di coloro la cui vita e dignità nel Paese sono marginalizzati a causa del razzismo e la necessità di lottare anche in difesa della vita dei bambini non nati”, afferma la dichiarazione ricordando le forti parole pronunciate dal reverendo King nel suo storico discorso del 18 agosto.

Continuare a lavorare per il bene
"Indignazione" per quanto accaduto a Kenosha è stata espressa il 26 agosto dal Consiglio nazionale delle Chiese che in una dichiarazione ricorda anche le uccisioni e di altri afro-americani per mano della polizia, l’ultimo dei quali è avvenuto appena un giorno prima del ferimento di Blake a Lafayette dove a perdere la vita è stato Trayford Pellerin. “Le notizie su questi tragici eventi sono demoralizzanti e ci spingono a chiederci quando finirà tutto questo?”, si legge nella nota ripresa dal sito del Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc). "Siamo stanchi, ma non abbastanza per continuare la nostra battaglia per il cambiamento e per la giustizia", continua la dichiarazione che sottolinea l’urgenza di riformare la polizia negli Stati Uniti e di cambiare la sua formazione. "Il fatto che queste ingiustizie continuino dopo mesi di forti proteste per la morte di George Floyd, Breonna Taylor e Ahmaud Arbery e di tanti altri, indica quanto lavoro bisogna ancora fare per porre fine al razzismo e ai pregiudizi inconsci”, afferma in conclusione il Consiglio nazionale della Chiese.

(Fonte: VaticanNews - 28 agosto 2020)

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Leggi anche:
- Stati Uniti. Jacob paralizzato dopo gli spari della polizia. Rivolta Black Lives Matter


Leggi anche il nostro post già pubblicato:
-  Il 28 agosto 1963 il celebre discorso «I have a dream»
(Io ho un sogno) di Martin Luther King


Nella scuola del cuore - Monica e Agostino discepoli del Maestro interiore

Nella scuola del cuore
 
Monica e Agostino discepoli del Maestro interiore


Nelle Confessioni sant’Agostino (Tagaste, 13 novembre 354 - Ippona, 28 agosto 430) ricorda la sollecitudine di Monica per estinguere le inimicizie e le contese e scrive: «Mia madre faceva proprio questo, istruita da te, il maestro interiore, nella scuola del cuore (in schola pectoris)» (Conf. 9,9,21). Agostino lo afferma della madre e a ragione potrebbe affermarlo anche di se stesso perché, nei lunghi anni del suo ministero episcopale, spese le migliori energie per curare le ferite provocate da scismi ed eresie che laceravano le Chiese africane e l’ecumene cristiana, attribuendone il merito unicamente a quel Maestro interiore che illumina i discepoli “nella scuola del cuore” ed effonde, per mezzo dello Spirito santo, la soave carità.

L’amore per l’unità — quella interiore dell’uomo, ma anche quella sociale e comunitaria — è il compendio della spiritualità e della dottrina del vescovo di Ippona, come anche cuore dell’intera sua esperienza monastica. È questo infatti il tema di fondo degli otto capitoli del Praeceptum, cioè della Regola di Agostino: «La prima cosa per la quale siete stati riuniti è che viviate unanimi nella casa e che abbiate un sol cuore e un’anima sola protesi verso Dio» (Praec. 1,2). Per lui il monastero non è tanto palestra di perfezione cristiana, quanto esperienza di comunione ecclesiale inserita nel più grande disegno divino di ricondurre all’unità in Cristo i figli dispersi di Dio e tutto il genere umano. Tra i molti testi dell’Ipponate che illustrano tale dottrina è molto significativo un passaggio del De civitate Dei: «Dio non ignorava che l’uomo avrebbe peccato e che soggetto alla morte avrebbe propagato individui destinati a morire e che i mortali con i loro gravi peccati sarebbero giunti al punto che le bestie, prive di volontà razionale, sarebbero vissute fra loro con una sicurezza e una pace maggiore degli uomini [...]. Mai, infatti, i leoni e i rettili hanno fatto guerra tra loro come le hanno fatte gli uomini. Ma Dio prevedeva anche di chiamare in adozione con la sua grazia un popolo di fedeli e, giustificatolo nello Spirito Santo con la remissione dei peccati, di farlo partecipe della società degli angeli santi nella pace eterna, dopo aver eliminato l’ultima nemica, la morte. A questo popolo avrebbe giovato la considerazione del fatto che Dio ha dato origine al genere umano da un solo individuo per far comprendere agli uomini quanto gli sia gradita l’unità dei molti (in pluribus unitas)» (12,22).

