domenica 31 dicembre 2017

«Tutti i genitori sono custodi della vita dei figli, non proprietari, e devono aiutarli a crescere, a maturare.» Papa Francesco Angelus 31/12/2017 (testo e video)


FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA DI NAZARETH
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 31 dicembre 2017


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa prima domenica dopo il Natale, celebriamo la Santa Famiglia di Nazaret, e il Vangelo ci invita a riflettere sull’esperienza vissuta da Maria, Giuseppe e Gesù, mentre crescono insieme come famiglia nell’amore reciproco e nella fiducia in Dio. Di questa fiducia è espressione il rito compiuto da Maria e Giuseppe con l’offerta del figlio Gesù a Dio. Il Vangelo dice: «Portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore» (Lc 2,22), come richiedeva la legge mosaica. I genitori di Gesù vanno al tempio per attestare che il figlio appartiene a Dio e che loro sono i custodi della sua vita e non i proprietari. E questo ci fa riflettere. Tutti i genitori sono custodi della vita dei figli, non proprietari, e devono aiutarli a crescere, a maturare.

Questo gesto sottolinea che soltanto Dio è il Signore della storia individuale e familiare; tutto ci viene da Lui. Ogni famiglia è chiamata a riconoscere tale primato, custodendo ed educando i figli ad aprirsi a Dio che è la sorgente stessa della vita. Passa da qui il segreto della giovinezza interiore, testimoniato paradossalmente nel Vangelo da una coppia di anziani, Simeone e Anna. Il vecchio Simeone, in particolare, ispirato dallo Spirito Santo dice a proposito del bambino Gesù: «Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione […] affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (vv. 34-35).

Queste parole profetiche rivelano che Gesù è venuto per far cadere le false immagini che ci facciamo di Dio e anche di noi stessi; per “contraddire” le sicurezze mondane su cui pretendiamo di appoggiarci; per farci “risorgere” a un cammino umano e cristiano vero, fondato sui valori del Vangelo. Non c’è situazione familiare che sia preclusa a questo cammino nuovo di rinascita e di risurrezione. E ogni volta che le famiglie, anche quelle ferite e segnate da fragilità, fallimenti e difficoltà, tornano alla fonte dell’esperienza cristiana, si aprono strade nuove e possibilità impensate.

L’odierno racconto evangelico riferisce che Maria e Giuseppe, «quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva – dice il Vangelo – e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (vv. 39-40). Una grande gioia della famiglia è la crescita dei figli, tutti lo sappiamo. Essi sono destinati a svilupparsi e fortificarsi, ad acquisire sapienza e accogliere la grazia di Dio, proprio come è accaduto a Gesù. Egli è veramente uno di noi: il Figlio di Dio si fa bambino, accetta di crescere, di fortificarsi, è pieno di sapienza e la grazia di Dio è sopra di Lui. Maria e Giuseppe hanno la gioia di vedere tutto questo nel loro figlio; e questa è la missione alla quale è orientata la famiglia: creare le condizioni favorevoli per la crescita armonica e piena dei figli, affinché possano vivere una vita buona, degna di Dio e costruttiva per il mondo.

È questo l’augurio che rivolgo a tutte le famiglie oggi, accompagnandolo con l’invocazione a Maria, Regina della Famiglia.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

esprimo la mia vicinanza ai fratelli Copti Ortodossi d’Egitto, colpiti due giorni fa da due attentati a una chiesa e a un negozio nella periferia del Cairo. Il Signore accolga le anime dei defunti, sostenga i feriti, i familiari e l’intera comunità, e converta i cuori dei violenti.

Oggi rivolgo un saluto speciale alle famiglie qui presenti, e anche a quelle che partecipano da casa. La Santa Famiglia vi benedica e vi guidi nel vostro cammino.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini; in particolare, i gruppi parrocchiali, le associazioni e i giovani. Non dimentichiamoci in questa giornata di ringraziare Dio per l’anno trascorso e per ogni bene ricevuto. E ci farà bene, a ognuno di noi, prendere un po’ di tempo per pensare quante cose buone ho ricevuto dal Signore quest’anno, e ringraziare. E se ci sono state delle prove, delle difficoltà, ringraziare anche perché ci ha aiutato a superare quei momenti. Oggi è una giornata di ringraziamento.

A tutti auguro una buona domenica e una serena fine d’anno. Vi ringrazio ancora dei vostri auguri e delle vostre preghiere: e continuate per favore a pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Preghiera di fine anno


Per questo ultimo giorno dell'anno proponiamo la preghiera scritta da Arley Tuberqui, non un grande teologo o un poeta famoso, ma solo un giovane contadino sudamericano.



Signore,
alla fine di questo anno voglio ringraziarti
per tutto quello che ho ricevuto da te,
grazie per la vita e l’amore,
per i fiori, l’aria e il sole,
per l’allegria e il dolore,
per quello che è stato possibile
e per quello che non ha potuto esserlo.

Ti regalo quanto ho fatto quest’anno:
il lavoro che ho potuto compiere,
le cose che sono passate per le mie mani
e quello che con queste ho potuto costruire.

Ti offro le persone che ho sempre amato,
le nuove amicizie, quelli a me più vicini,
quelli che sono più lontani,
quelli che se ne sono andati,
quelli che mi hanno chiesto una mano
e quelli che ho potuto aiutare,
quelli con cui ho condiviso la vita,
il lavoro, il dolore e l’allegria.

Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono
per il tempo sprecato, per i soldi spesi male,
per le parole inutili e per l’amore disprezzato,
perdono per le opere vuote,
per il lavoro mal fatto,
per il vivere senza entusiasmo
e per la preghiera sempre rimandata,
per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi,
semplicemente… ti chiedo perdono.

Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità,
tuo è l’oggi e il domani, il passato e il futuro,
e, all’inizio di un nuovo anno,
io fermo la mia vita 
davanti al calendario ancora da inaugurare
e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.

Oggi ti chiedo per me e per i miei 
la pace e l’allegria,
la forza e la prudenza,
la carità e la saggezza.

Voglio vivere ogni giorno con ottimismo e bontà,
chiudi le mie orecchie a ogni falsità,
le mie labbra alle parole bugiarde ed egoiste
o in grado di ferire,
apri invece il mio essere a tutto quello che è buono,
così che il mio spirito si riempia solo di benedizioni
e le sparga a ogni mio passo.

Riempimi di bontà e allegria
perché quelli che convivono con me
trovino nella mia vita un po’ di te.

Signore, dammi un anno felice
e insegnami e diffondere felicità.

Nel nome di Gesù, amen.


Il grazie al Signore di sette missionari dai cinque continenti

Lo speciale “grazie” di frère Alois e dei missionari nel mondo

Dalla Francia alla Siria, dalla Mongolia alla Nigeria, dal Brasile al Benin alle Isole Salomone: il Te Deum della Chiesa per l’anno appena trascorso

Il 31 dicembre il Pontefice, insieme a tutta la Chiesa, celebra i primi vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio ed eleva l’inno di ringraziamento al Signore, il Te Deum. 

A Vatican Insider raccontano di cosa – quest’anno – vogliono rendere grazie al Signore sette persone che vivono nei cinque continenti: Ibrahim Alsabagh, vicario episcopale di Aleppo (Siria), Luciano Capelli, vescovo della diocesi di Gizo (Isole Salomone), Francesca Federigi, clarissa a Ijebu-Ode (Nigeria), Alois Loeser, priore della comunità di Taizé (Francia), Giorgio Marengo missionario a Arvaiheer (Mongolia), Fiorenzo Priuli, missionario a Tanguità (Benin), Nello Ruffaldi, missionario a Oiapoque (Brasile). 

