venerdì 31 luglio 2020

Dalla memoria un impegno rinnovato - La bella omelia del Card. Matteo Zuppi alla Messa per i caduti delle stragi di 40 anni fa


L'omelia del Cardinale Zuppi alla Messa per i caduti delle stragi di 40 anni fa

Dalla memoria un impegno rinnovato



Presente alla Messa il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

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Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia dell’Arcivescovo di Bologna, Card. Matteo Zuppi, per la Messa celebrata giovedì 30 luglio 2020 alle ore 11.00 nella Cattedrale di San Pietro alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in suffragio delle vittime delle stragi di Ustica e della Stazione ferroviaria delle quali quest’anno ricorre il 40° anniversario.


Fare memoria è doloroso. Sentiamo l’assenza, atroce anche a distanza di anni, delle vittime e ci siamo confrontati con la inquietante capacità dell’uomo di compiere il male e con la sua vulnerabilità nel subirlo.

Meditiamo come l’uomo può distruggere la vita e anche se stesso, Caino che come Giuda è sempre nostro fratello. Davanti alle tragiche conseguenze di ogni strage, che distruggono la fragilissima meraviglia che è sempre ogni persona, la domanda è: dove sei uomo, cosa hai fatto della tua umanità? Com’è possibile?

Chi ascolta la voce di Dio trova se stesso e suo fratello. Fare memoria ci riporta, anche a distanza di anni, a sentire le urla, il silenzio, l’angoscia, la speranza e lo sgomento della brutalità della morte. Pensando al dolore proviamo fastidio per il chiacchiericcio insulso, per le perdite di tempo e scegliamo di mettere da parte quello che ci divide per cercare quello che unisce.

Le lacrime chiedono di stare tutti dalla stessa parte, quella di chi piange. Riviviamo oggi lo strappo inaccettabile della morte, la durezza della scomparsa che non si smette di misurare anche a distanza di anni. La memoria ci fa provare, anche, l’acuta e insopportabile ingiustizia della mancanza di verità, amara, perché memoria anche di delusioni, di ritardi, di opacità spesso senza volto e senza nome, di promesse non mantenute, di mandanti – che ci sono – protetti dall’ombra di quelle che sono vere e proprie complicità.

Disse il Cardinale Caffarra: “L’uomo è sconfitto quando il crimine resta impunito e il criminale può continuare ad attendere indisturbato ai suoi sciagurati pensieri e forse a preparare altri eccidi. L’uomo è sconfitto quando gli onesti e pacifici cittadini hanno l’impressione di essere senza difesa di fronte all’estendersi della prepotenza e della follia omicida”.

La nostra oggi è una memoria affollata dei ricordi, sempre parziali in realtà, di quelle persone i cui nomi portiamo nel cuore e abbiamo deposto sull’altare. Essi sono scritti da Dio, autore e amante della vita, nei cieli.

Desidero ricordare i nomi, le persone, dei più piccoli e dei più anziani: Angela Fresu di tre anni e Luca Mauri di sei. Francesco Di Natale di un anno e Giuseppe Diodato, sempre di un anno. Antonio Montanari di 86 e Maria Idria Avati di 80. Paolo Licata di 73 e Marianna Siracusa di 61.

Come ebbe a dire il Cardinale Poma “guardiamo a loro come a membri della nostra stessa famiglia”. I nostri ricordi sono più fisici per la strage della Stazione di Bologna, le cui immagini – come gli occhi spalancati e pieni di orrore della donna portata via sulla barella – sono impresse nella memoria dei sopravvissuti e di tutti.

Tutta Bologna, “che sa stare in piedi per quanto colpita”, si sentì coinvolta e in fondo fu l’intera città a salire sull’Autobus 37 per fare tutto il possibile (diremmo l’impossibile!) per aiutare, per soccorrere i feriti, per comporre con pietà i poveri corpi, per consolare e aiutare i parenti increduli e smarriti di fronte a tanta cattiveria, per piangere con loro.

Immaginiamo ancora oggi le parole che hanno accompagnato le vittime nei loro ultimi istanti, i sentimenti che riempivano il loro cuore, quelli che ispirano il suggestivo e emozionante Museo della strage di Ustica. Il loro ricordo si perde nella immensità del cielo e sprofonda nell’abisso del mare. Nel Museo vi sono 81 luci, che ricordano ognuna delle 81 vittime.

Esse sono come delle stelle, che penetrano il buio del cielo. Si spengono e si riaccendono, come nella nostra anima, ma si riaccendono sempre perché il male non può vincere la fragilissima vita degli uomini. Questa è l’intuizione del cuore ed è la certezza della fede che Cristo è venuto ad accendere nei nostri cuori. La vita non è tolta ma trasformata. Il dolore ci rende consapevoli e attenti a quanti sperimentano oggi e ovunque la cattiveria di un mondo che invece che amico e fratello si rivela Caino e nemico.

Tanto dolore può dividere e isolare, generando così nel cuore degli uomini anche l’ultimo frutto del male che è l’amarezza della solitudine e la sensazione di impotenza, di smarrimento, di insignificanza che può prendere davanti all’oblio inesorabile del tempo e ad una giustizia non raggiunta. Ma il dolore può unire, liberare energie di solidarietà, di ricerca di giustizia e di fraternità.

Infatti è di tanta consolazione essere insieme oggi, uniti ai tanti che sono spiritualmente con noi. La presenza così autorevole, per il ruolo e per la persona, del Signor Presidente della Repubblica dona a questo ricordo un significato tutto particolare, una solennità emozionante e profonda. Era atteso. Credo di esprimere a nome di tutti i parenti e di tutti noi un ringraziamento commosso a Lei, Signor Presidente, per questo gesto che completa le tante e importanti parole con cui in questi anni Lei ha sempre accompagnato la memoria di queste come di ogni strage.

Grazie, Signor Presidente. E con lei ringrazio i rappresentanti tutti delle istituzioni, che sono come le pareti portanti di questa nostra casa comune, per la quale vale la pena sacrificare la vita, difendendola con l’onestà e il lavoro anche perché “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta (quindi in piena libertà personale) una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (Cost. It. Art. 4). 

Oggi sentiamo tutti la consolazione di essere insieme davanti e dentro al mistero di amore che è Dio, colui che rivela se stesso nella compassione per la nostra fragilità e caducità, che illumina le tenebre della nostra vita. La sua onnipotenza è la croce, perché Dio vuole che per Abele la morte non sia l’ultima parola e che pure per Caino vi sia una possibilità di salvezza mediante il perdono.

Anche per questo la nostra memoria non è un elastico, come diceva il parente di una vittima, che tristemente ci riporta continuamente indietro, condannandoci per sempre a quel dolore subito. Dio non usa il male, ma lo vince amando e trasformandolo in luce.

Come nel muro alla stazione di Bologna: attraverso quella tragica ferita penetra la luce. Quella di Cristo è luce di amore che illumina il sepolcro della morte. Il nostro è un Dio che diventa Lui vittima (Dio!) perché ascolta il grido che sale dalla terra, dal sangue di tutte le vittime, qualunque nome, storia e caratteristica abbiano, solo perché vittime. Non è sordo al dolore, non fa finta, non si gira dall’altra parte, non parla sopra, non ha da fare, non si lamenta Lui.

Gesù piange con noi e sceglie di amare fino alla fine per insegnarci a non avere paura di amare e perché la vita non abbia fine. L’amore non ha fine. Con Dio non ci potremo mai abituare a questo grido che sale da ogni strage, da ogni pandemia e violenza e ci ricorda che siamo fratelli di chi è colpito.

La Chiesa come una madre non vuole essere consolata finché non sia donata giustizia, finché il grano non sia liberato dalla zizzania. E’ una sentinella attenta perché il nemico non approfitti del sonno dell’indifferenza per seminare la zizzania.