Il cammino dell’unità è un cammino di purificazione dell’amore e Agostino, quando celebra le virtù della madre Monica, non ne nasconde i limiti e richiama, con gratitudine a Dio, proprio il cammino di sua madre che nel tempo ha imparato a superare i tratti più intransigenti e possessivi del suo carattere. Come ogni genitore, anche Monica aveva avuto le sue aspirazioni, accarezzando a lungo l’idea di una brillante carriera per il suo Agostino, di vederlo sposato, di avere la gioia di un nugolo di nipoti, ma soprattutto di vederlo cristiano cattolico prima di morire. Nell’ultima sua malattia, rivolgendosi ad Agostino, Monica suggella il suo cammino di purificazione: «Il mio Dio — afferma — mi ha concesso più di quanto mai potessi sperare: di vederti addirittura disprezzare la felicità terrena per metterti al suo servizio» (Conf. 9,10,26). Non c’era davvero più motivo di indugiare ancora in questa vita: purificati i desideri, era stata esaudita oltre ogni immaginabile aspirazione. Monica, per altro, che si era sempre preoccupata e affannata per la sua sepoltura, preparata da tempo accanto al corpo del marito, ora raccomanda ai figli soltanto di seppellire: «questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore» (Conf. 9,11,27). Morì nel 387 ad Ostia Tiberina. Il suo corpo fu sepolto nella necropoli ostiense della basilica di S. Aurea e nel 1430 il pontefice Martino v (1417-1431), sollecitato dagli Agostiniani e dall’umanista lodigiano Maffeo Vegio (1407-1458), stabilì di trasferirne le reliquie nella basilica di S. Agostino in Campo Marzio.

Per Agostino la madre è stata la prima immagine della Chiesa, bisognosa di purificazione, fiduciosa nella preghiera e maturata alla luce della grazia; i suoi meriti sono lo splendido coronamento dei doni di Dio. Il modello scritturistico dell’una e dell’altra — della madre Monica e della madre Chiesa — per l’Ipponate è la vedova di Naim e le sue lacrime. «[Mia madre Monica] — scrive ancora nelle Confessioni — mi considerava come un morto, ma un morto da risuscitare con le sue lacrime versate innanzi a te e che ti presentava sopra il feretro del suo pensiero affinché tu dicessi a questo figlio della vedova: “Giovane, dico a te, alzati”, ed egli ritornasse a vivere e cominciasse a parlare e tu lo restituissi a sua madre» (6,1,1). E in riferimento alla madre Chiesa scrive: «Cosa poteva giovare al figlio della vedova la propria fede che, essendo morto, certamente neanche aveva? Ma per risuscitare gli giovò la fede della madre» (De lib. arb. 3,23,67).

Se per comprendere qualsiasi autore è necessario conoscere la storia della sua vita e del suo tempo, questo vale in particolare per Agostino la cui riflessione risente in una misura molto ampia delle esperienze vissute, a partire proprio dall’educazione cristiana ricevuta nell’infanzia da Monica. Accanto alla fede appresa dalle labbra materne, semplice eppure profondamente radicata in lui, un altro pilastro della formazione di Agostino fu l’educazione scolastica, essenzialmente letteraria, fondata sulla grammatica e sulla retorica, comune patrimonio di tutti gli scrittori antichi, pagani e cristiani. Uno dei meriti di questo sistema educativo consisteva nel proporre, al temine del curriculum degli studi, la lettura di un’opera filosofica: Agostino lesse l’Hortensius di Cicerone che lo infiammò di amore per la ricerca della verità, ma: «una sola circostanza mi mortificava entro un incendio così grande — scrive nelle Confessioni — cioè l’assenza in quelle pagine del nome di Cristo. Quel nome per tua misericordia, Signore, quel nome del mio salvatore, del Figlio tuo, nel latte stesso di mia madre, quando era ancora tenero il mio cuore, avevo devotamente succhiato e conservavo nel profondo. Così qualsiasi opera ne mancasse fosse pure dotta e forbita e veritiera, non poteva conquistarmi totalmente» (Conf. 3,4,8 e 9).