Il loro personale Te Deum rivela il grembo ospitale della Chiesa nel quale possono trovare riparo e riprendere vita quanti aspettano il tocco della tenerezza e della misericordia di Dio e gesti di liberazione dal male. Questi racconti di ringraziamento mostrano ciò che tiene in vita tutti gli esseri umani: sono le infinite forme della custodia, dell’accudimento e della dedizione affidabile che si compiono ogni giorno da un capo all’altro del mondo, anche a costo di grandi sacrifici; affetti e legami buoni che sono incanti quotidiani: mediaticamente invisibili, esistenzialmente decisivi. Il Signore è di lì che passa. Le cose dell’amore rammendano il mondo, lo migliorano, lo abbelliscono rendendolo una casa in cui è più bello per tutti abitare. Sono loro – le cose dell’amore – che impediscono al mondo di sprofondare, disegnando la trama segreta e indistruttibile della storia. La generazione di questi quotidiani miracoli dell’agape è nel grembo stesso di Dio. 

Frère Alois Loeser, priore della comunità di Taizé
Francia: frère Alois Loeser, 63 anni, priore della comunità ecumenica internazionale di Taizé 

«Alla fine di quest’anno, con i miei fratelli, ringrazio Dio per le migliaia di giovani venuti a partecipare, settimana dopo settimana, agli incontri internazionali sulla nostra collina di Taizé. Quando ogni sera, dopo la preghiera, rimango nella chiesa per ascoltare coloro che vogliono condividere un interrogativo, una sofferenza, una gioia, misuro la profondità della loro ricerca: ricerca di Dio, di una preghiera interiore più intensa, di un impegno al servizio dei più vulnerabili. Questi giovani vengono da tutti i paesi d’Europa e vogliono partecipare alla costruzione di un continente più unito. A loro piace vivere un’esperienza di condivisione con coetanei di altri Paesi. I giovani giungono a Taizé anche da altri continenti: fra coloro che abbiamo accolto menziono, tra gli altri, i cristiani arabi, i copti ortodossi d’Egitto, i cattolici e gli ortodossi provenienti dal Libano, dalla Giordania, dalla Palestina. La loro presenza ci stimola a pregare per la pace in quella regione. 

Ringrazio Dio per i giovani che ho incontrato quest’anno in occasione delle celebrazioni a Riga, Bruxelles, Tallin, Parigi e Birmingham, e per quelli che ho conosciuto sia durante l’incontro ospitato dalla chiesa copta ortodossa d’Egitto sia durante gli appuntamenti organizzati nel quadro del cinquecentesimo anniversario della Riforma a Wittenberg, Ginevra e Losanna. Riferendoci all’esempio di papa Francesco che in Svezia, a Lund, ha chiesto allo Spirito Santo: “Dacci di riconoscere con gioia i doni che sono venuti alla Chiesa dalla Riforma”, abbiamo cercato come – tra cristiani separati – rallegrarci dei doni degli altri. 

Ringrazio Dio per i giovani rifugiati dell’Afghanistan, del Sudan, dell’Eritrea, della Siria e dell’Iraq che accogliamo a Taizé da due anni. È come se Cristo ci avesse invitato a superare i nostri timori e i nostri pregiudizi; come se, attraverso la loro presenza, ci dicesse: “Io sono morto anche per loro, siano cristiani o no. Tu puoi diventare loro amico”. Sono andato recentemente in Sudan e in Sud Sudan: là ho incontrato alcune delle loro famiglie. L’incontro personale – quando sentiamo da vicino il grido di un essere umano ferito, quando guardiamo negli occhi e tocchiamo coloro che soffrono – fa scoprire la dignità dell’altro e permette di ricevere ciò che trasmettono i più poveri. Essi ci svelano la nostra personale vulnerabilità: e così ci rendono più umani. E paradossalmente una gioia è data: è forse solo una piccola scintilla, ma è una gioia vera che condividono con noi i più poveri». 

Fra Fiorenzo Priuli 
Benin: fra Fiorenzo Priuli, 71 anni, medico dell’Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio nell’ospedale Saint Jean de Dieu di Tanguità 

«Mentre il mio quarantottesimo anno di missione in questo angolo d’Africa volge al termine, come non rendere grazie al Signore per avermi protetto da tanti pericoli e per avermi donato la gioia di collaborare con Lui nella meravigliosa opera di dare la vita e risollevare esistenze prostrate dal male e dalla sofferenza? Se avessi la possibilità di tornare indietro e chiedere al Signore una grazia per la mia vita non riuscirei a chiedergli tanto quanto Lui mi ha donato. Durante l’anno appena trascorso siamo riusciti a salvare centinaia di vite: vorrei menzionare, in particolare, le decine e decine di donne molto giovani afflitte dalle fistole ostetriche che abbiamo operato. Questa è una malattia orribile che riserva un calvario umiliante: insorge dopo un parto difficile durante il quale la ragazza (che, assecondando la tradizione, partorisce in una capannetta aiutata da un’anziana) ha spinto anche per 6-7 giorni: alla fine, nel dare alla luce il bambino, ormai privo di vita, si verifica il distacco di una parte della vescica. Da quel momento la ragazza vivrà perdendo in continuazione l’urina. Sono migliaia le giovani colpite da questa malattia non solo in Benin ma anche in altri Paesi africani. Conducono una vita di doloroso isolamento: spesso sono ripudiate dai mariti, allontanate dalle famiglie e costrette a vivere ai margini dei villaggi. Quando, dopo l’intervento, guariscono la loro gioia è incontenibile. E molto commovente. Rendo grazie al Signore perché mi ha aiutato a trovare tutto ciò che occorre per compiere queste operazioni rendendo il nostro ospedale un punto di riferimento anche per la cura di questa patologia. Nel corso degli anni molti amici (italiani ma non solo) ci hanno sostenuto permettendo di offrire assistenza qualificata a un numero sempre maggiore di pazienti: nel 1970, quando l’ospedale fu fondato, i posti letto erano 82, oggi sono 415. Ogni anno abbiamo 18.000/20.000 nuovi pazienti (di cui 5.000 bambini, molti dei quali colpiti dalla malnutrizione). Vi sono poi specialisti che, utilizzando giorni di ferie, vengono periodicamente qui dall’Europa e si trattengono diversi giorni per effettuare interventi particolarmente impegnativi e formare lo staff medico locale. Sono profondamente grato al Signore per tutti questi amici che in diversi modi ci hanno aiutato: sono una benedizione. Quando i primi fatebenefratelli giunsero in Benin, erano in tre; divennero poi sette, tutti bianchi. Anno dopo anno, il seme di questo carisma ha portato frutto e oggi abbiamo 59 confratelli africani: è un altro dono grande del Signore, che mi consola e di cui ringrazio». 