Non accettiamo come innocui i semi dell’odio e del pregiudizio, le ideologie che annullano la persona, l’uso di parole che diventano armi, la superficialità di cercare a tutti i costi la convenienza senza difendere la verità e il bene comune.

Chiediamo ancora che chi sa qualcosa trovi i modi per comunicare tutto ciò che può aiutare la verità, perché anche se scappiamo dal giudizio degli uomini non scappiamo dalla nostra coscienza e soprattutto dal giudizio di Dio. 

Da questa memoria, di due tra le ferite più profonde della storia recente del nostro Paese, vorrei sorgesse un impegno rinnovato, personale e comunitario, per l’Italia e per l’Europa tutta, in un momento così grave per tutti che richiede ad ognuno rigore e serietà.

Preghiamo perché cresca il contrario degli interessi individuali e dei poteri occulti che è il bene comune.

Preghiamo perché siano sconfitte le mafie di ogni genere e provenienza, con i loro interessi spaventosi e la terribile capacità corruttiva e distruttiva, e cresca la comunità di destino che ci unisce.

Preghiamo perché il grido di dolore che sale dal sangue delle vittime e che è ascoltato da Dio lo sia anche dagli uomini e diventi pratica di giustizia e umile impegno di onestà.

Preghiamo perché sappiamo essere fratelli per il nostro fratello come Cristo ci ha insegnato. In Lui i nostri cari vivono e sono nella luce.

Anche per loro scegliamo la via dell’amore.
(fonte: Chiesa di Bologna)




Nella crisi del Covid “curiamo” anche la democrazia - Intervista a padre Arturo Sosa superiore generale dei gesuiti

Nella crisi del Covid “curiamo” anche la democrazia

 Intervista con il preposito generale della Compagnia di Gesù


Il mondo “distanziato”, la paura di un virus che non scompare e anzi in molte parti dilaga, il rischio di personalismi politici in una fase in cui è fondamentale la bussola orientata sul bene di tutti. E poi lo sforzo di proteggere i deboli, quelli che il Covid non risparmia ma che hanno poche o nessuna possibilità di tutelarsi a dovere, come ad esempio i migranti. La massima autorità della Compagnia di Gesù, il venezuelano padre Arturo Sosa, ragiona a tutto campo con Radio Vaticana – Vatican News alla vigilia del giorno in cui la Chiesa celebra il fondatore sant’Ignazio. Quello del preposito generale è uno sguardo ampio sulla missione condotta dall’ordine, sulle pietre angolari della spiritualità che continuano a essere un faro, e sull’attualità più stringente, il ruolo giocato dalla Compagnia alla prova del coronavirus: «Nella missione sperimentiamo le stesse prove vissute dalle popolazioni colpite. E, soprattutto, sperimentiamo le conseguenze sociali di questa epidemia. Mi vorrei soffermare su questo aspetto perché, sì, l’epidemia è senz’altro un problema sanitario, che forse sarà superato, ma le conseguenze sociali, economiche e politiche sono veramente qualcosa da prendere molto sul serio. Noi abbiamo cercato innanzitutto di capire come si può continuare a fare il nostro servizio ai più bisognosi in questo contesto. Ci sono tantissime esperienze. Mi viene in mente quello che fanno le Province della Compagnia di Gesù in India, nell’Asia meridionale. Tutte le Province hanno fatto in modo di far arrivare il cibo e le medicine, in modo molto generoso, alle persone che non sono capaci di provvedere da soli. Abbiamo poi capito che non si può curare se stessi senza curare gli altri, e viceversa. Ci sono tantissime esperienze di accompagnamento, sia personale sia attraverso i social, che sono state fatte — e beninteso, qui non si tratta solo del celebrare le messe in streaming, ma di essere presenti nella vita delle persone con tutti i mezzi di cui possiamo disporre in questo momento. È stata una esperienza molto complessa e molto interessante, che merita di essere valutata con il tempo. Devo anche dire che l’esperienza vissuta è una conferma del discernimento nella missione ricevuta tramite le preferenze apostoliche universali. Noi abbiamo scelto quattro preferenze che sono state approvate dal Papa, che ci pongono al cuore di ciò che si deve compiere adesso, nel contesto della pandemia: vedere che Dio ci può mostrare come dobbiamo camminare, trasformare le strutture sociali palesemente ingiuste, avere cura del creato e liberamente ascoltare i giovani che sono il seme della speranza per il futuro».

Insomma, la pandemia come occasione di ripensamento di scelte politiche in alcune regioni del mondo?

In tutte le regioni del mondo. Io ho ripetuto spesso che una delle vittime della pandemia potrebbe essere la democrazia, se non abbiamo cura della nostra condizione politica. In questo momento, per esempio, prendere la strada dell’autoritarismo è la grande tentazione di tanti governi, anche di governi cosiddetti democratici. La Compagnia di Gesù, si sa, è molto impegnata nel campo dell’accompagnamento dei migranti. Parecchi Paesi hanno sfruttato questa pandemia per cambiare la politica migratoria nella direzione di restringere il passaggio dei migranti o la accoglienza dei migranti, il che è un grandissimo sbaglio se consideriamo di volere rendere il mondo più fraterno e giusto. In questo momento discriminare nuovamente i migranti sarebbe, ed è, un grande pericolo e sarebbe un segno di un mondo che non desideriamo. Anche sul tema del lavoro, ci sono tantissime imprese che sfruttano questa occasione per licenziare operai o ridurre il salario o per non pagare quello che si deve pagare o per ridurre i benefici pubblici per la salute... Insomma, la pandemia è una occasione per fare dei passi in avanti o per fare dei passi indietro. E noi dobbiamo esserne molto consapevoli, come Chiesa cattolica e come persone impegnate per la giustizia e la pace, in modo da costruire una società più accogliente, più democratica.

Quale è un criterio imprescindibile che sant’Ignazio di Loyola suggerirebbe di seguire per il bene maggiore in questo frangente così preoccupante per il mondo intero?

Senz’altro la vicinanza ai poveri è un criterio importantissimo. Se noi non siamo capaci di guardare il mondo da vicino, condividendo lo sguardo dei poveri, che è lo sguardo di Gesù in Croce, allora si sbaglia nel prendere le decisioni. È questo un criterio molto chiaro. Se i poveri non possono essere curati, non possono avere un lavoro, allora il mondo non va bene. Poi, un criterio che è venuto fuori in questo tempo è la cura della casa comune. Se la terra soffre, noi non possiamo abitarla.

Un suo pensiero all’America Latina, sua terra di origine, dove la forza contagiosa del virus è ancora così letale...

Provo un grandissimo dolore nel guardare come la pandemia non si fermi. Ho una grandissima preoccupazione perché non ci sono le strutture sociali né politiche per fare fronte veramente a questa emergenza. Ho il desiderio profondo che si colga questa opportunità per vedere quali siano i cambiamenti da adottare in queste strutture per garantire un futuro migliore per tutti i latinoamericani.

In un’ottica più generale, quali capisaldi della spiritualità ignaziana sono più urgenti nella missione odierna dell’Ordine?

Il cuore della esperienza ignaziana, e quindi della spiritualità, è l’incontro personale e profondo con Gesù Cristo, il Crocifisso risorto, che porta a una tale familiarità con Dio da essere in grado di trovarlo in ogni cosa e in ogni momento. L’incontro con Gesù Cristo diventa una esperienza liberatrice appunto per questo, perché si acquista quella libertà interiore come condizione per essere guidati dallo Spirito, cioè disponibilità piena a fare soltanto ciò che Dio vuole, senza attaccarsi a nessuna persona, luogo o istituzione. Quindi familiarità con Dio, che vuol dire una vita veramente di preghiera e di servizio, ed essere liberi, cioè disponibili a fare ciò che si deve fare. Molto importante è l’Esame, forse una delle caratteristiche meno conosciute della spiritualità ignaziana, esaminare come modo di ringraziare il Signore per il suo manifestarsi nella storia, riuscendo a essere guidati dallo Spirito, completamente attenti a questa guida che è una esigenza della vita fondata sul discernimento nella missione.