Come è noto, l’amore del nome di Cristo spinse Agostino a ricercare la sapienza nella lettura delle sacre Scritture. Ne rimase profondamente deluso e non solo per i pessimi risultati degli antichi traduttori latini, anteriori a Girolamo, ma soprattutto per l’appello alla fede del lettore. Troppo esigente per il giovane intellettuale che intendeva perseguire una ricerca puramente razionale, senza i vincoli di autorità alcuna. Della reazione di rigetto — delle Scritture e della connessa autorità della Chiesa — approfittò la setta manichea che prima illuse Agostino con la promessa di rispondere razionalmente a ogni sua domanda e poi non tardò a deluderlo ripetutamente, inducendolo allo scetticismo e alla dolorosa disillusione. I manichei avevano però molte aderenze tra le persone che contano, così se non riuscirono a rispondere alle domande del cuore inquieto, lo favorirono in una certa misura nella carriera professionale e nel suo trasferimento a Roma e poi a Milano. La dottrina manichea, alla quale Agostino non aderì mai del tutto e che da convertito avversò fieramente, fu comunque l’occasione per approfondire il tema dell’origine del male e del libero arbitrio. La cocente delusione non dileguò l’avversione del retore verso la Chiesa e solo quando a Milano, intorno al 384, iniziò ad ascoltare con interesse la predicazione di Ambrogio cominciò anche a mutare i suoi sentimenti verso la fede dell’infanzia: «L’esposizione di numerosi passi della Scrittura secondo il senso spirituale mi mosse ben presto a biasimare almeno la mia sfiducia». Era iniziato il cammino di riavvicinamento. Agostino iniziò a pensare che «credere è ragionevole e che la Chiesa merita fiducia» e pertanto decise di restare catecumeno nella Chiesa cattolica «raccomandatami dai miei genitori, in attesa che si accendesse una luce di certezza, su cui dirigere la mia rotta» (Conf. 5,14,24-25). Nel corso dell’anno 385 e fino a tutta l’estate del 386, con l’aiuto di Ambrogio, del prete milanese Simpliciano e di altri amici, Agostino intraprese una serie di letture cristiane, adatte alla formazione e alla preparazione al battesimo. Solo più tardi, l’incontro con alcuni testi filosofici neoplatonici lo aiuterà anche a superare la concezione materialistica dei manichei e altri errori. Con l’aiuto di Simpliciano comprese i punti di contatto esistenti tra il platonismo e il cristianesimo, ma anche quelli in contrasto con la fede della Chiesa che, fin dai Dialoghi di Cassiciaco, Agostino si impegna a confutare. Il resto della vicenda biografica del convertito è ben noto: accompagnato dall’affetto e dalla preghiera della madre, che nel frattempo lo aveva raggiunto a Milano, degli amici e della comunità cristiana ambrosiana, Agostino ricevette il battesimo dalle mani del santo vescovo di Milano nella veglia pasquale del 387. In seguito, rifiutata ogni aspettativa in campo professionale e ogni ricerca di agi e onori terreni, si consacrò alla ricerca di Dio e si mise subito in viaggio per ritornare in patria. In Africa, dopo l’esperienza del cenacolo culturale di Tagaste, lo aspettava l’inattesa ordinazione presbiterale e poi la consacrazione episcopale. Come vescovo della città portuale di Ippona (oggi Annaba in Algeria) divenne il protagonista della vita ecclesiale africana e, con l’estinzione dello scisma donatista, contribuì a restituire alla Chiesa la pace e l’unità (Concilio di Cartagine del 411).

Capeggiò di nuovo l’episcopato, e non solo africano, quando Pelagio scatenò la controversia che da lui ha preso il nome. Nelle Confessioni ci racconta come, già prima del sorgere della controversia, Pelagio aveva manifestato tutta la sua avversione per un’espressione orante che Agostino ripete più e più volte e che esprime la fede della Chiesa nella grazia di Dio: «Concedici [o Signore] quello che comandi, e comanda quello che vuoi» — Da quod iubes et iube quod vis. Per Pelagio non si può attribuire a Dio ciò che è solo dell’uomo; Agostino, al contrario, afferma che si deve attribuire alla grazia di Dio ciò che l’uomo compie, cooperando con Dio, per la sua salvezza. Faticosamente combattuta, anche questa battaglia fu vinta da Agostino quando arrivò da parte della Sede Apostolica la definitiva ratifica delle reiterate condanne della dottrina pelagiana (418) e infine sancite anche dal Concilio di Efeso (430). Le controversie proseguirono a lungo, particolarmente quella tra Agostino e il vescovo campano Giuliano di Eclano, nuova guida del movimento pelagiano. Agostino, durante tutta la controversia, difese sempre «la grazia non tanto contro la natura, ma per mostrare che essa [la grazia] libera e guida la natura» (Retract. 2,42). Richiamò l’attenzione all’insegnamento alla Scrittura e alla sua interpretazione ecclesiale, alla tradizione e alla prassi liturgica della comunità cristiana e cercò costantemente di riguadagnare i dissidenti alla comunione.