Isole Salomone: padre Luciano Capelli, 70 anni, salesiano, vescovo della diocesi di Gizo 

«Mentre si avvicina la fine dell’anno, desidero ringraziare Dio per il dono della chiamata a servirlo e anche per essere riuscito a superare un intervento cui mi sono sottoposto di recente a causa di un tumore diagnosticato appena in tempo. Nel territorio della mia diocesi risiedono circa 120.000 persone, in maggioranza metodiste: i cattolici sono il 15% e vivono in un centinaio di piccoli villaggi sparsi su una quarantina di isole che in molti casi non sono raggiunte da alcun mezzo di trasporto tanto che ho dovuto imparare a pilotare un idrovolante ultraleggero per potermi recare velocemente e di frequente nelle diverse parrocchie. Mi chiamano “il vescovo volante”. Un dono grande, di cui non mi stancherò mai di rendere grazie al Signore, è il gruppo Amis (Amici Missione Isole Salomone), generosi volontari italiani che mi aiutano e che, da anni, vengono in buon numero su queste isole per alcune settimane all’anno prodigandosi con ogni mezzo per la popolazione. La loro amicizia è preziosa, la loro laboriosità ammirevole. Quando giunsi in questa diocesi, nel 2007, le Isole Salomone erano appena state colpite dal terremoto e dallo tsunami: con l’aiuto degli amici dell’Amis è stato possibile non solo ricostruire gli edifici andati distrutti (fra i quali la cattedrale), ma anche edificare sette scuole, sei chiese e due ospedali. Siamo inoltre riusciti ad acquistare due piccole navi che consentono il trasporto degli ammalati negli ospedali e la consegna regolare di tutto ciò che occorre alle persone per vivere dignitosamente. I sacerdoti sono solo quattordici (due diocesani, dodici provenienti da diocesi asiatiche), ma vi sono molti laici che collaborano con noi e che, animati da fede profonda, si impegnano con lodevole dedizione coinvolgendo i fedeli nelle diverse attività organizzate: sono un dono del Cielo. 

Desidero infine esprimere il mio grazie al Signore per il Giubileo della Misericordia: durante quell’anno, poiché moltissime persone non avevano modo di raggiungere la cattedrale, ho portato sulle diverse isole – a bordo di una barca – la Porta Santa: è stata un’indimenticabile esperienza di conversione di cui si cominciano a scorgere i primi frutti».

Padre Giorgio Marengo 

Mongolia: padre Giorgio Marengo, 43 anni, missionario della Consolata, parroco ad Arvaiheer 

«Quella della lode è la dimensione più presente nelle preghiere della nostra gente. Le intercessioni nella messa iniziano per lo più con parole come “Ti ringrazio Signore di questo splendido giorno che ci hai dato anche oggi” o “Grazie, Signore, perché anche oggi mi hai fatto alzare in tempo per venire ad ascoltare la Tua Parola e a ricevere il pane eucaristico”. E magari quello “splendido giorno” è uno di quelli con la temperatura a 30 gradi sotto zero e con il vento che soffia contrario mentre si cammina verso la nostra cappella (che è una tenda mongola, la ger). Questa lode è una provocazione continua alla nostra (poca) fede. Ciò di cui vorrei ringraziare il Signore è proprio il dono della fede genuina e rocciosa della gente che ci ha accolto qui ad Arvaiheer, località a 430 km dalla capitale Ulaanbaatar. La piccola comunità è formata da 28 adulti battezzati, venuti alla fede in questi dieci anni di presenza missionaria sul territorio. Adesso, un poco alla volta, cominciano a chiedere il battesimo anche per i loro figli e nipoti: così è iniziata la catechesi per i giovani. Quattro signore si sono messe a disposizione per contribuire alla formazione dei catecumeni: sono le nostre prime catechiste. Abbiamo un programma di massima, elaborato dalla prefettura apostolica locale, ma cerchiamo di essere elastici per venire incontro alle diverse situazioni, che spesso richiedono cammini personalizzati. 

Desidero lodare il Signore per questo miracolo della fede che sboccia e cresce nonostante i tanti limiti di noi missionari e missionarie (siamo in tre, due sorelle e un sacerdote), sempre inadeguati eppure continuamente usati dalla Grazia affinché persone vissute senza avere alcun contatto con la Chiesa conoscano Cristo e lo possano seguire. È questo che mi riempie di stupore e gratitudine. È, in fondo, il dono della missione, che esige da parte nostra una continua conversione, un ricentrarsi quotidiano sul Signore che manda e che tocca i cuori, mentre ci immergiamo in questo mondo culturale così unico, che va amato e conosciuto a fondo. Il mistero del Natale ce lo ricorda: se Dio ha scelto di assumere la nostra povera umanità significa che ha voluto sottomettersi alle leggi del tempo e dello spazio, dell’umano divenire, per ricondurre tutto e tutti al Padre. Per noi missionari ad gentes questo è il principio teologico del nostro penetrare sempre più in profondità nel luogo ove siamo mandati, cadere in terra e morire come il seme perché in questo affondare nel terreno avvenga ancora il miracolo dell’incontro con Cristo. E il miracolo avviene sotto i nostri occhi guardando il volto di chi prega nella nostra ger-cappella: per questo cantiamo il nostro Te Deum». 

Brasile: padre Nello Ruffaldi, 75 anni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) a Oiapoque 

«Come accade ogni anno, anche alla fine di questo 2017 ho molti motivi per ringraziare il Signore. Sono sacerdote da 50 anni e da 46 anni vivo in Brasile tra gli indios, in particolare tra i popoli Karipuna, Palikur, Galibi Marworno e Galibi Kalina. Il 2017 è stato un anno difficile per tutti gli indigeni poiché il governo ha adottato una politica contraria ai loro interessi. La Costituzione, entrata in vigore nel 1988, assicura agli indios sia il diritto di vivere secondo la loro cultura sia i diritti sulle terre tradizionalmente occupate. Si tratta indubbiamente di un fatto inedito nella storia del Brasile. Da tempo i grandi proprietari terrieri, le industrie minerarie, i produttori delle monoculture sono insoddisfatti e di recente, purtroppo, hanno deciso di organizzare un’imponente campagna per modificare la Costituzione in modo da permettere alle grandi imprese di appropriarsi delle ricchezze degli indigeni. 

Per quale ragione allora ringrazio il Signore? Lo faccio perché gli indios non si sono scoraggiati: si sono organizzati a livello nazionale e rivendicano i loro diritti; credono nella forza della preghiera, sanno di avere Dio al loro fianco e vanno avanti senza paura. E sino ad oggi gli sforzi di quanti avidamente bramano le loro terre sono stati vani. Come missionari noi crediamo che Dio resti sempre a fianco dei piccoli e che nostro compito sia seminare la speranza, annunciando e proclamando la Buona Notizia, come si legge nel Libro del profeta Isaia: «Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare libertà agli schiavi…» (61,1).  

Sono grato al Signore perché vivere la missione tra gli indios permette di essere da loro evangelizzati. Le culture indigene sono molto più in sintonia con il Vangelo di quanto lo sia la nostra società che si dice cristiana. Esse infatti invitano alla fraternità e alla condivisione dei beni tanto che in queste piccole comunità non esistono ricchi e poveri. La terra – da rispettare e amare – è considerata madre e non merce; l’esercizio dell’autorità è ritenuto un servizio. Attualmente gli indios hanno contatti sempre più frequenti con la società brasiliana e ciò produce cambiamenti che mettono in pericolo la conservazione del loro patrimonio culturale. Voglio dunque ringraziare il Signore per i molti tra loro che – sostenuti dalla forza del Vangelo – restano saldi nei valori ricevuti dagli antenati». 

Fra Ibrahim Alsabagh con una famiglia di Aleppo 
Siria: fra Ibrahim Alsabagh, francescano, 46 anni, parroco della chiesa di San Francesco di Aleppo e vicario episcopale 

«Anzitutto voglio rendere grazie al Signore per l’accordo di pace che è stato raggiunto il 22 dicembre 2016 tra l’esercito regolare e i gruppi armati: da allora abbiamo potuto vivere in pace, non sono più caduti missili su case, scuole, ospedali, luoghi di culto. Dopo anni di guerra ci è parso un miracolo. 