Si riferisce all’«esame di consapevolezza»...

Esattamente, esame che sant’Ignazio consiglia di fare almeno due volte al giorno, ma anche di farlo in momenti speciali durante la giornata. Non bisogna staccare la connessione tra la vita ordinaria e la vita nello spirito. Non si può staccare la vita spirituale dal lavoro, tutto va insieme, altrimenti non funziona. Io ho faticato in questi anni per cercare una parola che mettesse insieme vita e missione. Non sono due cose che si possono separare.

Riguardo alla collaborazione laici e gesuiti, quali scenari si profilano oggi?

Ricordiamo che Ignazio ha redatto gli Esercizi spirituali quando era un laico e che l’esperienza degli Esercizi è laicale. Lui non era un prete. Lo è diventato dopo, quando ha visto che era il miglior modo per fare un servizio alla Chiesa in quel momento. Tutta l’esperienza di conversione è stata per lui quella di trovare un metodo, un metodo fatto da un laico, la cui condivisione iniziale era presso i laici. Per me oggi è una grande gioia vedere come si espande la spiritualità ignaziana nel popolo di Dio e come si moltiplicano le persone capaci di accompagnare altri in questo cammino. Vogliamo davvero dare a questo aspetto un’importanza particolare, nel nostro lavoro di gesuiti. Vogliamo cercare di trasmettere a più persone possibili questa esperienza. Io conosco decine di persone laiche veramente esperte negli Esercizi spirituali che possono accompagnare altri e la cui vita è stata trasformata in un modo tale da ringraziare il Signore. Gli Esercizi spirituali non trovano barriere sociali: per esempio, nei barrios in America Latina fare gli Esercizi nella vita quotidiana è un dono del Signore.

Come vanno le vocazioni alla vita religiosa gesuita e il percorso formativo per entrare in Compagnia?

Il problema non è il numero, ma la qualità delle persone. Dipende dal luogo dove siamo. Il numero diminuisce in Paesi dove tradizionalmente eravamo più numerosi come l’Europa, l’America del Nord. La qualità è tuttavia molto alta, posso garantire, anche se siamo meno che nel passato. Abbiamo un grande numero di candidati in Africa e in alcune aree dell’Asia e facciamo un grandissimo sforzo per una formazione che è quella da sempre sognata per un gesuita. È una formazione lunga, complessa ed esigente, che resta invariata.

Sant’Ignazio non ha pensato a un ramo femminile della Compagnia...

L’Ordine è quello che è, ma la spiritualità illumina tante altre realtà religiose. Oggi nelle nostre scuole, nei centri di spiritualità, di formazione, nei centri sociali tantissime donne partecipano a livello direttivo, come soggetti ispiratori di alcune attività, condividono la spiritualità e la nostra missione. Non ci sono donne gesuite ma lavoriamo insieme nella stessa missione.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Antonella Palermo 30/07/2020)


giovedì 30 luglio 2020

30 luglio Giornata internazionale dell'amicizia - Le amicizie vere fanno bene. Anche alla salute. Ecco perché

30 luglio Giornata internazionale dell'amicizia 
Le amicizie vere fanno bene. Anche alla salute. Ecco perché
La salute passa anche da qui: dal piacere di chiacchiere e risate tra “ragazze” (foto Getty Images)
Il modo in cui ci siamo comportati in questa curva improvvisa della nostra esistenza interesserà i ricercatori per gli anni a venire. È un esperimento naturale e involontario sulla nostra specie.
Cos’è accaduto ai Sapiens quando la pandemia ha portato la morte e la paura della morte? Arriveranno indagini e risultati su tutto, dai livelli nel sangue di cortisolo, l’ormone dello stress, fino alla produzione in casa di lievito madre.
Al tempo della peste boccaccesca ci si limitava a descrivere «lo sbigottimento delle genti». Ma il senso non cambia: abbiamo sofferto, abbiamo subito uno shock emotivo. E ora non possiamo rimanere prigionieri dell’angoscia. È necessario riemergere, come invitano a più riprese gli psicologi. Riprendiamoci i nostri amici, dunque, ricominciamo da lì, ci sono mancati.
Con le cautele del caso, certo, ma ripartiamo dagli affetti. Già nel 1946 l’Organizzazione mondiale della sanità dava una definizione di salute che va ben oltre l’assenza di malattia: è «uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale». Un’armonia tra corpo, mente e le relazioni con gli altri.

Il cervello è sociale
L’amicizia ha origine dalla cooperazione, ricorrente tra gli animali, perfino negli insetti come formiche o api. Inermi, esili, i nostri antenati si aggiravano in un habitat irto di pericoli e avevano bisogno gli uni degli altri per sopravvivere.
Ma sono stati gli ultimi diecimila anni quelli decisivi per plasmare il nostro cervello, quando l’uomo primitivo, con la diffusione dell’a-gricoltura, da errante è diventato un essere tribale.
L’evoluzione ha premiato i rapporti umani, tanto che la neocorteccia, cioè la sede delle funzioni cognitive superiori, ha fatto della socialità uno dei suoi cardini.

Si producono endorfine
Usando le tecnologie di imaging, in pratica guardando nell’intrico dei nostri neuroni, si è visto che coltivare gli affetti lascia tracce profonde. Uno studio dell’Università di Oxford ha provato che frequentare gli amici porta a un rilascio nel cervello di endorfine, sostanze che danno benessere e che funzionano da antidolorifici potenti.
Quando si dice: avere una spalla su cui piangere. «L’amicizia migliora la felicità e abbatte l’infelicità, col raddoppiare della nostra gioia e col dividere il nostro dolore» scriveva Cicerone.
Un amico è colui che ascolta i tuoi racconti, che entra nel tuo mito personale. C’è anche quando i canali del confronto con i familiari sono intasati. Rappresenta un territorio di estraneità in cui espandere la nostra esperienza, rendendo fertili il pensiero e l’immaginazione.

Almeno 10 amici, non oltre 150
Una ricerca condotta all’Università inglese di Nottingham, su un campione di 1760 persone, conclude che si sta meglio se si hanno almeno dieci amici. I sentimenti sono terreni scivolosi, non si possono prendere per oro colato i risultati degli studi, seppure seri e accurati.
A proposito di cifre, è celebre il cosiddetto “numero di Dunbar”. Negli anni ’90, l’antropologo e psicologo Robin Dunbar ha dimostrato con i suoi esperimenti come gli uomini, in qualsiasi contesto e periodo storico, riescano a mantenere relazioni significative con 150 persone al massimo.
La neocorteccia non riesce a gestirne di più, pena l’estinzione di alcuni dei rapporti (per assenza di contatti). Il nucleo di base, secondo le analisi dello scienziato, è formato da tre o cinque best friends. Oltre a questa prima cerchia, se ne trova in genere una seconda con altre dieci persone, con cui si comunica almeno una volta al mese, anche per una chiacchierata, poi una terza sfera con trenta e così via, – fino ai conoscenti con cui magari si scambiano solo gli auguri per le festività.