Dei seguaci di Pelagio così scrive in un testo luminoso per l’umiltà e il desiderio di comunione, per la profondità e l’attualità. Si tratta della Lettera 140 a Onorato (31 passim): «[I pelagiani] non sono persone che si possano facilmente tenere in poco conto, vivono anzi nella continenza e meritano lode per le opere buone. E nemmeno credono, come i Manichei e moltissimi altri eretici, a un falso Cristo, ma al Cristo vero, uguale e coeterno al Padre, che è venuto sulla terra e si è fatto veramente uomo, e del quale aspettano pure il ritorno, ma ignorano la giustizia di Dio e vogliono stabilire la propria (Rm 10, 3) — punto focale della questione detto con parole di Paolo —. Non senza ragione il Signore chiamò vergini (poiché vivevano in continenza) tanto quelle che entrarono con lui al convito nuziale, quanto quelle contro cui chiuse le porte, rispondendo loro: “Non vi conosco”. Ne enumerò cinque per gruppo, perché avevano domato le passioni della carne che si servono dei cinque sensi; sono tutte fornite di lampade a causa della splendidissima lode acquistata con le opere buone e con la loro buona condotta agli occhi degli uomini: le une e le altre vanno incontro allo sposo, poiché aspettano e sperano nell’arrivo di Cristo. Tuttavia, chiamò sagge le une, stolte le altre, poiché le sagge portavano l’olio nei recipienti, mentre le stolte non lo portavano con sé. Sotto tanti riguardi erano uguali, ma solo in questo diverse. Quale legame più stretto di rassomiglianza può esserci tra vergini e vergini, cinque da una parte e cinque dall’altra, tutte fornite di lampade, le une e le altre incontaminate e incamminate egualmente incontro allo sposo? E che c’è di più opposto quanto le sagge e le stolte? E ciò si capisce facilmente, poiché le prime portano l’olio nei recipienti, cioè la conoscenza della grazia di Dio nei loro cuori, in quanto sanno che nessuno può essere continente, se Dio non glielo concede, e reputano ch’è effetto di sapienza conoscere da chi provenga tale dono; le altre al contrario, senza ringraziare Colui che largisce tali beni, si perdettero in vani pensieri, il loro cuore insensato si ottenebrò e, mentre dicevano di essere sagge, diventarono stolte. Certo non dobbiamo disperare in alcun modo neppure di queste, prima che ci addormentiamo nella morte: ma se si addormenteranno in quella disposizione di spirito, anche se si sveglieranno, cioè risorgeranno quando risonerà il grido che annunzierà vicino l’arrivo dello sposo, rimarranno fuori, non perché non siano vergini ma perché, ignorando da chi hanno ricevuto la virtù che posseggono, sono vergini stolte. Giustamente resteranno fuori, dato che non portarono nel loro intimo il sentimento di gratitudine per la grazia [...]. Lo scopo della grazia della Nuova Alleanza, per cui teniamo i nostri cuori rivolti in alto — poiché ogni cosa ottima a noi concessa e ogni dono perfetto ci vengono dall’alto — è quello d’impedirci d’essere ingrati; come anche nel ringraziare Dio, ciascuno non fa altro che riporre ogni motivo di vanto in Dio. Eccoti dunque un trattato, anche se prolisso, non però inutile, a mio giudizio. [...]. Se durante la lettura e la meditazione preghi anche con cuore puro il Signore, dispensatore d’ogni bene, apprenderai alla perfezione tutto o almeno moltissimo di ciò che merita d’essere conosciuto più in virtù dell’ispirazione di Dio che della spiegazione di qualcuno».

Il luminoso pensiero di Agostino, anche in questi snodi fondamentali della sua dottrina, è senz’altro debitore delle umili preghiere e delle calde lacrime e della madre Monica e della fede della madre Chiesa che lo hanno condotto al fonte del rinnovamento e della grazia. Mentre da quasi tre mesi la sua Ippona era assediata dai Vandali, Agostino era giunto all’ultima sua malattia. Chiese di trascrivere a grandi caratteri i Salmi penitenziali «e fece affiggere i fogli contro la parete, così che stando a letto durante la sua malattia li poteva vedere e leggere, e piangeva ininterrottamente a calde lacrime» (Possidio, Vita Augustini 31,2). Nella preghiera trascorsero anche gli ultimi giorni della vita del grande padre e dottore della Chiesa; morì il 28 agosto 430, quando ancora non aveva compiuto 76 anni, e il suo corpo fu inumato a Ippona. In seguito, il corpo fu traslato in Sardegna e, infine, acquistato a peso d’oro dal re longobardo Liutprando, a Pavia nella basilica di S. Pietro in Cieldoro, dove tuttora è venerato.

Uomo incomparabile, uno dei “maestri migliori della Chiesa” (san Celestino i), di cui un po’ tutti ci sentiamo figli e discepoli, Agostino “ha da dire veramente molto alla Chiesa e agli uomini d’oggi, sia con l’esempio e con l’insegnamento” (san Giovanni Paolo II). Il Papa Francesco, visitando la basilica di S. Agostino in Campo Marzio, il 28 agosto del 2013, ha invitato a seguire l’esempio del cuore inquieto di sant’Agostino e a invocare dal Signore, “nella scuola del cuore”, come dono “l’inquietudine spirituale di ricercarlo sempre, l’inquietudine di annunciarlo con coraggio, l’inquietudine dell’amore verso ogni fratello e sorella”.

di Rocco Ronzani
Istituto patristico «Augustinianum»

(fonte: L'Osservatore Romano 27 agosto 2020)

"Continuità di un carisma. Rileggendo il messaggio di Chiara Lubich" di Andrea Riccardi

Continuità di un carisma. 
Rileggendo il messaggio di Chiara Lubich 
di Andrea Riccardi

"Luce che avvolge il mondo, riflessioni sulla spiritualità di Chiara Lubich." È il libro di Maria Voce, attuale presidente dei Focolari, da oggi in libreria. Nel centenario della nascita di Chiara Lubich (1920-2008).