Ringrazio Dio sia per le preghiere e gli interventi di papa Francesco a favore della Siria sia per i vescovi e sacerdoti che si sono prodigati per noi in molti modi: nei loro gesti abbiamo colto la tenerezza di Dio nei nostri confronti. La mia gratitudine va anche ai bambini che nel mondo, dal 5 dicembre 2016, hanno accolto l’invito a pregare per la pace, ogni prima domenica del mese, insieme ai bambini di Aleppo. Un altro dono grande che abbiamo ricevuto e del quale sono grato a Dio è l’aiuto che abbiamo ricevuto dai cristiani di tutto il mondo e da persone non credenti: hanno avuto compassione di noi e ci hanno dimostrato affetto e vicinanza inviandoci consistenti aiuti grazie ai quali è stato possibile prestare soccorso alla popolazione durante la guerra e in questo tempo di pace. Da quando le armi tacciono – con i molti, generosi volontari che ci affiancano nell’opera di assistenza – abbiamo riparato oltre 800 case, aiutato più di 380 giovani ad avviare una piccola attività e decine di famiglie a far fronte alle necessità legate alla ricostruzione. Abbiamo avviato quaranta progetti: ad esempio garantiamo sostegno economico a 1.116 giovani coppie sposate dal 2010 e a ottanta coppie di fidanzati che desiderano sposarsi e metter su famiglia. 

Rendo grazie al Signore per tutti coloro che hanno continuato a vivere ad Aleppo durante la guerra. Penso a molti sacerdoti, religiose e religiosi che – condividendo con i fedeli la fame, la sete, la paura, il rischio quotidiano di morire – non si sono risparmiati: si sono presi cura delle necessità di tutti e hanno seminato speranza, ascoltando e consolando i cuori feriti. Insieme a loro sono rimasti medici, infermieri, professionisti e artigiani che hanno messo generosamente a disposizione le loro competenze a quanti avevano bisogno. Anche molti fedeli cristiani hanno deciso di non lasciare la città, animati dalla convinzione che il Signore li volesse proprio qui, come ponti di pace fra le fazioni in conflitto. 

Infine, ringrazio il Signore che mi ha dato il coraggio di venire qui ad Aleppo tre anni fa: mi ha guidato, indicandomi giorno dopo giorno la strada da percorrere, senza permettere che mi sentissi confuso. Ho potuto essere strumento del Suo amore, della Sua tenerezza, della Sua consolazione: di questo lo ringrazio con tutto il cuore». 

Nigeria: suor Francesca Federici, 71 anni, clarissa del monastero di santa Chiara di Ijebu-Ode 

«Alla fine di questo anno rendo grazie al Signore per le cose grandi che ha compiuto nella mia vita, nella nostra vita. Troppo spesso osserviamo e ricordiamo soltanto i problemi e le fatiche e non scorgiamo la bellezza che si cela nella realtà quotidiana. Se c’è una cosa che si impara in Africa è la capacità di ringraziare perché le precarie condizioni di vita non permettono di dare alcunché per scontato. 

Ringrazio Dio per la generosità della mia comunità di Ijebu-Ode che, pur povera di mezzi e senza la garanzia di alcun aiuto materiale, con un atto di fede e di abbandono, ha accolto l’invito del vescovo di Bomadi e si è resa disponibile a edificare un monastero in una diocesi poverissima sul delta del fiume Niger. Nel mese di febbraio, insieme a tre consorelle, sono partita per Ogriagbene, minuscolo villaggio di pescatori sulle rive del Niger, dove manca tutto. La miseria è grande: ci sono solo la bellezza della natura creata dal Signore, la bontà degli abitanti e la gioia dei bambini che nuotano nel fiume, giocano nella sabbia, mangiano un pezzetto di pane o di polenta e sono felici. È un villaggio circondato da una terra fertile e da un fiume pescoso. Purtroppo, anche dal petrolio. Dico purtroppo perché causa pesante inquinamento e non ha portato alcun beneficio alla popolazione locale che vive in uno stato di totale abbandono. Chi ha tentato di reclamare i propri diritti sulla terra è stato ucciso e nel villaggio si respirano rassegnazione e passività. Eppure, nonostante questo clima di mestizia, siamo state accolte con generosità e benevolenza: molti hanno voluto condividere con noi i loro problemi e quel poco che posseggono. Dopo qualche tempo dal nostro arrivo, alcune donne, avendoci osservato lavorare nel piccolo orto che avevamo realizzato, ci hanno chiesto di imparare e ora hanno un loro orto. Mi è parso un segno piccolo ma importante di intraprendenza e di ritrovata vitalità. Rendo grazie a Dio per questi nuovi amici, semplici e umili, che ci hanno dato fiducia, e per tutti coloro che, nel mondo, si stanno generosamente spendendo per sostenere l’edificazione di questo nuovo monastero. Prego il Signore di continuare a donare la gioia della comunione e della testimonianza alla mia comunità, consentendole di superare le molte difficoltà che sempre si accompagnano a un nuovo progetto».

(fonte: Vatican Insider)


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Santa Famiglia / B





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)







Preghiera dei Fedeli


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 5/2017-2018 (B) di Santino Coppolino


"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Lc 2,22-40  





Dopo la manifestazione del Pastore ai pastori e agli umili del popolo, Gesù viene presentato al tempio per compiere la Legge. L'Alleanza fra Dio e Israele ha il suo segno visibile nella circoncisione, che marcava e ancora marca l'appartenenza al popolo che ha scelto di servire Dio e riconoscerlo come unico suo Signore. << Gesù, vero Dio, è anche il vero Israele, fedele all'Alleanza, obbediente alla Parola, pieno compimento della Torah >>. Egli viene accolto dalle amorevoli braccia di Simeone che significa << Dio Ascolta >>, ed è il simbolo dell'Israele fedele che attende senza stancarsi la sua consolazione. Simeone è l'uomo che si pone in ascolto della  Parola e che la mette in pratica, ed il suo canto - che la liturgia ci fa pregare a compieta - è il grido pacato e incontenibile, soffocato dall'attesa di secoli, che finalmente esplode nella gioia con il fiato di tutta l'umanità, come un fiume impetuoso che rompe gli argini e dilaga. Finalmente possiamo chiamare per nome haShem, il Nome che nessuno ha mai visto, conosciuto e che nessuno è in grado di nominare. Poter pronunciare il Nome di Dio è ritrovare le proprie radici nel Nome che è all'origine di ogni altro nome. << Ora possiamo nominare Dio, perché Dio si è fatto concepire e si è donato ad ognuno di noi, realizzando finalmente il più grande desiderio dell'uomo. >>


sabato 30 dicembre 2017

"La vecchiaia del mondo e l'eterna giovinezza di Dio" di p. Ermes Ronchi - Santa Famiglia – Anno B

Il rischio di «addormentarci», anche mentre corriamo


Commento
Santa Famiglia – Anno B

Letture:  Genesi 15,1-6; 21,1-3; Salmo 104; Ebrei 11,8.11-12.17-19; Luca 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. [...]

Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore. Una giovanissima coppia col suo primo bambino arriva portando la povera offerta dei poveri, due tortore, e la più preziosa offerta del mondo: un bambino.
Non fanno nemmeno in tempo a entrare che subito le braccia di un uomo e di una donna si contendono il bambino. Sulle braccia dei due anziani, riempito di carezze e di sorrisi, passa dall'uno all'altro il futuro del mondo: la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia l'eterna giovinezza di Dio.
Il piccolo bambino è accolto non dagli uomini delle istituzioni, ma da un anziano e un'anziana senza ruolo ufficiale, però due innamorati di Dio che hanno occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. Perché Gesù non appartiene all'istituzione, ma all'umanità. L'incarnazione è Dio che tracima dovunque nelle creature, nella vita che finisce e in quella che fiorisce. 
«È nostro, di tutti gli uomini e di tutte le donne. Appartiene agli assetati, a quelli che non smettono di cercare e sognare mai, come Simeone; a quelli che sanno vedere oltre, come la profetessa Anna; a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro» (M. Marcolini).
Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia. Sono parole che lo Spirito ha conservato nella Bibbia perché io, noi, le conservassimo nel cuore: anche tu, come Simeone, non morirai senza aver visto il Signore. È speranza. È parola di Dio. La tua vita non finirà senza risposte, senza incontri, senza luce. Verrà anche per te il Signore, verrà come aiuto in ciò che fa soffrire, come forza di ciò che fa partire. 
Io non morirò senza aver visto l'offensiva di Dio, l'offensiva del bene, l'offensiva della luce che è già in atto dovunque, l'offensiva del lievito.
Poi Simeone canta: ho visto la luce da te preparata per tutti. Ma quale luce emana da Gesù, da questo piccolo figlio della terra che sa solo piangere e succhiare il latte e sorridere agli abbracci? Simeone ha colto l'essenziale: la luce di Dio è Gesù, luce incarnata, carne illuminata, storia fecondata, amore in ogni amore. La salvezza non è un opera particolare, ma Dio che è venuto, si lascia abbracciare dall'uomo, è qui adesso, mescola la sua vita alle nostre vite e nulla mai ci potrà più separare.
Tornarono quindi alla loro casa. E il Bambino cresceva e la grazia di Dio era su di lui. Tornarono alla santità, alla profezia e al magistero della famiglia, che vengono prima di quelli del tempio. Alla famiglia che è santa perché la vita e l'amore vi celebrano la loro festa, e ne fanno la più viva fessura e feritoia dell'infinito.

Presepi violati. Le statuine di Gesù Bambino rubate: novelli Erode campioni di idiozia

Presepi violati.
Le statuine di Gesù Bambino rubate: 
novelli Erode campioni di idiozia

Erode? Un dilettante. E allora? A confortare dev’essere la consapevolezza che gli Erode restano una minoranza, purtroppo becera e baldanzosa, tanto da far molto più rumore dei miti


Erode? Un dilettante. Ai suoi tempi, i bambinelli si limitò a trucidarli. Se avesse scovato il presepe, quello autentico e originale a Betlemme, è difficile immaginare che avrebbe mozzato le mani a Maria e messi allo spiedo l’asino e il bue. La perfidia, al pari della stupidità di cui è stretta parente, ha dei limiti.

I novelli Erode che sguazzano nel pantano dell’italica idiozia natalizia, orgogliosi del proprio neurone solitario perduto nella scatola cranica, dei presepi invece fanno strame. Ieri riferivamo del Gesù Bambino sequestrato a Pratola Peligna, dopo aver frantumato le mani alla sua Mamma, che di sicuro avrà cercato di difenderlo. A Giulianova hanno invece trafugato il presepe per intero: Bambinello, parenti, amici e bestiame. A Viareggio agiscono i sequestratori seriali, mossi da qualche turba psichica: hanno fatto sparire tutti i Bambinelli, che erano bianchi. Nella remota ipotesi che avessero in uggia la pelle chiara, era stato messo nella mangiatoia un pargolo nero: scomparso pure quello. A Seregno il presepe era stato allestito sopra una barca di profughi. Sappiamo che taluni considerano certe scelte troppo audaci, ma che si arrivasse a ribaltare il natante era difficile immaginarlo. Anche se – il sol pensiero fa rabbrividire – c’è chi da anni proclama senza vergogna che proprio quella sarebbe la fine da far fare ai profughi «invasori»: affondarli.

Oggi dobbiamo riferire di almeno due nuovi casi di erodizzazione. I carnefici in azione nella Cattedrale di Carpi il Bambinello l’hanno decapitato. A Reggio Calabria invece hanno usato il fuoco, riducendo in cenere il presepe allestito in piazza Matteotti dagli scout Agesci del Catona 1, che l’avevano realizzato tutto con le proprie mani. Nulla avrebbe potuto provocare un rogo accidentale, l’incendio è sicuramente doloso.

Che fare? Verrebbe voglia di ingaggiare dei pastori (in Abruzzo ce ne saranno pure) armati di doppietta caricata a sale grosso e cani che annusino l’aria individuando in anticipo l’approssimarsi dei lupi. Ma di fronte a tanto scempio idiota riesce difficile scherzare: i novelli Erode, nel loro analfabetismo, non comprendono l’ironia, che quindi risulterebbe inefficace. E allora?

A Carpi il vescovo Francesco Cavina non nasconde la propria amarezza. E perché dovrebbe? «Faremo di tutto per scoprire chi è stato» sussurra, forse pensando a come si comporterebbe, non molto lontano da lì, don Camillo. E aggiunge, ritrovando calore: «Ciò che conforta sono le tantissime manifestazioni ed espressioni di solidarietà». Ma sì, a confortare dev’essere innanzitutto la consapevolezza che gli Erode restano una minoranza, purtroppo becera e baldanzosa, tanto da far molto più rumore dei miti. A Reggio Calabria il sindaco Falcomatà e il consigliere comunale Marra non intendono sminuire l’incursione degli incendiari: «Ragazzata o intimidazione che sia, l’episodio è comunque grave ed è necessario che tutti ci poniamo delle domande». Anche qui, come a Carpi, dopo quella cattiva arriva però la notizia buona: «Diversi cittadini hanno subito offerto la propria disponibilità per ricostruire il presepe, e questa sarebbe la risposta più appropriata rivolta a chi l’ha distrutto». La speranza e la condivisione resistono alle fiamme, anzi rinascono più forti.


Per non dimenticare Danilo Dolci il Gandhi italiano

Per Danilo Dolci, nel XX anniversario della scomparsa

Danilo Dolci con Peppino Impastato
(Foto di centroimpastato.it)
Ricorre il 30 dicembre il ventesimo anniversario della scomparsa di Danilo Dolci, che fu definito “il Gandhi italiano”.
E’ stato una delle figure più luminose della nonviolenza, generosissimo militante per la pace, la giustizia, la solidarietà, un educatore e un poeta.
Come tante altre persone anch’io molte cose ho imparato da lui, anch’io ho avuto il suo aiuto ogni volta che glielo chiesi, anch’io ne serbo una memoria grata che non si estingue.
Era l’umanità come dovrebbe essere.
Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo si adoperi per farne conoscere ai giovani la figura, l’azione, le riflessioni, le opere.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani”


La nonviolenza gentile di Danilo Dolci a 20 anni dalla morte

Non impartiva lezioni ma dava esempi. E scioperava alla rovescia. Daniele Novara ricorda le battaglie civili nella Sicilia occidentale

Daniele Novara con Danilo Dolci in una foto degli anni Novanta

Danilo Dolci se n’è andato il 30 dicembre 1997. Figura centrale nell’Italia civile del dopoguerra e non solo. Dopo aver passato due anni nella comunità di Nomadelfia con don Zeno Saltini nel 1952, ancora molto giovane, Danilo Dolci si trasferisce definitivamente nella Sicilia occidentale, tra Partinico, Trappeto e Montelepre.

Colpito dalla miseria delle condizioni di vita degli strati più deboli della popolazione siciliana, vittima della mafia e del sottosviluppo, dà vita ad alcune iniziative ispirate alla nonviolenza gandhiana, che hanno assunto un ruolo molto importante nella storia del nostro paese e che, in quegli anni, fanno il giro del mondo. La sua presenza inizia con un clamoroso digiuno pubblico nel letto dove era morta di fame una bambina per richiamare l’attenzione su un pezzo di Sicilia davvero abbandonata e depredata.