Gli studi su Facebook
Non avremmo la capacità d’intrattenere relazioni stabili con più di 150 persone. E Facebook? I contatti dei social network aiutano a sostenere un’intelaiatura di relazioni più ampia? O forse, nell’illusione di aprire a migliaia di potenzialità amicali, si rischia di impoverire i legami forti, cui viene sottratto del tempo che si sparpaglia online?
Plutarco avvertiva, un paio di secoli fa: «L’amicizia si compiace della compagnia, non della folla […]. Se si divide un fiume in diversi canali, il suo corso diventa debole e sfinito. Così è dell’amicizia: s’indebolisce a misura che si divide».
I timori di un mondo distopico, in cui i cellulari battono la realtà, animano da tempo il dibattito contemporaneo. Gli studi negativi hanno occupato la scena per anni, mentre negli ultimi tempi è emerso un certo consenso. Indagini recenti hanno rilevato che la maggior parte delle persone comunica su Facebook o Instagram soprattutto con gli amici della vita reale e che, in questi casi, la connessione digitale riduce la depressione e accresce la percezione di supporto sociale.
Le interazioni online, del resto come quelle offline, sono più soddisfacenti se avvengono con qualcuno cui siamo molto legati.

I legami dormienti
I risultati di una ricerca condotta dalla Rutgers University, nel New Jersey, fanno pensare che la combinazione di varie modalità di interazione, dal telefono a WhatsApp, dalle e-mail ai messaggi via LinkedIn, possano addirittura rafforzare le amicizie. Non solo: mantengono vivi i legami dormienti.
I canali social ci darebbero la possibilità di restare in contatto con persone di cui avremmo altrimenti smarrito le tracce nel corso dell’esistenza. Compagni delle elementari, vecchi colleghi, parenti lontani.
In un certo senso, recuperiamo una natura delle relazioni che è svanita fin dagli albori della rivoluzione industriale, quando uomini e donne hanno cominciato ad abbandonare i villaggi d’origine per trasferirsi in città, perdendo di vista le figure con cui erano cresciute.
Più in là, gli studi elaboreranno in dati il come e il quando delle nostre interazioni online. È ancora presto per dire che cosa succederà quando la paura del Covid 19 sarà davvero finita, se il distanziamento sociale avrà portato a un avvicinamento social, se Instagram e Tik Tok avranno riempito o amplificato il vuoto lasciato dalle cene in compagnia. Intanto riprendiamoci gli amici. E parliamo, ridiamo.
Gli arabi hanno una parola bellissima, samar, che significa «sedersi insieme per narrare storie all’ora del tramonto». Torneremo a farlo.
(fonte: IOdonna, articolo di Eliana Liotta 10/07/2020)


30 luglio: Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani - 40 milioni di persone vittime nel mondo.






La tratta di esseri umani è un crimine che vede uomini, donne e bambini vittime di gravi forme di sfruttamento, tra le quali il lavoro forzato e lo sfruttamento sessuale. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stima che 21 milioni di persone siano vittime del lavoro forzato, qui ricomprese anche le vittime di sfruttamento sessuale.

Questo fenomeno riguarda tutti i paesi, siano essi paesi di origine, di transito o di destinazione delle vittime. Secondo il rapporto sul traffico di esseri umani dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), quasi un terzo delle vittime sono minori. Inoltre, il 71% del totale è costituito da donne e bambine. 
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Uomini, donne e bambini vittime di lavoro forzato, prostituzione, traffico di organi. Crimini che non si sono fermati con la pandemia e che vanno combattuti a tutti i livelli della società. Il cardinale sottosegretario del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale riflette sull'impegno della Chiesa e sull'urgenza di mettere in discussione comportamenti sociali che alimentano la "domanda" di sfruttamento

Si stima che circa 40 milioni di persone siano vittime nel mondo di tratta. Secondo il Rapporto sul traffico di esseri umani dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), quasi un terzo sono minori. Inoltre, il 71% del totale è costituito da donne e bambine. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) denuncia che 21 milioni di persone siano vittime di lavoro forzato, spesso collegato anche allo sfruttamento sessuale. C’è poi il drammatico fenomeno del traffico degli organi che sfugge alle stime, ma che resta un innegabile risvolto. Della drammaticità e della pervasività del fenomeno, che interessa tutti i Paesi, di origine, di transito o di destinazione delle vittime, abbiamo parlato con il cardinale Michael Czerny, sottosegretario della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale:

Intervista al cardinale Michael Czerny (audio e testo)

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La grande tristezza è che in questi mesi di pandemia si è assistito ad un terribile aumento della tratta e questo deve scandalizzarci. Mentre tutti noi - “i buoni” - siamo rinchiusi in casa, come mai la domanda aumenta e non diminuisce? 
Questo indica che le radici del problema si trovano nelle case, nel cuore delle persone, dei cittadini, di fratelli e sorelle che ci sono intorno. Questa connessione fra la tratta e la vita apparentemente normale di persone apparentemente normali è un grande scandalo che deve farci riflettere, chiedere perdono a Dio, per cercare la necessaria conversione per ridurre e eliminare la domanda che è il motore della tratta.
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L’esperienza di Thalita Khum in tempo di pandemia

Alla grande risposta della Chiesa alla piaga della tratta appartiene dunque l'esperienza di Talitha Kum, rete mondiale della vita consacrata impegnata contro la tratta di persone . Suor Gabriella Bottani, coordinatrice internazionale dell’organizzazione, sottolinea che le condizioni di vulnerabilità stanno aumentando e toccando un maggior numero di persone, soprattutto a causa di situazioni di povertà estrema che, a loro volta, facilitano l'attività dei trafficanti. Tra i principali gruppi colpiti vi sono le donne, i bambini, le minoranze etniche, i cittadini stranieri, soprattutto quelli senza documenti, e le popolazioni indigene. Oltre alla diffusione del virus, il principale fattore che contribuisce a incrementare tale vulnerabilità è la perdita del lavoro. Il mercato del lavoro è un settore chiave per i reclutatori al fine di trascinare le persone nella rete dello sfruttamento. Secondo i dati di Thalita Khum, la violenza domestica contro le donne e i bambini risulta in aumento. Pur non facendo parte del traffico in quanto tale, questa può causarlo indirettamente, perché la violenza domestica può costringere le persone ad accettare qualsiasi via di fuga. In aggiunta, alcune delle misure sociali e sanitarie attuate a livello mondiale per contenere il Covid-19 hanno avuto un impatto sui migranti, soprattutto quelli senza documenti e senza permesso di soggiorno. Tra questi ci sono molte vittime di tratta. La pandemia, peraltro, ha avuto effetti sul lavoro di Thalitha Kum: missionari e volontari si sono rivolti ai social media per continuare la missione mantenendo il contatto umano con le vittime della tratta in modo virtuale, e a tal fine si è resa necessaria una formazione specifica.

L’appello Caritas: misure urgenti e mirate

Il segretario generale di Caritas Internationalis, Aloysius John, afferma che “in questo momento di diffusione del Covid-19, le persone vulnerabili sono maggiormente a rischio di divenire vittime della tratta”. La Confederazione delle 162 Caritas nazionali e la rete anti-tratta cristiana sottolineano come il Covid-19 abbia focalizzato l'attenzione dei governi in ambito sanitario, impedendo tuttavia che potesse essere prestata sufficiente attenzione ai danni collaterali della pandemia globale, specialmente sui migranti e lavoratori informali, ora più esposti alla tratta e allo sfruttamento. Caritas Internationalis e Coatnet chiedono, dunque, misure urgenti e mirate per sostenere quanti lavorano in settori informali, tra cui i collaboratori domestici e gli operai agricoli e edili, tra i quali si trovano i lavoratori più vulnerabili, come ad esempio i migranti privi di documenti.