Ricordo che molti anni fa, assieme a Chiara, assistevo a una riunione, in cui un cardinale intervenne - con ingenuità e non troppo tatto - dicendo che la verità di un movimento si vede alla morte del fondatore. Uscendo dall'incontro e commentando con Chiara i discorsi ascoltati, quest'ultima (ormai avanti negli anni) mi disse che il cardinale non era stato proprio gentile con quell'espressione. Ridemmo. Ma aggiunse che la verità di un movimento o di ogni comunità cristiana si vede ogni giorno nella carità. Per lei, le parole del Vangelo di Giovanni erano state sempre un riferimento: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Giovanni, 13, 15). Le ricordai queste parole e così si chiuse la nostra conversazione con un po' d'ironia, ma anche con un richiamo forte alla carità, come caratteristica fondamentale della veracità cristiana.
La verità di un movimento si vede ogni giorno e in ogni stagione dalla carità che ha verso tutti, verso i poveri e tra chi vi partecipa. Maria Voce scrive: «Chiara intuisce immediatamente che l'amore di Dio non riguarda solo se stessa, ma raggiunge tutti. È qui - continua - la prima novità della spiritualità, il "di più" sulla comprensione di Dio Amore, che fin da quel primo istante va delineandosi». In questa intuizione nasce la passione comunicativa di Chiara: fin dall'inizio vuole dire a tutti la scoperta del Vangelo dell'amore e lo fa, incontrando e scrivendo. C'era in lei, infatti, una vera passione per il rapporto, l'incontro e l'amicizia.
Il messaggio evangelico passa attraverso un plesso di rapporti amichevoli e fraterni. E questa passione - "fuoco", potremmo dire con un'espressione a lei cara - vinceva la timidezza e la ritrosia, normali in una giovane donna in una Chiesa tanto al maschile e in una società conflittuale come il mondo della guerra mondiale e della guerra fredda, in cui il Movimento muove i suoi primi passi. La lunga vita di Chiara è un mare d'incontri con persone e mondi differenti. Rileggere e non ripetere: è il messaggio di questo libro.
Rileggere esprime una duplice fedeltà: al Vangelo e al messaggio di Chiara, ma anche al nostro tempo. Chiara ha guidato il Movimento dentro la storia con attenzione. Il suo linguaggio non è mai stato appiattito sulla cronaca politica o sulle polemiche quotidiane, ma la fondatrice è stata attenta agli avvenimenti. C'era un'attenzione ai "segni dei tempi", di cui hanno parlato Giovanni XXIII e il concilio Vaticano II. Si capisce il valore del carisma dell'unità nato nei duri anni della guerra mondiale, maturato quando il mondo era diviso dalla guerra fredda e le società europee erano lacerate da una vita politica e sociale conflittuale. Il carisma ha una forza attrattiva anche oggi, in questo nostro mondo dov'è avvenuta la globalizzazione dei flussi finanziari ed economici, dove le comunicazioni si sono mondialízzate, ma non si è realizzata una globalizzazione spirituale attraverso il dialogo.
Nel 1968, una personalità che stimava molto Chiara (la quale ha avuto un ruolo rilevante nei suoi rapporti con Paolo VI), il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Athenagoras, scriveva: «Guai se i popoli, un giorno, accederanno all'unità fuori dalle strutture e dalla teologia della Chiesa. Per questo l'unione non deve essere un negoziato [...] diventa una creazione di vita compiuta da quelli che combattono per l'amore e la pace». Athenagoras temeva l'unificazione del mondo senza l'unità dei cristiani, fermento di una più larga unità spirituale attraverso il dialogo e l'amore.
Così pensava anche Chiara, che pur aveva un'altra storia, ma si ritrovò in identità di sentire con l'anziano patriarca. Bisognava creare una vita nuova combattendo per l'amore e per la pace. Chiara sviluppò i "dialoghi" nel mondo cristiano, ma anche tra religioni, culture e vari umanesimi. L'unità non è prima di tutto un disegno politico o un'azione sociale: «Dobbiamo ritrovare un nuovo fervore e, sempre orientati all'ut omnes, alimentare questo incendio di amore nel mondo», scrive Maria Voce. E continua: «Dall'amore al fratello sono nati i Movimenti a largo raggio; dall'amore al fratello sono nati anche i nostri cinque dialoghi, con le numerose inondazioni».
Del resto, l'unità informa in profondità la struttura stessa del Movimento, facendone una realtà con una visione globale del mondo, superando frontiere etniche e nazionali, quei localismi e quegli arroccamenti risorgenti e forti in questo tempo di globalizzazione. L'unità non crea donne e uomini sradicati dal loro ambiente, ma anzi li àncora nella realtà concreta però con una grande apertura alla fraternità universale. E il contributo che spesso i focolarini danno e possono dare nelle varie situazioni, ricordando che c'è un mondo più vasto da amare, ci sono le frontiere dell'ecumenismo e delle religioni. La storia del Movimento non è tutta già scritta. Ha un futuro. Nella continuità di un carisma, c'è un futuro da vivere e realizzare per il bene del mondo, al servizio della Chiesa e dell'unità della famiglia umana.
Nell'apertura alle domande e agli incontri del futuro, camminando nella fedeltà a una tradizione spirituale, qualcosa d'interiore e profondo crescerà di più nel Movimento di domani. Per questo, Maria Voce vuole rileggere e non ripetere il messaggio di Chiara con un'apertura fiduciosa al domani che non prevediamo, ma solo intravediamo. La Parola di Dio cresce con i discepoli che la leggono. Il Movimento dei Focolari cresce nella conoscenza di Dio e nell'amore per la gente, perché nasce dal Vangelo e legge la Parola di Dio.
Chiara era un'appassionata scrutatrice dei cammini del futuro, attenta ai segni dei tempi, capace di diversificare i cammini dei focolarini e di mantenere l'unità.
Continuare a camminare verso il futuro con il carisma di Chiara vuol dire fedeltà all'Ideale e audacia dell'amore. Questo è già cominciato.