L’Italia civile gli dà credito e si schiera al suo fianco con personalità di notevole spessore, tra cui Carlo Levi, Aldo Capitini, Ignazio Silone e Norberto Bobbio. Nel 1956 la sua azione s’impone all’opinione pubblica, anche internazionale, trovando il sostegno di importanti intellettuali dell’epoca quali Erich Fromm, Bertrand Russell, Johan Galtung, Jean Piaget, l’Abbé Pierre e molti altri. Con un centinaio di disoccupati realizza il primo sciopero alla rovescia, andando al mattino presto a ripristinare una vecchia trazzera (tratturo che attraversa i campi) comunale nei pressi di Partinico. Le forze di polizia, già preallertate, lo arrestano e insieme a lui anche i suoi principali collaboratori. Dopo due mesi di carcere si apre il processo in cui viene difeso dal grande Piero Calamandrei, uno dei giuristi che hanno maggiormente contribuito alla stesura della nostra Costituzione. Con un’arringa clamorosa inverte la presunta colpevolezza di Danilo Dolci in un atto di reale giustizia riuscendo ad ottenere la sua assoluzione. Ancora oggi lo sciopero alla rovescia resta il contributo italiano più importante nella storia delle pratiche di nonviolenza nel mondo.

Negli anni successivi è impegnato nello sviluppo economico e civile della Sicilia occidentale. Con libri, ricerche e denunce, insieme ai collaboratori del Centro Studi e Iniziative, ottiene la realizzazione della diga sul fiume Jato che crea le condizioni per una rinascita economica del territorio. All’inizio degli anni Sessanta Danilo Dolci denuncia per la prima volta in modo pubblico e dettagliato il coinvolgimento sistematico della politica nel fenomeno mafioso. Raccoglie centinaia di testimonianze scritte e firmate di persone che liberamente fanno nomi e cognomi dei politici coinvolti. Si tratta di nomi molto importanti, esponenti di spicco del governo Moro in carica in quel momento. Il presidente del Consiglio è costretto a chiederne le dimissioni. Ma nel processo per diffamazione Dolci viene condannato anche perché gli viene a mancare l’appoggio corale che lo aveva sostenuto nelle sue iniziative degli anni Cinquanta.

La sua ultima battaglia nonviolenta pubblica avviene nel 1970 a favore dei terremotati del Belice che, a due anni dal sisma, sono costretti a vivere ancora in baracche fatiscenti. Per la prima volta viene sfidato il monopolio della radio tv italiana: la mattina del 25 marzo 1970 iniziano le trasmissione di Radio Partinico Libera, prima radio libera italiana, per dare voce ai disperati del terremoto. Ventisette ore dopo, le forze dell’ordine fanno irruzione nel palazzo del Centro Studi e Iniziative e interrompono le trasmissioni.

Da quel momento il lavoro di Dolci si concentra, oltre che sulla cura della sua importante produzione poetica, sui progetti strettamente educativi. Anzitutto nel 1974 l’apertura del centro sperimentale di Mirto dove i bambini sono educati con un metodo nuovo, basato sulla Maieutica, ossia sulla possibilità di autodeterminazione e sulla ricerca creativa. Conosco Danilo Dolci in quella fase della sua vita. Era il 1982 e, durante il mio servizio civile, partecipai a Parma a un incontro che lui stesso aveva voluto per noi obiettori di coscienza. In due ore non ci fu alcun discorso ma ascoltò con attenzione, prendendo appunti, tutte le nostre esperienze. Fu un incontro benevolmente scioccante. Poi volle venire a Piacenza per visitare la Casa-accoglienza che avevo fondato con altri giovani per aiutare persone in difficoltà. Per dieci anni ho continuato a mescolarmi alla sua vita e al suo pensiero. Danilo Dolci girava spesso nelle scuole e, dopo aver letto una sua poesia, chiedeva ai ragazzi: «Qual è il tuo sogno?». Venivano fuori risorse inesplorate, desideri rimasti imbrigliati nel puro e semplice conformismo scolastico. Mi incoraggiò anche nel lavoro sull’educazione alla pace e sulla buona gestione dei conflitti, sostenendomi nella creazione del Cpp, il Centro psicopedagogico che dal 1989 dirigo. Non posso che ricordarlo con un brano di una delle sue poesie più note che celebra in pieno lo spirito che lo ha animato e che ha sempre saputo comunicare a chi, come me, ha tratto ispirazione dalla sua persona e dai suoi libri per vivere con coraggio la propria vocazione educativa.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.
(fonte: Avvenire)


Sociologo, educatore, ancora oggi è riconosciuto tra le figure di massimo rilievo della nonviolenza a livello mondiale. Una biografia da rileggere, a partire da uno dei suoi fondamentali: nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati.

Di seguito riportiamo una sintetica ma accurata nota biografica scritta da Giuseppe Barone (comparsa col titolo "Costruire il cambiamento" ad apertura del libricino di scritti di Danilo, Girando per case e botteghe, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2002)


Per approfondire vedi anche:


“Il lavoro? Che dramma se i giovani non possono neanche sognarlo” Intervista al cardinale Montenegro

“Il lavoro? Che dramma se i giovani non possono neanche sognarlo”
Intervista su migrazioni, povertà e volontariato con il cardinale Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas italiana. «L’accoglienza è termometro della fede»


L’accoglienza è una questione di fede, perché, «se so accogliere, Cristo lo trovo immediatamente vicino; il contrario, è un atto di non-fede». La Chiesa è chiamata a «far sognare il lavoro, perché ci sono zone d’Italia in cui la rassegnazione è grande». «Che dramma quando i giovani non sognano già più il lavoro!». Lo afferma il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas italiana. Vatican Insider lo ha intervistato in occasione del convegno su «Solidarietà cultura di vita, il linguaggio della solidarietà», organizzato dalla diocesi di Pistoia nella cattedrale di San Zeno. 

Eminenza, povertà, dramma migrazioni, futuro economico e lavorativo incerto e denso di preoccupazioni segnano questi tempi. La parola crisi significa scelta: quale strada bisogna imboccare per uscirne? 
«Rispondo con un nome, Lampedusa. Perché a Lampedusa povertà e accoglienza si sono incontrate. Sono convinto - non per vantare un “prodotto” della “mia” terra - che Lampedusa, quella macchiolina del Mediterraneo, è un laboratorio in cui si può tentare qualcosa di nuovo. E qualcosa di nuovo è già in atto, già realizzato». 

Che cosa? 
«Pensiamo ai linguaggi: ogni linguaggio ha un vocabolario, e il vocabolario cristiano è il Vangelo. E a Lampedusa la parola accoglienza si trasforma in termos messi dalle vecchiette vicino alla porta affinché 10mila immigrati a gennaio e febbraio si possano riscaldare. Oppure significa aprire la porta e fare entrare queste persone sconosciute provenienti dall’Africa perché possano farsi la doccia. Vuol dire accogliere a tavola questa gente. Oppure che negli armadi dei lampedusani non ci sono coperte in più, perché vengono regalate a questa gente che sta per strada. E così i giubbotti». 

Come devono comportarsi i cristiani nei confronti degli immigrati? 
«L’accoglienza è una questione di fede, perché, se so accogliere, Cristo lo trovo immediatamente vicino; il contrario, è un atto di non-fede. Ecco allora che l’accoglienza nel linguaggio dell’amore diventa il termometro della nostra fede. E il problema accoglienza diventa oggi sfida per la Chiesa». 