La denuncia di Save the children

Ben 10 milioni delle vittime di tratta nel mondo, ossia 1 su 4, hanno meno di 18 anni e, in un caso su 20, addirittura le vittime hanno meno di 8 anni. La forma più diffusa di sfruttamento resta quella sessuale (84,5 per cento) che vede principalmente come vittime donne e ragazze. Rispetto al totale, il 95 per cento ha un'età compresa tra i 15 e i 17 anni. Il fenomeno però resta prevalentemente sommerso e, con l'emergenza Covid-19, ha visto trasformare alcuni modelli tipici della tratta e dello sfruttamento dei minori. I gruppi criminali dediti allo sfruttamento sessuale in particolare, sottolinea Save the Children, sono stati ovunque rapidissimi nell'adattare il loro modello operativo attraverso l'uso intensivo della comunicazione online e dello sfruttamento nelle case, "indoor", e il lockdown ha costretto le istituzioni e le organizzazioni non governative ad affrontare maggiori difficoltà nelle attività di prevenzione e supporto alle vittime. Inoltre, dai dati di Save the children emerge che in Europa, è boom di pedopornografia.

Onu: un percorso di consapevolezza e di intenti
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"Il cuore libero di Santa Sofia" di Enzo Bianchi

Il cuore libero di Santa Sofia
di Enzo Bianchi

La Repubblica - Altrimenti
27 luglio 2020

Dallo scorso venerdì Aghia Sophia, straordinario tempio al quale credenti cristiani e musulmani riconoscono una particolare santità, è ridiventato moschea. È un’umiliazione per la minoranza cristiana ortodossa in Turchia, ma anche per tutti i cristiani del mondo.

Santa Sofia, ricostruzione della basilica costantiniana, dal 537 al 1453 fu la “grande chiesa” al centro del cristianesimo orientale, sede del patriarca di Costantinopoli, luogo di celebrazione di alcuni concili ecumenici. Per l’ortodossia è stato il cuore della fede e della missione, ed è significativo che alla fine del primo millennio gli inviati del principe Vladimir di Kiev trovarono nella bellezza di questa chiesa e nella gloriosa liturgia ivi celebrata motivi per scegliere la fede cristiana.

Non va però dimenticato che i primi a profanare e saccheggiare questa chiesa furono i cristiani latini, durante la IV Crociata, trasformandola in una cattedrale romana cattolica (1204-1261). Con la caduta di Costantinopoli, nel 1453 Santa Sofia fu convertita in moschea: presto si aggiunsero i minareti, mentre i mosaici parietali raffiguranti Cristo, Maria e i santi vennero distrutti o intonacati. I cristiani però continuarono a rivendicare Santa Sofia e anche la chiesa cattolica con il cardinale Gasparri, Segretario di Stato di Benedetto XV, tentò di farne una cattedrale cattolica. Nel 1935 il fondatore della repubblica turca, Kemal Ataturk, in nome della laicità decise di trasformare questo edificio in museo aperto a milioni di visitatori: un atto di rappacificazione tra fedi sovente in conflitto.

Non posso dimenticare quante volte sono entrato a Santa Sofia, cercando nei mosaici nuovamente scoperti il volto di Cristo, di Maria e dei padri, tra i quali, molto evidente, Giovanni Crisostomo. Certo, non si poteva pregare pubblicamente ma il cuore era libero di vivere emozioni contrastanti: meraviglia, dolore, nostalgia e speranza… Anche Benedetto XVI, visitando Santa Sofia, ha sostato in un silenzio commosso.

Recentemente il presidente turco Erdogan ha deciso di riconvertire Santa Sofia in moschea. Il patriarca ecumenico Bartholomeos ha protestato con parole cariche di dolore, preoccupato che questo gesto possa seminare discordia tra cristiani e musulmani. Si è detto addolorato il papa e hanno fatto sentire il loro vibrante disaccordo altri patriarchi d’oriente, tra i quali il russo Kirill, nonché il metropolita Ilarione, ma con parole di dialogo e di pacificazione.

I mosaici cristiani sono stati nuovamente coperti in occasione della preghiera del venerdì, inno a una mortificante riconquista. Santa Sofia potrà non essere motivo di conflitti? E mentre questo edificio ridiventa moschea, in Europa bruciano le cattedrali: Notre-Dame di Parigi, quella dei santi Pietro e Paolo di Nantes, altre chiese recentemente… Dobbiamo esserne consapevoli: anche questo è un segno, un’apocalisse per questa Europa astenica e silente e per tutti i cristiani. Certo, essi possono fare a meno di chiese di pietra, ma sono anche cittadini europei che non possono rinunciare ai segni della loro storia e cultura.

Pubblicato su: La Repubblica
(fonte: Bose 28/07/2020)


mercoledì 29 luglio 2020

Sette anni fa il rapimento di padre Paolo Dall’Oglio - «Paolo Dall’Oglio, mio fratello: non tradite gli scomparsi in Siria come lui»

Sette anni fa il rapimento in Siria di padre Paolo Dall’Oglio. 

Il 29 luglio 2013 sparì a Raqqa, città siriana dove sembra che si fosse recato per negoziare la liberazione di ostaggi in mano agli estremisti islamici. 
Servizio TG2000 di Maurizio Di Schino 


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«Paolo Dall’Oglio, mio fratello:
non tradite gli scomparsi in Siria come lui»

Rapito 7 anni fa, ora la sorella ne parla in un film. Per ricordare i 100 mila desaparecidos siriani


«Ayouni» in arabo significa letteralmente «i miei occhi» ma è un’espressione usata nel linguaggio degli affetti per dire «amore mio», non solo tra innamorati ma anche tra fratelli. È il titolo del docufilm di Yasmin Fedda, che ha accompagnato per sei anni due donne nella ricerca della verità sui loro cari. Una di loro è Immacolata Dall’Oglio, sorella di Padre Paolo, il gesuita che appoggiò la rivoluzione e perciò fu cacciato dalla Siria dove aveva vissuto per 30 anni come monaco; il 29 luglio 2013 sparì a Raqqa, città siriana dove sembra che si fosse recato per negoziare la liberazione di ostaggi in mano agli estremisti islamici. L’altra è Noura Safadi, che cerca dal 2012 il marito Bassel, informatico che diffondeva i video delle proteste anti-regime: erano «gli sposi della rivoluzione».

«Yasmin ha dato la parola a noi per dar voce a tutti gli altri scomparsi», spiega al Corriere Immacolata Dall’Oglio a sette anni dal sequestro del fratello. Si stima che le sparizioni forzate siano 100mila in nove anni di guerra, accanto ai 380mila morti e ai 13,5 milioni di rifugiati e sfollati.

Il film mette a fuoco «quello che l’opinione pubblica corre il rischio di dimenticare, e cioè l’inizio sincero, coraggioso, generoso, della rivoluzione del popolo siriano, che ha perso il meglio della sua gioventù, come diceva Paolo, nelle carceri del regime, sotto le bombe, nei campi profughi, in mano all’Isis, lungo la rotta balcanica e nel Mediterraneo — sottolinea la sorella —. Bassel è stato vittima del regime; Paolo è stato rapito non sappiamo da chi ma chiunque sia stato, alla radice della violenza c’è la stessa negazione dei diritti di libertà, di parola, di confronto».