(Fonte: L'Osservatore Romano - 5 agosto 2020) 


giovedì 27 agosto 2020

Ennesime stragi nel Mediterraneo E se fossimo noi ad affogare? Adesso Basta!

Ennesime stragi nel Mediterraneo
E se fossimo noi ad affogare? 
Adesso Basta!

Nigrizia e la Commissione giustizia e pace dei missionari comboniani sono tra i primi firmatari di una mobilitazione per dire no ai continui massacri di migranti nel Mediterraneo




Gridare tutta la nostra indignazione, metterci il nostro corpo e non solo la faccia, esigere un cambio di rotta dell’Italia e dell’Europa, complici delle stragi dei migranti, di fronte agli ennesimi crimini di omissione di soccorso! Non ci resta che questo, dopo le ultime tragedie del Mare Nostrum.

Secondo quanto ricostruito da Alarm Phone, il servizio telefonico di Watch The Med dedicato ai migranti in difficoltà, la notte tra il 14 e il 15 agosto è partito dalla Libia un gommone con a bordo 81 persone (inizialmente la notizia parlava di 65). Stando alle telefonate ricevute dai volontari, l’imbarcazione avrebbe cominciato ad avere dei problemi da subito tanto da chiamare in maniera concitata per avere soccorso.

«Eravamo alla deriva quando siamo stati raggiunti da una motovedetta libica con cinque uomini armati a bordo. I miliziani ci hanno detto che ci avrebbero salvati e riportati in Libia se gli davamo i cellulari e i soldi, ma noi non avevamo soldi. È cominciata una discussione e alla fine loro hanno sparato sul gommone, hanno colpito il motore e alcune taniche di benzina. Ci siamo gettati in acqua, ma molti di noi sono morti».

Nel naufragio, hanno dichiarato alcuni dei 36 superstiti, sono morte 45 persone tra cui cinque bambini, secondo quanto ricostruito dall’Organizzazione internazionale per le migrazione. Ai morti si aggiunge la sorte dei sopravvissuti che, recuperati da un peschereccio, una volta portati sulla terraferma, sono stati trasferiti in un centro di detenzione libico, uno di quelli gestiti dal governo di Tripoli. Si tratterebbe, secondo le prime informazioni, di cittadini provenienti da Senegal, Mali, Ciad e Ghana.

Subito dopo quella strage, in meno di una settimana, ne sono avvenute altre tre: il bilancio totale è di 100 morti e altre 160 persone sparite dopo aver preso il largo! Non posiamo restare a guardare e a contare senza muoverci!

E’ gravissimo che sia proprio l’Italia a finanziare la guardia costiera libica. Il governo italiano continua nei fatti le politiche di respingimento dei migranti violando il diritto internazionale che prevede l’obbligo di accoglienza dei profughi che scappano da guerre e da violazioni di diritti umani. Inoltre l’Italia tiene ancora bloccate nei porti ben quattro navi che potrebbero salvare altri migranti. “Le vostre mani grondano sangue” tuonava il profeta Isaia ai capi del popolo ebreo responsabili dei crimini contro i più indifesi (Is 1,15).