E come stanno rispondendo la Chiesa e i fedeli? 
«Ci sono 23mila posti letto disponibili per questi fratelli che arrivano da fuori. Ci sono case di accoglienza e famiglie che hanno preso rifugiati in casa. Tanta gente che si è messa accanto ai bisognosi tenendoli per mano. Amore è tenersi per mano e camminare insieme. Ma indubbiamente nel mondo cattolico ed ecclesiastico ci sono ancora molte difficoltà. Io suggerisco di imparare a pregare a occhi aperti, anche se ci hanno sempre detto di non distrarci nelle preghiere. Quando vado in chiesa e chiudo gli occhi per stare in intimità con Dio, succede che mi dimentico di avere altri fratelli accanto. Gli occhi chiusi non mi permettono di guardare chi ho vicino. Probabilmente diventa tutto una categoria: poveri, migranti, ricchi. Ma con gli occhi aperti riconosco l’uomo, e se lo so guardare la sua storia mi interessa e scopro si intreccia con la mia. Dunque potrebbe essere un problema di occhi, perché se so guardare il cuore si muove, e se il cuore batte le braccia si aprono. Più occhi aperti abbiamo, più volti riconosciamo più la storia cambia. E anche l’economia migliora». 

Qual è il suo punto di vista sulla situazione del lavoro? 
«È cambiato il lavoro. Ma nella mia terra vorrei che fosse solo cambiato: da me il lavoro viene perso. Noi siamo in una realtà in grande difficoltà: non voglio essere pessimista, ma non posso dire altrimenti pensando che un giovane su due non lavora, quando vedo ripartire due o tre volte a settimana i pullman Agrigento-Germania, e penso che c’è chi usa i barconi, chi usa i bus come noi. Stessa situazione. Ma il problema più grande è che da noi i ragazzi non sognano già più il lavoro. Non possono neanche sognarlo. E questo è un dramma». 

Che cosa si può fare? 
«Come Chiesa devo far sognare il lavoro, soprattutto in quelle zone d’Italia in cui la rassegnazione è grande. Da noi hanno costruito raffinerie, ciminiere, e poi le hanno lasciate perché dopo avere preso i soldi, non servivano più. E sono rimasti a noi gli scheletri. Nella nostra zona il turismo è considerato divertimento, quando potrebbe diventare di più, un’industria. Anche i sindacati potrebbero parlare di turismo come fonte di guadagno. Noi come Chiesa di Agrigento stiamo investendo nei giovani affinché non debbano andarsene, perché sarebbe la sconfitta più grande. Stiamo tentando di investire sull’imprenditoria giovanile per trasmettere il messaggio “tu ce la puoi fare”. Che sofferenza andare nelle scuole e vedere che in quei saloni pieni, metà di quei ragazzi se ne andranno! Un altro dolore è sapere – lo dico alla buona, a titolo di esempio – che se io 18enne voglio fare il muratore nel mio paese, devo andare dal boss locale a chiedere il permesso. E se magari mio nonno o zio in passato gli ha fatto un torto, io non potrò lavorare qui, e dovrò prendere quel pullman. E la beffa è che dobbiamo anche lottare contro le istituzioni: spesso sono loro che fanno “lo sgambetto” ai ragazzi. Qui non c’è bisogno di ciminiere, ma che si strutturi l’accoglienza di chi viene da fuori: tutti vengono a vedere la Valle dei Templi, ma arrivano alle 10 e a mezzogiorno se ne vanno. Agrigento non riceve vantaggi. Però quando i miei ragazzi per portare la gente alla cattedrale, nella parte alta, hanno pensato di affittare le macchine elettriche, è risultato che ad Agrigento è proibito far passare nella via principale le macchine elettriche. Credo che sia l’unica città con questo “vantaggio”. Ecco che con questo modo di fare si smonta tutto. Dunque oggi la lotta è a motivare la gente a sognare un lavoro. A cercarlo. Serve una rete di solidarietà, perché in determinate realtà dove la mafia comanda, bisogna iniziare a pensare diversamente insieme: come diceva dom Hélder Câmara, “se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia”». 

Quanto conta il volontariato? 
«Innanzitutto bisogna ridare valore pieno alla parola gratuità, che sembra stia scomparendo, sfumando. C’è bisogno di servizio anche per trasmettere senso: serve un volontario che mi prenda per mano quando entro in crisi e mi chiedo perché vivo. C’è bisogno di rigustare il senso dell’altro, il migrante come il vicino di casa. Il vero e forte volontariato però non è: “Ho un po’ di tempo libero che dono”, ma “libero il mio tempo per donarlo”. E poi, emerge nella misura in cui vivendo il Vangelo scopro che la mia vita è dono, e pure che l’altro è dono per me». 

E il ruolo della famiglia nella società? 
«È il pilastro fondamentale. Lì si coniugano i verbi al futuro».



venerdì 29 dicembre 2017

Da Ruben, il “ristorante ad un euro”, offerte di lavoro insieme al menu.

Il ristorante dell’anno:
si mangia insieme con i poveri e si paga 1 euro a testa

Le mense dei poveri sono mense da poveri. Sono necessarie. Sono gestite con vero spirito di carità e dedizione. Ma sono posti dove i poveri si sentono poveri. Trattati con gentilezza, ma poveri. 
Per questo l’idea di Ernesto Pellegrini, che è stato celebrato patron dell’Inter, e di sua figlia Valentina, è la differenza. 

É un ristorante. Come gli altri. Ha un indirizzo, ottimo indirizzo: via Gonin a Milano. 
Ha un arredo curato. E soprattutto ha il menu. Tre. Ci si va con la famiglia. Con un amico. Con la fidanzata. Il 60% dei 350 clienti sono famiglie. 

E quando ci si siede, in questo magnifico ristorante, non ci si sente più poveri. 
Ci si sente clienti. E infatti, c é il conto. Alla fine. 1 euro, ma i bambini gratis. 

I clienti del ristorante di Ernesto e Valentina sono persone che stanno combattendo la vita. Disoccupati che cercano lavoro. Padri separati. Madri single. E da poco i Pellegrini, che sono imprenditori veri, hanno trovato il modo di mettere insieme una rete tra Comune e Associazioni e Privati, perché in questo ristorante si possa anche trovarsi di nuovo un lavoro. Offerte di lavoro insieme al menu. 

E questo ristorante così bello ha un nome. Come tutti i ristoranti. Si chiama con il nome di un amico d’infanzia di Pellegrini, morto povero. Si chiama «Ruben».
Sembra poco. Ma è tanto.

Ruben, il “ristorante ad un euro”,
ora pensa al reinserimento lavorativo

«Sognavamo di fare qualcosa di più per i nostri commensali disoccupati», dice Ernesto Pellegrini, così sono nati due progetti di reinserimento lavorativo, con il sostegno del Comune e di altre realtà non profit
di Giovanna Maria Fagnani


Il regalo più bello lo hanno ricevuto lunedì scorso. Lino, Hamid, George, Riccardo passeranno le vacanze di Natale con in tasca una lettera di assunzione. Dall’8 gennaio lavoreranno per ristrutturare cinque appartamenti popolari del Comune di Milano. Case destinate a persone che, come loro, hanno vissuto momenti di fragilità e disperazione. Lino e gli altri si sono incontrati da «Ruben», il ristorante solidale fondato a Milano dall’ex presidente dell’Inter Ernesto Pellegrini in memoria dell’amico d’infanzia, morto in povertà dopo aver perso il lavoro.

I nuovi poveri

Il patron e sua figlia Valentina volevano una realtà diversa dalle mense solidali: un posto rivolto ai nuovi poveri, come i padri separati, i disoccupati o famiglie intere precipitate nella povertà a causa di un momento di crisi. «Persone che non sono abituate a chiedere aiuto o a elemosinare un pasto, ma non per questo meno bisognose» racconta Valentina Pellegrini, vicepresidente della Fondazione che porta il nome della sua famiglia.