La pellicola racconta l’attesa, l’incertezza, il bisogno di risposte concrete di chi ha visto sparire forzatamente una persona cara. Immacolata ha conosciuto la regista nel 2014 nel Kurdistan iracheno, dove con il marito si era recata per avvicinarsi il più possibile al fratello scomparso visitando il monastero in cui lui aveva trovato accoglienza, non potendo tornare in Siria. «Yasmin ha preso per mano me e Noura, ci ha accompagnate nella ricerca». Quasi ogni anno si sono incontrate, per aggiungere un tassello. «E non si riusciva a mettere la parola fine al film, non ci riusciva Yasmin per prima. Poi ha scelto di farlo dopo la comunicazione ufficiale che Bassel era stato ucciso nelle carceri siriane e dopo un evento a Berlino con l’associazione Families for Freedom, quando il ritratto di Paolo è stato collocato su un autobus rosso partito da Londra, insieme a quelli di tante persone detenute o scomparse. Per me è stata un’esperienza profonda di piccolezza — spiega Immacolata — perché la mia è una storia privilegiata. Ognuna di quelle donne, a partire da Noura, ha pagato duramente. Ho chiarissimo il volto fiero di una giovane che era stata incarcerata lei stessa, ricordo gli occhi verdi di una intensità infinita di una ragazza scappata con la madre: il papà non le aveva seguite, non poteva abbandonare il suo popolo. Quando abbiamo messo Paolo, col suo ritratto, su quel pullman, accanto ai volti di sei bambini fatti sparire insieme al padre, sapevo che mio fratello stava al suo posto».

Paolo è «nato nove anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, è stato giovane a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70, ed è un figlio del Concilio Vaticano II, che credeva nel dialogo religioso come condivisione della profondità dell’esperienza di fede». La fine della sua storia, come le altre, resta sospesa. «Per Paolo è tutto aperto, e noi siamo disponibili a tenerlo aperto. Inoltre resta la necessità di attribuire delle responsabilità. Si sta facendo un processo importante in Germania contro alcuni crimini del governo siriano, ma che tipo di supporto internazionale è stato dato a chi opera sul campo per dare un volto alle persone nelle fosse comuni di Raqqa? Yasmin ha chiuso il film perché non aveva alternative, ma sette anni dopo le questioni sono tutte aperte». Come il disastro siriano: i profughi, la fame e ora anche il Covid. «Se li dimentichiamo, l’umanità non andrà avanti».

Il docufilm

Mercoledì 29 luglio, alle 21.30, nella sala virtuale del cinema «La Compagnia» (la casa del documentario dalla Regione Toscana, informazioni a questo link) va in onda Ayouni di Yasmin Fedda. L’evento è promosso dal festival Middle East Now, come anteprima della prossima edizione che si svolgerà dal 6 all’11 ottobre a Firenze. Il film sarà visibile on demand fino al 31 agosto.
(fonte: Corriere della Sera, articolo di Viviana Mazza 28/07/2020)


Santa Marta - Lasciar fare ... al Maestro non importa che si lavori per Lui ma che si lavori con Lui - di Antonio Savone

Santa Marta - Lasciar fare ...
al Maestro non importa che si lavori per Lui 
ma che si lavori con Lui
di Antonio Savone

Ci sono case che frequentiamo più che volentieri, soprattutto quando in esse si gioisce della nostra presenza o quando vi riconosciamo persone che per noi sono particolarmente significative. Oggi il vangelo ce ne indica una verso la quale affrettare i nostri passi più spesso di quanto facciamo così da ritrovare il senso di tante nostre cose. È la casa di Marta, Maria e Lazzaro. Una casa verso la quale lo stesso Gesù più volte ha diretto i suoi passi ricercando il conforto dell’amicizia. Sarà stato così anche quel giorno. Avrà avuto bisogno anche lui di fermarsi mentre era in cammino con i suoi discepoli. Persino Gesù ha conosciuto la sosta e la necessità di un conforto.

Quella che si presenta davanti a noi è una scena domestica con parole domestiche, non religiose. In quella casa Gesù trova una pronta accoglienza. Marta è davvero una persona che sa accogliere generosamente. La sua è una casa aperta: Gesù sa di potervisi recare con libertà. È di casa, noi diremmo. Ci tornerà anche prima della passione.

Tuttavia Marta ha un difetto di prospettiva: è talmente presa dalle sue cose da preoccuparsene più di quanto non si occupi di colui al quale le sue azioni sarebbero indirizzate. Ecco l’errore di Marta. Il rimprovero che Gesù le usa, vorrebbe portarla a scoprire che, in fondo, si sta dedicando a se stessa. Troppo presa dal bisogno di fare, non ha compreso che c’è altro da fare: lasciar fare.

Maria non sente il bisogno di fare nulla: è solo intenta ad ascoltare la parola dell’amico che le ha visitate. A lei sta a cuore non ciò che bisogna fare perché l’altro stia bene, ma aprirsi al dono che l’altro è e rappresenta per la sua vita. Ha capito anzitutto che con quell’uomo sono superate persino le convenzioni sociali che volevano che una donna non potesse stare nella stanza riservata agli uomini, figuriamoci poi farsi discepola di un rabbi. L’essersi messa in ascolto dell’amico ha fatto sì che Maria bruciasse ogni ostacolo.

E com’è ovvio Marta si lamenta di questo evidente disinteresse della sorella per i doveri di una donna. Addirittura rimprovera l’amico perché non si cura del fatto che lei sia stata lasciata sola. Mai parole più vere sulla bocca di Marta. Marta è sola. Non si è accorta che quanto sta facendo non solo la distoglie dall’amico e da sua sorella ma persino da se stessa.

Tutto era cominciato molto bene nel segno di una accoglienza premurosa: al centro c’era l’amico e ciò che bisognava fare per lui. In quel quadro armonioso in cui ciascuna delle sorelle mette Gesù al centro della propria attenzione qualcosa si rompe quando Marta dapprima sposta lo sguardo da Gesù a Maria e a ciò che non sta facendo per poi finire di mettere al centro se stessa e la sua solitudine. Lc, molto finemente, annota che Marta si fece avanti. Tutto è capovolto: Marta ha messo al centro il suo punto di vista. Non ce n’è altri. E vuole che persino Gesù faccia in modo che prevalga il suo punto di vista.

Pur dandosi da fare nel servire, Marta osserva se stessa, per questo si agita. Paradossalmente, proprio il suo servire Gesù finisce per allontanarla da lui: pur lavorando per l’amico non si cura di averlo lasciato in disparte convinta di sapere già in partenza ciò che egli potrebbe gradire. Maria non guarda se stessa, guarda l’amico: al centro c’è lui e la sua parola, la sola che pur nella molteplicità delle cose da fare consente di non essere interiormente divisi.

Al Maestro non importa che si lavori per lui ma che si lavori con lui.

Di una cosa sola c’è bisogno. E io per che cosa mi sto dando da fare? È davvero la cosa giusta ciò che sto facendo?

Il problema non è scegliere una realtà particolare facendo la quale si è al sicuro, mentre chi sceglie altro è ad un livello inferiore. Il problema, semmai, tanto per chi sceglie la preghiera quanto per chi fa dell’altro, è non smettere di rimanere discepoli. Quello che sto facendo ora – qualunque cosa essa sia – lo sto vivendo da discepolo di nuovo bisognoso di ripartire dal Maestro o son convinto di sapere già in partenza in che modo viverlo?
(fonte: A casa di Cornelio 28/07/2020)

L’appello di Papa Francesco "Non lasciateli soli" - Il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita avvia la campagna “Ogni anziano è tuo nonno”

Non lasciateli soli

Il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita rilancia l’appello del Papa affinché i giovani si prendano cura degli anziani specie nella pandemia



Nell’alleanza tra le generazioni indicata da Francesco c’è il ricordo di nonna Rosa e, poi, il rapporto con Benedetto XVI

«Non lasciateli soli!». Premuroso e preoccupato, il Papa fa proprie le difficoltà dei più deboli in questo tempo segnato dalla pandemia, e pensa ai tanti anziani che, nelle maglie del distanziamento sociale, rischiano di precipitare nella solitudine e nell’abbandono. In loro soccorso il Pontefice ha chiamato a raccolta i giovani, che considera collaboratori privilegiati in questa opera, invitandoli «a compiere un gesto di tenerezza verso gli anziani, — ha detto all’Angelus di domenica 26 luglio — soprattutto i più soli, nelle case e nelle residenze, quelli che da tanti mesi non vedono i loro cari. Cari giovani, ciascuno di questi anziani è vostro nonno!».