Noi diciamo basta! Con papa Francesco, che domenica scorsa nell’Angelus ha detto con emozione che “Dio ci chiederà conto di tutte le vittime dei viaggi della speranza”, abbiamo a cuore la vita di questi fratelli e sorelle in pericolo e sentiamo più che mai il dovere di muoverci per evitare la prossima strage! “I ritardi registrati nei mesi recenti e l’omissione di assistenza, sono inaccettabili e mettono vite umane in situazioni di rischio evitabili” hanno dichiarato giovedì scorso Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Migranti) e l’Oim. Se continua così tra diversi allarmi inascoltati e mancati interventi delle avremo presto altri morti. Dobbiamo muoverci anche e soprattutto se è ancora per molti tempo di vacanza. Anche e soprattutto perché, mentre come ogni agosto, si riaffollano le spiagge italiane (e il Covid ne approfitta), la notizia di questa strage e di questa ennesima detenzione sta passando tranquilla senza clamori. Né da parte della politica né da parte della Conferenza Episcopale italiana. E siamo molto indignati riguardo le esternazioni del governatore Musumeci che usa i migranti per scopi elettorali.

In tempi difficili per ritrovarci fisicamente proponiamo, a tutti e tutte coloro che hanno a cuore questa causa:

un digiuno il giorno VENERDI 28 agosto, come segno di protesta contro l’indifferenza e di solidarietà con i migranti, secondo le modalità possibili ad ognuno/a.

una foto da inviare sui social VENERDI 28 agosto con il proprio volto e un cartello con scritto #esefossimonoiadaffogare?Adessobasta!

Nella speranza di poter presto tornare a ritrovarci dal vivo per dire basta a questi crimini con molti altri gesti, restiamo umani, vigilanti e appassionati della giustizia e della dignità di ogni vita umana.



I primi firmatari:

Associazione Casa Amadou

Associazione Laudato si – Un alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale

Centro Astalli

CIAC (Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione)

CIMI (Conferenza degli Istituti Missionari italiani)

Comitato 3 ottobre

Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani

Comunità comboniana di Castelvolturno (CE)

Emmaus Italia

Fondazione Casa della carità (Angelo Abriani)

GIM (Giovani Impegno Missionario)

Gruppo Abele

Libera

Nigrizia

ResQ-People Saving People

SUAM (Segretariato unitario animazione missionaria degli Istituti missionari)


Per adesioni (personali e di gruppi, associazioni, etc.) scrivere a: redazione@nigrizia.it


mercoledì 26 agosto 2020

Catechesi di Papa Francesco - “Guarire il mondo”: 4. La destinazione universale dei beni e la virtù della speranza - Udienza generale del 26 agosto 2020 (Testo e video)

Catechesi di Papa Francesco 
“Guarire il mondo”: 4. 
La destinazione universale dei beni 
e la virtù della speranza 
 Udienza generale del 26 agosto 2020 
(Testo e video)




Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Davanti alla pandemia e alle sue conseguenze sociali, molti rischiano di perdere la speranza. In questo tempo di incertezza e di angoscia, invito tutti ad accogliere il dono della speranza che viene da Cristo. È Lui che ci aiuta a navigare nelle acque tumultuose della malattia, della morte e dell’ingiustizia, che non hanno l’ultima parola sulla nostra destinazione finale.

La pandemia ha messo in rilievo e aggravato i problemi sociali, soprattutto la disuguaglianza. Alcuni possono lavorare da casa, mentre per molti altri questo è impossibile. Certi bambini, nonostante le difficoltà, possono continuare a ricevere un’educazione scolastica, mentre per tantissimi altri questa si è interrotta bruscamente. Alcune nazioni potenti possono emettere moneta per affrontare l’emergenza, mentre per altre questo significherebbe ipotecare il futuro.

Questi sintomi di disuguaglianza rivelano una malattia sociale; è un virus che viene da un’economia malata. Dobbiamo dirlo semplicemente: l’economia è malata. Si è ammalata. È il frutto di una crescita economica iniqua - questa è la malattia: il frutto di una crescita economica iniqua - che prescinde dai valori umani fondamentali. Nel mondo di oggi, pochi ricchissimi possiedono più di tutto il resto dell’umanità. Ripeto questo perché ci farà pensare: pochi ricchissimi, un gruppetto, possiedono più di tutto il resto dell’umanità. Questa è statistica pura. È un’ingiustizia che grida al cielo! Nello stesso tempo, questo modello economico è indifferente ai danni inflitti alla casa comune. Non si prende cura della casa comune. Siamo vicini a superare molti dei limiti del nostro meraviglioso pianeta, con conseguenze gravi e irreversibili: dalla perdita di biodiversità e dal cambiamento climatico fino all’aumento del livello dei mari e alla distruzione delle foreste tropicali. La disuguaglianza sociale e il degrado ambientale vanno di pari passo e hanno la stessa radice (cfr Enc. Laudato si’, 101): quella del peccato di voler possedere, di voler dominare i fratelli e le sorelle, di voler possedere e dominare la natura e lo stesso Dio. Ma questo non è il disegno della creazione.