L’orgoglio in tavola

Così è nato Ruben, che ha sede nella elegante ex mensa aziendale della Pellegrini, in via Gonin. Qui cenano dal lunedì al sabato circa 350 persone, fra cui novanta bambini. Si sceglie fra due o tre menù, dal primo al dolce, preparati dagli chef. E poi si paga il conto: un euro a persona, gratis per i ragazzi. «Fra i commensali ci sono 300 famiglie intere e questo è il nostro orgoglio». Da qualche settimana i piccoli possono perfino giocare e fare laboratori nei locali dell’asilo privato «Happy Child», che confina con il ristorante e ne ha sposato la filosofia.

Valentina e d Ernesto Pellegrini

Reinserimento lavorativo

Ma per la famiglia Pellegrini, per la sua Fondazione e per l’associazione dei cento volontari del ristorante era il momento di fare un passo in più. «Sognavamo un ristoro anche per il cuore». E che cosa può risollevare il cuore di chi è disoccupato, se non un impiego? Così sono nati due progetti di reinserimento lavorativo. «Quasi il 60 per cento dei nostri commensali ha dai 25 ai 60 anni. Vogliamo aiutarli a ripartire, la figura dell’uomo lavoratore deve tornare al centro dell’attività di supporto sociale, è una sfida culturale» racconta Giuseppe Orsi, consigliere d’amministrazione e anima dei nuovi progetti. Il bene è contagioso, si sa.

Sette nuovi impieghi

E infatti alla ristrutturazione degli appartamenti, che darà lavoro a sette persone, contribuiranno anche altre aziende e poi il Comune e realtà del Terzo settore. «Facendo sistema in città creiamo valore» sottolinea Valentina. Ma qual è il punto drammatico, che provoca il cambiamento e la fragilità? Le storie personali degli ospiti di Ruben sono una miniera che l’Università Bicocca sta studiando per cercare di codificare scientificamente le cause del disagio, con l’obiettivo di prevenirlo o intervenire in modo più efficace e anche meno oneroso. Un’innovazione portata avanti anche con il progetto «Amìs» in corso con il Politecnico: un database di tutte le persone che sono assistite dal sistema di welfare cittadino. «Fare del bene ti dà gioia - ricorda Ernesto Pellegrini - e il bene ritorna da Nostro Signore. Ora la priorità è il lavoro e io, ritenendomi un super fortunato per tutto quello che ho ricevuto nella vita, continuerò sempre, nel limite delle mie possibilità, ad aiutare il prossimo. Sono cose che senti dentro e io su questo non ho mai avuto dubbi».

(fonte: CORRIERE DELLA SERA - Buone notizie - L'impresa del bene 27/12/2017)

Vedi anche il nostro post:


Pax Christi. In Marcia a Sotto il Monte: cinquant'anni dopo sulla stessa via di pace di mons. Luigi Bettazzi

Pax Christi. In Marcia a Sotto il Monte:
cinquant'anni dopo sulla stessa via di pace
di mons. Luigi Bettazzi
Vescovo emerito di Ivrea, già presidente di Pax Christi Italia

Tra pochi giorni, il prossimo 31 dicembre, si torna a celebrare la Marcia di Capodanno per la Pace, la cinquantesima della serie, e proprio là dove si celebrò la prima.
La Marcia di Capodanno per la pace del 2014 in provincia di Vicenza (Foto Giorgio Boato)

Caro direttore,

è bello che tra pochi giorni, il prossimo 31 dicembre, si torni a celebrare la Marcia di Capodanno per la Pace, la cinquantesima della serie, e proprio là dove si celebrò la prima. Furono i giovani di Pax Christi, nel primo Consiglio nazionale, formato dopo la mia nomina a presidente, con i gruppi allora esistenti a chiedere che nell’ultimo giorno dell’anno si facesse una Marcia della Pace, finendo col celebrare una Messa a mezzanotte, così da iniziare la Giornata Mondiale per la pace, che Papa Paolo VI aveva proposto a tutto il mondo proprio al 1° gennaio 1968, in un momento di riflessione e preghiera, con un digiuno che avrebbe sovvenzionato iniziative sociali (come fu, ad esempio, per la vicaria di solidarietà a Santiago del Cile, durante la dittatura). Fu ovvia la scelta di Sotto il Monte, paese natale di Giovanni XXIII, il Papa che aveva indetto il Concilio Vaticano II e che, nel 1962, aveva bloccato la tensione armata tra gli Usa e l’Urss per la questione di Cuba, a cui aveva fatto seguire, nell’aprile 1963, la grande enciclica Pacem in terris, un appello per la pace rivolto «a tutti gli uomini di buona volontà».

Iniziammo nel cortile di casa della famiglia Roncalli, con un discorso di padre Turoldo, il quale, rifacendosi al titolo del nostro Movimento, richiamò che non c’è una «pace romana», come si diceva duemila anni fa, o una «pace americana» come si diceva in quel tempo, ma la vera «pace» è quella «di Gesù Cristo». In questi cinquant’anni abbiamo girato l’Italia, dando ogni volta come titolo alla Marcia quello indicato dal Papa per la Giornata della pace del 1° gennaio, facendola precedere da una giornata di riflessione.

Quando, nel 1981, monsignor Bernini, vescovo di Albano e presidente della Commissione 'Giustizia e pace' della Conferenza episcopale italiana, propose che la Marcia di Capodanno divenisse la Marcia della Cei, lasciando poi l’organizzazione in mano a Pax Christi, questo diede alla Marcia una maggiore autorevolezza (oltre che alcune limitazioni, come per la scelta dei relatori) e aprendoci le porte delle grandi città: da Roma a Palermo, da Firenze a Milano, ma anche ad Assisi. Davvero un segnale per l’Italia intera. La Marcia diventa così un’icona dell’impegno per la pace, un impegno che parte dalla convinzione personale, ma che deve aprirsi all’impegno sociale – e perché sia più efficace dev’essere collettivo – per sconfiggere l’idea che la guerra è inevitabile (tanto più la guerra frammentaria, quale oggi si sta sperimentando, nella prospettiva terribile d’una guerra atomica), mentre superate le guerre medioevali tra le città, superate le guerre successive tra le nazioni, bisogna lavorare perché un’Onu veramente democratica (senza Stati con diritto di veto) ed efficace (con un suo esercito in funzione di polizia mondiale) possa risolvere i problemi insorgenti senza più il ricorso alle guerre.

E vanno affrontati i problemi connessi, a cominciare da quello della produzione e del commercio delle armi (Pax Christi italiana, negli anni 80 del Novecento, tenne convegni sul tema, a Milano, in connessione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore), un tema su cui insiste anche papa Francesco (perché se si moltiplicano le armi poi bisogna suscitare guerre per usarle!), e su cui bisogna far chiarezza, anche per non giungere, come ha fatto un alto ufficiale delle Forze Armate italiane in tv ('Atlantide' su La7, 22 novembre), ad affermare che i famosi e costosi F35 sono 'Abele che deve distruggere Caino, che è il male'! Attenzione a citare la Bibbia, dopo aver voluto come protettore dell’Esercito il Papa della Pacem in terris, perché la Genesi (4,15) aggiunge che «chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte». Lo spirito cristiano, della preghiera e della responsabilità, ci accompagni nella nostra generosità e nelle nostra speranza.

*Vescovo emerito di Ivrea, già presidente di Pax Christi Italia

(fonte: Avvenire 28/12/2017)