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L’appello è stato immediatamente raccolto dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, che sul sito (www.laityfamilylife.va) ha avviato la campagna “Ogni anziano è tuo nonno”. Un’iniziativa che, per coinvolgere maggiormente le nuove generazioni, si affida anche alla diffusione su tutti i canali social dell’hashtag #sendyourhug «manda il tuo abbraccio». Nel rispetto delle norme sanitarie in vigore nei diversi Paesi, l’invito è quello, molto concreto, fatto dal vescovo di Roma: «Usate la fantasia dell’amore, fate telefonate, videochiamate, inviate messaggi, ascoltateli e, dove possibile nel rispetto delle norme sanitarie, andate anche a trovarli. Inviate loro un abbraccio». I post più significativi saranno poi rilanciati dal portale. Già, del resto, si legge in un comunicato del Dicastero, in questi mesi molte Conferenze episcopali, associazioni e singoli fedeli, proprio con «la fantasia dell’amore» hanno trovato il modo per far giungere agli anziani soli la vicinanza della comunità ecclesiale. Ora, si aggiunge, «laddove ciò sia possibile — o quando l’emergenza sanitaria lo permetterà — invitiamo i giovani a rendere ancora più concreto l’abbraccio, andando a trovare gli anziani di persona».

Quello di Francesco è stato un appello forte e al tempo stesso fiducioso da parte di chi sente e vive un profondo legame con le giovani generazioni. Egli stesso, in fondo, si sente un nonno al quale i nipotini possono rivolgersi in qualsiasi momento: come quando durante il viaggio nelle Filippine nel gennaio 2015 la folla lo chiamava Lolo Kiko (“nonno Francesco”) e lui, più volte, si disse contento di tale familiarità.

Già, familiarità. Alla base di questa premura c’è, infatti, una realtà che, sin dall’inizio del pontificato, Bergoglio ha posto come centrale nel suo magistero, quella della famiglia. In essa, in particolare, egli ha costantemente sottolineato l’importanza di un ponte tra le generazioni, di un’alleanza di vita per la quale i giovani portano avanti i sogni degli anziani, i nipoti costruiscono il futuro sulle radici salde dei valori ereditati dai nonni. Di fronte a una società che giudica l’anziano un peso, un elemento improduttivo, uno scarto, il Papa è instancabile nel proporre la “ricchezza di anni” come un bene prezioso per l’intera comunità.

Gli anziani sono la saggezza della famiglia, non certo un peso inutile; e attraverso la loro esperienza e la loro memoria possono dare un contributo alla vita della società. Concetti ribaditi a più riprese, nelle omelie, nelle catechesi, durante i viaggi e le visite pastorali, o nel recente Sinodo dedicato ai giovani. Ma mai affidandosi a ragionamenti teorici. Quando Francesco parla di questo rapporto tocca sempre la carne della vita, ricorda aneddoti, visualizza con le parole ciò che emerge dalla quotidianità. E usa immagini concrete, come quella eloquente dell’albero che se staccato dalle radici non cresce, non dà fiori né frutti. «Quello che l’albero ha di fiorito, viene da quello che ha di sotterrato», ha detto domenica scorsa citando i versi del poeta argentino Francisco Luis Bernárdez (1900-1978).

Quante volte il Pontefice ha accennato, con discrezione e tenerezza, al rapporto che lo legava alla cara nonna Rosa? A come lei regalasse perle di saggezza e di buon senso al nipotino; a come da lei egli abbia imparato a pregare? In un’occasione spiegò: «Le parole dei nonni hanno qualcosa di speciale per i giovani. Anche la fede si trasmette così, attraverso la testimonianza degli anziani che ne hanno fatto il lievito della loro vita. Io lo so per esperienza personale. Ancora oggi porto sempre con me, nel breviario, le parole che mia nonna Rosa mi consegnò per iscritto il giorno della mia ordinazione sacerdotale; le leggo spesso e mi fa bene». E quante volte, trasferendo queste immagini familiari a quella che è la famiglia della Chiesa, Francesco ha parlato di Benedetto XVI, il Papa emerito, come di un nonno affidabile e sapiente? «È come avere — disse in un’intervista — il nonno saggio a casa».

«Ogni anziano è tuo nonno»: l’appello del Papa, nella contingenza di un periodo così difficile per l’intera società, fa riemergere questo tesoro e rilancia quel ponte fra le generazioni, quel prezioso nesso fra radici e futuro che dona speranza all’umanità. Perché — come disse il Pontefice lo scorso febbraio ai partecipanti al congresso «La ricchezza degli anni», organizzato proprio dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita — bisogna guardare gli anziani «con occhi nuovi», perché anche essi, come i giovani e accanto ai giovani, «sono il presente e il domani della Chiesa».

(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Maurizio Fontana 28/07/2020)


martedì 28 luglio 2020

“Pronto è la signora Cinzia? Sono Papa Francesco” Papa Francesco mi ha dato gioia. Parlare con lui è stata una carezza ...

“Pronto è la signora Cinzia? Sono Papa Francesco”  
Papa Francesco mi ha dato gioia. 
Parlare con lui è stata una carezza ... 


Al telefono con Papa Francesco: un barlume di felicità (AUDIO)


“Sono le 16.20 quando squilla il cellulare domenica pomeriggio. Numero sconosciuto. Erano giorni che ricevevo questa chiamata ma non rispondevo mai in tempo. Incuriosita rispondo subito e dall’altra parte una voce molto dolce mi dice “Pronto è la signora Cinzia? Sono Papa Francesco”.


Nell’audio l’emozione di Cinzia 

Le emozioni

Ero emozionatissima, non me lo aspettavo. Mi sono sentita come una bambina spaesata.

La per là ho pensato che fosse uno scherzo, gliel’ho detto e lui mi ha tranquillizzata subito dicendomi “tutti quanti pensano sia uno scherzo quando chiamo”, ma la voce era la sua”. Ancora con la voce tremante e la gioia nel cuore Cinzia Desiati racconta in esclusiva ad Interris il suo incontro telefonico con Papa Francesco. Cinzia è la mamma di Fabrizio Di Bitetto, il ragazzo di Roma che lo scorso 5 ottobre a soli 21 anni, ha perso la vita durante un incidente stradale nella zona Eur di Roma. Fabrizio era un ragazzo come tanti, dai sani principi e valori, amava la vita. Aveva da poco finito il servizio civile prima del maledetto incidente ed era in procinto di scegliere che percorso di studi intraprendere di lì a poco.


La lettera a Papa Francesco

“Non sono stati mesi facili e all’inizio del mese di luglio ho preso coraggio e ho deciso di scrivere una lettera al Papa. In quel fiume di parole gli ho raccontato chi era Fabrizio facendo una sintesi della mia situazione familiare. Ho allegato anche una foto di mio figlio e ho concluso dicendo che il mio desiderio è quello di incontrarlo.

Ovviamente ho inserito anche il numero di telefono, la mail e l’indirizzo di casa e lui ha scelto il mezzo più caldo per raggiungermi” ha raccontato Cinzia. – Io ho qui davanti la foto di Fabrizio – mi ha detto il Santo Padre, a quel punto mi sono tranquillizzata -. Come sta? E come sta suo marito? -. Abbiamo parlato di Fabrizio e mi ha detto che queste disgrazie non dovrebbero accadere”.

Lo smarrimento

“Gli ho raccontato di come questo avvenimento avesse stravolto la vita di tutti quanti noi e gli ho confidato che mio marito aveva perso la fede. Lui mi ha rincuorata dicendo “Lo capisco. È normale che succeda”. Con le parole di un padre mi ha ripetuto più volte che comprendeva l’atteggiamento di mio marito senza condannarlo, anzi lo ha compreso giustificando il suo atteggiamento dovuto al forte dolore provato”.