«All’inizio, Dio ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell’umanità, affinché se ne prendesse cura» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2402). Dio ci ha chiesto di dominare la terra in suo nome (cfr Gen 1,28), coltivandola e curandola come un giardino, il giardino di tutti (cfr Gen 2,15). «Mentre “coltivare” significa arare o lavorare [...], “custodire” vuol dire proteggere [e] preservare» (LS, 67).Ma attenzione a non interpretare questo come carta bianca per fare della terra ciò che si vuole. No. Esiste «una relazione di reciprocità responsabile» (ibid.) tra noi e la natura. Una relazione di reciprocità responsabile fra noi e la natura. Riceviamo dal creato e diamo a nostra volta. «Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla» (ibid.). Ambedue le parti.

Difatti, la terra «ci precede e ci è stata data» (ibid.), è stata data da Dio «a tutto il genere umano» (CCC, 2402). E quindi è nostro dovere far sì che i suoi frutti arrivino a tutti, non solo ad alcuni. E questo è un elemento-chiave della nostra relazione con i beni terreni. Come ricordavano i padri del Concilio Vaticano II, «l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri» (Cost. past. Gaudium et spes, 69). Infatti, «la proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri» (CCC, 2404). Noi siamo amministratori dei beni, non padroni. Amministratori. “Sì, ma il bene è mio”. È vero, è tuo, ma per amministrarlo, non per averlo egoisticamente per te.

Per assicurare che ciò che possediamo porti valore alla comunità, «l’autorità politica ha il diritto e il dovere di regolare il legittimo esercizio del diritto di proprietà in funzione del bene comune» (ibid., 2406).[1] La «subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni [...] è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale» (LS, 93).[2]

Le proprietà, il denaro sono strumenti che possono servire alla missione. Però li trasformiamo facilmente in fini, individuali o collettivi. E quando questo succede, vengono intaccati i valori umani essenziali. L’homo sapiens si deforma e diventa una specie di homo œconomicus – in senso deteriore – individualista, calcolatore e dominatore. Ci dimentichiamo che, essendo creati a immagine e somiglianza di Dio, siamo esseri sociali, creativi e solidali, con un’immensa capacità di amare. Ci dimentichiamo spesso di questo. Di fatto, siamo gli esseri più cooperativi tra tutte le specie, e fioriamo in comunità, come si vede bene nell’esperienza dei santi.[3] C’è un detto spagnolo che mi ha ispirato questa frase, e dice così: florecemos en racimo como los santos. Fioriamo in comunità come si vede nell’esperienza dei santi.

Quando l’ossessione di possedere e dominare esclude milioni di persone dai beni primari; quando la disuguaglianza economica e tecnologica è tale da lacerare il tessuto sociale; e quando la dipendenza da un progresso materiale illimitato minaccia la casa comune, allora non possiamo stare a guardare. No, questo è desolante. Non possiamo stare a guardare! Con lo sguardo fisso su Gesù (cfr Eb 12,2) e con la certezza che il suo amore opera mediante la comunità dei suoi discepoli, dobbiamo agire tutti insieme, nella speranza di generare qualcosa di diverso e di meglio. La speranza cristiana, radicata in Dio, è la nostra àncora. Essa sostiene la volontà di condividere, rafforzando la nostra missione come discepoli di Cristo, il quale ha condiviso tutto con noi.

E questo lo capirono le prime comunità cristiane, che come noi vissero tempi difficili. Consapevoli di formare un solo cuore e una sola anima, mettevano tutti i loro beni in comune, testimoniando la grazia abbondante di Cristo su di loro (cfr At 4,32-35). Noi stiamo vivendo una crisi. La pandemia ci ha messo tutti in crisi. Ma ricordatevi: da una crisi non si può uscire uguali, o usciamo migliori, o usciamo peggiori. Questa è la nostra opzione. Dopo la crisi, continueremo con questo sistema economico di ingiustizia sociale e di disprezzo per la cura dell’ambiente, del creato, della casa comune? Pensiamoci. Possano le comunità cristiane del ventunesimo secolo recuperare questa realtà - la cura del creato e la giustizia sociale: vanno insieme -, dando così testimonianza della Risurrezione del Signore. Se ci prendiamo cura dei beni che il Creatore ci dona, se mettiamo in comune ciò che possediamo in modo che a nessuno manchi, allora davvero potremo ispirare speranza per rigenerare un mondo più sano e più equo.

E per finire, pensiamo ai bambini. Leggete le statistiche: quanti bambini, oggi, muoiono di fame per una non buona distribuzione delle ricchezze, per un sistema economico come ho detto prima; e quanti bambini, oggi, non hanno diritto alla scuola, per lo stesso motivo. Che sia questa immagine, dei bambini bisognosi per fame e per mancanza di educazione, che ci aiuti a capire che dopo questa crisi dobbiamo uscire migliori. Grazie.



[1] Cfr GS, 71; S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 42; Lett. enc. Centesimus annus, 40.48).

[2]Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, 19.

[3] “Florecemos en racimo, como los santos”: espressione comune in lingua spagnola.

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