Quando gli ho chiesto di incontrarlo mi ha detto – quando sarà possibile faremo quest’incontro, intanto io prego e pregherò per la sua famiglia, voi però dovete pregare per me -. Io gli ho detto che prego sempre per lui e mi ha ringraziato per questo gesto spontaneo”.



La fede che vacilla

“Anche la mia fede ha vacillato. Ho riversato il mio dolore sul Signore. Ho tolto tutti i crocifissi ma mi sono aggrappata alla figura della Madonnina perché lei ha vissuto il mio stesso dolore. L’otto dicembre, però, quando purtroppo si avvicinava il periodo del Natale ed eravamo in condizioni disperate mi sono fatta coraggio per affrontare le feste e viverle da cristiana anche se mi sarei voluta addormentare e svegliare il sette gennaio direttamente.

Il ritorno in Chiesa

Così ho rimesso piede in Chiesa. Durante la messa ho soltanto pianto, e ho iniziato un mio percorso interno che mi ha riavvicinata alo Signore. A quel punto ho rimesso tutti i simboli religiosi in casa. Ho capito che il Signore non è cattivo, è successo a Fabrizio come succede purtroppo a tantissimi giovani.

Sono dolori che fanno parte della vita. Quando nasciamo dobbiamo sapere che la vita può essere costellata di dolori. Io fino al 4 ottobre sono stata una donna molto fortunata, ho avuto tanto dalla vita e poi si è presa tutto con gli interessi”.

Il sostegno del Papa

Quando ho chiuso la telefonata ho sorriso, finalmente un segno di serenità sul mio volto. Papa Francesco mi ha dato gioia. Parlare con lui è stata una carezza come se me l’avesse fatta Fabrizio. Ho provato una sensazione bellissima, mi ha fatto tornare un sorriso sulle labbra che non provavo dal 4 ottobre”.


Tuo marito come ha vissuto questo momento?

“Mio marito durante la chiamata ha ascoltato, ma non è riuscito a parlare. Alla fine della chiamata però anche sul suo viso c’era un barlume di serenità ecco non dico di felicità perché è una parola troppo grande. Però serenità si, forse era meravigliato magari non pensava di ricevere questa telefonata e devo dire che entrambi eravamo stupiti.

Penso che ricorderemo per sempre questo momento. Segno questa data sul calendario e spero di incontrarlo di persona veramente al più presto”.

C’è qualcosa che avresti voluto dirgli che non sei riuscita a dire?

Avrei voluto dire tante cose solo che l’emozione mi ha fatto un brutto scherzo. Avrei voluto chiedergli perché secondo lui sia accaduto tutto questo, sapere se mio figlio si trova in paradiso, vorrei una preghiera speciale affinché Fabrizio potesse avere il suo posto lì. Sarei stata al telefono tanto tempo se avessi cominciato ad analizzare tutto dal punto di vista razionale. Ma ero troppo emozionata e non ci sono riuscita, lui ha solo detto che queste disgrazie non dovrebbero capitare ed io ho avuto una sensazione strana, come se Fabrizio avesse realizzato lui questo incontro

La ricorrenza di Sant’Anna

Domenica, inoltre, quando mi ha telefonato era il giorno di Sant’Anna, una giornata particolare. Lei è la protettrice di tutte le mamme e proprio al mattino avevo ricevuto una foto dove c’era scritto “26 luglio, festa di Sant’Anna. Proteggi tutte le mamme e dà loro la forza di non arrendersi”. Nel pomeriggio ricevo la telefonata e non penso sia stato casuale. Penso che sia stato Fabrizio a farmi ricevere questa chiamata proprio oggi che è la giornata dedicata alle mamme. È come se lui attraverso il Papa avesse voluto dire – mamma devi continuare ad essere forte e non arrenderti, te lo dice anche il Papa. Chi più di lui?– .
(fonte: IN TERRIS, articolo di Rossella Avella 28/07/2020)


A sette anni dalla scomparsa di p. Paolo Dall'Oglio. Quando la speranza non tace mai


A sette anni dalla scomparsa di p. Paolo Dall'Oglio. 
Quando la speranza non tace mai


Caro Paolo,

un giorno "come il 29 luglio", di sette anni fa - anche se tragicamente diverso per te e per tutti noi - sei scomparso e siamo rimasti tutti, da subito, più soli, dilaniati e sconvolti. E lo sono tuttora anche le migliaia di persone che cominciarono a conoscerti da quel momento in poi.
Paolo caro, ci manchi, tanto!. Manchi a coloro che ti hanno conosciuto e anche a coloro che ti scoprirono dopo che "non c'eri più".

Noi cristiani tutti. e non solo noi, sentiamo da sette anni un vuoto terribile che solo l'intenso e sincero ricordo della tua opera e del tuo pensiero ci aiuta a lenire. Poi il tuo ricordo, alla fine, segue le orme della preghiera e ognuno di noi ti accompagna con questa preghiera che non è altro che la infinita tenerezza del Signore. L’unico momento quando la speranza non tace.

***

Le cronache giornalistiche ci ricordano che mercoledì 29 luglio, a sette anni dal tuo “sequestro” a Raqqa, si terrà nella sede della Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana - Corso Vittorio Emanuele 349, Roma, ore 11) una conferenza stampa "per ricordare l'opera e i lati oscuri" di padre Dall'Oglio.
Intervengono:
- Francesca Dall’Oglio, sorella maggiore di padre Paolo,
- Paolo Ruffini, il prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede,
- David Sassoli, in collegamento, presidente del Parlamento europeo,
- P. Federico Lombardi, Presidente della Fondazione Ratzinger,
- Andrea Monda, Direttore dell’Osservatore Romano
- Camillo Ripamonti, il presidente e il segretario della Fnsi
- Giuseppe Giulietti e Raffaele Lorusso, il segretario dell’UsigRai, Vittorio Di Trapani, la portavoce di Articolo21, Elisa Marincola. 

Coordina il fondatore dell’associazione giornalisti amici di padre Dall’Oglio, Riccardo Cristiano.

(fonte: Il Sismografo 24/07/2020)


"Il conto del presidente" di Tonio Dell'Olio

Il conto del presidente
di Tonio Dell'Olio

Mosaico dei giorni -27 luglio 2020 - 


Di tutta l'inchiesta giudiziaria che interessa il presidente della regione Lombardia non mi scandalizza tanto l'intrigo che vede coinvolta lui e parte della sua famiglia con un "conflitto d'interessi molto interessato" su cui indagherà la magistratura, quanto il conto svizzero. 
Un conto condonato per il rientro da un paradiso ancor più paradisiaco nelle Bahamas. Un conto per il quale non ho sentito levarsi voci scandalizzate ma che francamente, quanto meno non è di buon esempio da parte di chi, per le politiche da mettere in campo nella propria regione, utilizza i soldi dei contribuenti italiani da cui lui si tira egregiamente fuori.

Egregio, infatti, ci ricordava Mons. Luigi Bettazzi l'8 luglio scorso con una lettera aperta agli evasori fiscali, vuol dire "fuori, al di sopra del gregge". Non è di buon esempio perché, fa notare sempre Bettazzi: "Questa è una grossa ingiustizia: quanto viene portato fuori dalla nazione è stato raggranellato con il lavoro dei concittadini e utilizzando le leggi (e le sottigliezze) dello Stato. È triste pensare che la nazione vi abbia fatti crescere e sviluppare fino al punto di poterla tradire". 

Prima ancora che l'inchiesta in corso è questo che ci offende sul piano etico. E dire che a Varese, città del presidente, tutto questo è normale, significa cucire una toppa peggiore del buco.